È Pasqua. Cristo ha sconfitto la morte
Era stata inchiodata a una croce la speranza che pellegrinava per le strade della Palestina. Era stato finalmente fatto tacere questo Gesù che turbava la fede ingessata del tempio; era finalmente tumulato in un sepolcro quell’uomo che era giusto morisse perché il popolo semplice e povero ne avesse vantaggio.
Invece dopo quel grido che ha scosso i pochi soldati e amici che stavano sul Calvario e che sancì la sua morte inizia un dialogo serrato di Gesù con il primo uomo:
«Adamo, dove sei ?» (Gn 3, 9) grida di nuovo Cristo sulla croce. «Sono venuto a cercarti e, per poterti trovare, ho steso le mani sulla croce. Con le mani stese, mi rivolgo al Padre per rendere grazie per averti trovato, poi rivolgo le mani anche verso di te per abbracciarti.
Non sono venuto per giudicare il tuo peccato, ma per salvarti per il mio amore per gli uomini (Gv 3, 17); non sono venuto per maledirti per la tua disubbidienza, ma per benedirti con la mia ubbidienza. Ti coprirò con le mie penne, sotto le mie ali troverai rifugio, la mia fedeltà ti coprirà dello scudo della croce e non temerai i terrori della notte (Sal 90, 1-5) perché conoscerai il giorno che non tramonta (Sap 7, 10). Cercherò la tua vita nascosta nelle tenebre e nell’ombra della morte (Lc 1, 79). Non mi darò riposo finché, umiliato e sceso fino agli inferi per cercarti, non ti abbia ricondotto in cielo».
Così San Germano, un padre della Chiesa, descrive l’intensa nuova vita di Gesù iniziata dopo la sua morte. In quella tomba in cui la mattina del giorno dopo il sabato, quando, dopo la festa, tutte le attività riprendono il loro corso quotidiano, Maria di Magdala, gli apostoli Pietro e Giovanni non vedono più il suo corpo sepolto e fasciato; vedono solo le bende e il grande lenzuolo. Gesù è risorto. È la notizia sconvolgente che rianima quello sparuto gruppo di apostoli senza alcuna speranza. Gesù si mostra vivo, mostra la sua vita nuova, quella di prima, ma portata alla perfezione che Dio aveva da sempre pensato quando la immise nel mondo: una vita piena, definitiva, vera e gloriosa.
Su questo fatto, su questo evento, che tanti ancora pensano una fragilità intellettuale del mondo cattolico, una zona di medioevo che stenta a scomparire, una fissazione bonaria, che indica la debolezza e l’inconsistenza della fede e su cui è meglio non porre testa e cuore, su questa pietra fondamentale il cristiano scommette tutta la sua vita, si sente rinascere speranza, si apre a una prospettiva sempre nuova, lotta contro ogni sopruso, è disposto a dare la vita. Da quel giorno comincia la coraggiosa teoria dei martiri, che continua ancora oggi in tutto il mondo. Cristiani si lasciano ammazzare, vengono di nuovo crocifissi sugli alberi, bruciati nelle case. Sanno che la vita terrena è solo la primissima piccola parte di una vita imperitura e definitiva, esaltata e glorificata come quella di Gesù.
I cristiani prendono forza nella loro quotidianità, si allenano ad affrontare le difficoltà con speranza, non cedono agli avvenimenti, non hanno paura di perdere la vita sicuri di sapersela ridonata mille volte da Gesù. Rimettono al centro i piccoli, si piegano sui malati, offrono casa ai senza tetto, ascoltano i disperati e annunciano loro la nuova vita, percorrono tutto il mondo per dire che la schiavitù è finita anche se continua a riciclarsi e a trovare forme nuove suadenti, ma sempre schiavitù rimane. È la forza di una morte sconfitta per sempre, di un risorto che per sempre sarà la nostra stessa vita.