Credenti e digitali
Il “continente digitale”, ricorda papa Benedetto XVI, costituisce un enorme potenziale di connessione, comunicazione e comprensione. Otto anni dopo Parabole medianiche, la Chiesa italiana ha convocato nuovamente gli animatori della comunicazione e della cultura per continuare ad abitare un territorio, il cui confine non è tecnologico, ma umano: ha i volti delle persone, delle famiglie e delle comunità che traggono luce di verità e di vita da uno sguardo creatore. Tre intense giornate di confronto, riflessione e dibattiti, quelle offerte dal convegno Testimoni digitali, da cui sono emerse alcune sfide per una Chiesa che deve comunicare la fede nell’era di Internet.
La prima sfida è legata al superamento del linguaggio “storicizzato” della Chiesa, che a volte rimane ancora autoreferenziale, quasi di nicchia, in un contesto culturale che nel frattempo è cambiato profondamente. La Chiesa ha l’obbligo di confrontarsi con una generazione, i “nativi digitali” (ossia la generazione cresciuta connessa alle nuove tecnologie), che della rete ha assunto il linguaggio veloce, essenziale e pervasivo, e da cui scaturisce una comunicazione orizzontale, decentrata e interattiva: la nuova lingua di una generazione che si muove in una geografia planetaria che conosce la trasversalità dei saperi ed espone a una pluralità di prospettive culturali.
La seconda sfida trova il suo essere a partire da un dato di costume: l’“ambiente digitale”, con il suo linguaggio ludico, fatto di suoni, immagini e interattività, è emotivamente e affettivamente coinvolgente. A tale riguardo, la Chiesa deve considerare che una nuova alfabetizzazione va portata avanti di pari passo con la consapevolezza che non si tratta semplicemente di sviluppare una vicinanza empatica alle tecnologie digitali, quanto di essere presenti anche in questo ambiente con modalità che non disperdano l’identità cristiana, l’eccedenza rappresentata dal Vangelo, come sottolineato dal documento Cei Comunicazione e missione al n. 3: «Occorre stare dentro la contemporaneità, ma andando oltre, con un’attenta opera di discernimento da parte della comunità ecclesiale». E ancora: «Non si tratta semplicemente di aggiornarsi o adeguarsi: occorre domandarsi come deve essere rimodellato l’annuncio del Vangelo e come avviare un dialogo con i mezzi di comunicazione sociale, e non solo attraverso di essi, nella consapevolezza che sono interlocutori con cui è necessario confrontarsi». Citando le parole di Benedetto XVI, la Chiesa deve guardare al cuore del credente più che alla mano dell’operatore.
Accanto ai problemi di linguaggio e di identità, la terza sfida strategica riguarda la difficoltà di mettere a fuoco, all’interno dei piani pastorali delle diocesi, un progetto organico per le comunicazioni sociali, che integri queste ultime negli altri ambiti. Come sottolineato dal segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata, bisogna smetterla di considerare la comunicazione come «un ulteriore segmento della pastorale o un settore dedicato ai media», per intenderla invece come «lo sfondo per una pastorale interamente e integralmente ripensata a partire da ciò che la cultura mediale è e determina nelle coscienze e nella società».
Dunque, ed è la quarta sfida, si tratta di scongelare la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, figura sulla quale finora si è investito ancora troppo poco o comunque con scarsa convinzione: «In una pastorale concepita come azione a tutto campo, e non solo tra le mura ecclesiastiche», assicura Benedetto XVI, «si possono intercettare molte persone che per impegni professionali o altri motivi non possono operare in parrocchia, ma volentieri darebbero il loro contributo se l’impegno fosse maggiormente collegato alle proprie competenze e gestibile con elasticità. Doni e carismi rischiano di rimanere inutilizzati per la scarsa attenzione prestata ai settori della cultura e della comunicazione».
In sintesi: un linguaggio credente ed un progetto organico per le comunicazioni sociali sono “il compito per casa” sul quale la Chiesa italiana deve applicarsi; sono le condizioni per elaborare una strategia comunicativa missionaria, che sia capace di coinvolgere tutti gli ambiti pastorali e di incidere sulla cultura della società. Ciò sarà parte rilevate della ancor più grande sfida che attende la Chiesa italiana nel decennio che abbiamo davanti: la sfida dell’educazione.