Un prete fratello in umanità
«Siate…in seno a queste associazioni artefici di comunione, educatori nella fede, testimoni dell’assoluto di Dio, veri apostoli di Gesù Cristo, ministri della vita sacramentale, specialmente dell’Eucaristia, animatori spirituali…». Con queste parole Giovanni Paolo II tratteggiò il profilo e il compito dell’assistente in seno alle aggregazioni ecclesiali laicali.
In un contesto culturale in continuo cambiamento – che fa sentire i suoi effetti anche sulla figura del prete – sembra opportuno richiamare tre atteggiamenti che ci sembra debbano caratterizzare questa particolare declinazione del ministero sacerdotale.
Il senso ecclesiale, anzitutto, che sta a significare la capacità cordiale e corale di inserirsi nel cammino di chiesa, in un lavoro fatto di molte collaborazioni, di attitudine all’ascolto e alla convergenza comune, perché questo è importante per la vita delle persone, per sottrarle alla dispersione moderna dove tutti provano tutto, ma non costruiscono mai una storia, perché non arrischiano percorsi di fedeltà. Il senso della chiesa, della tradizione viva in cui siamo inseriti, del cammino pastorale delle comunità, la memoria degli itinerari che sono già stati percorsi, è oggi fondamentale in un tempo di mobilità del clero.
La capacità relazionale, in secondo luogo, intesa come l’attitudine ad entrare veramente nel cuore delle persone, dei loro problemi, del loro cammino, sapendo che l’essere guida (intesa qui come presidenza nel discernimento) della comunità è la forma essenziale anche della crescita personale del prete, il luogo dove si realizza la carità pastorale, assunta interiormente, lo «stare in mezzo come uno che serve» che è l’immagine evangelica per eccellenza del servizio ministeriale. Lo stare in mezzo richiama l’“intercessione” della preghiera, l’essere il crocevia di molte relazioni, il divenire animatore attento e premuroso di fattive collaborazioni: questo è il “luogo spirituale” del sacerdote.
L’attitudine sintetica, infine, vale a dire lo sforzo di guardare la pastorale con uno sguardo d’insieme, di cogliere l’intero, di non lasciarsi trascinare dalle mille cose, di non essere soffocato dall’immediato senza progettare, senza la pacatezza di pregare, pensare, studiare, formarsi, coltivare l’amicizia anche tra sacerdoti. Tutto ciò è importante perché non si sia travolti da un lavoro stressante, senza meta, che rincorre le situazioni, ma che dà a volte l’impressione di aver corso invano. La carità del pastore deve lasciarsi misurare dalla missione pastorale, deve crescere spiritualmente nella sua atmosfera, deve diventare evidenza che anche oggi il ministero è cosa buona e giusta, è luogo della consolazione, è motivo della gioia.
Tutto ciò però non sarà possibile se il presbitero non diventerà anche un fratello nell’umanità, cioè una persona che non teme di portare la fatica di vivere, che impara dagli altri l’interminabile dedizione che proviene dagli affetti, che non si fa scudo del proprio ministero per coprire le proprie debolezze o aggressività. L’umanità del prete, soprattutto quando è nel suo ruolo, sembra oscurarsi, mettendo in mostra le due immagini più diffuse: chi censura i propri sentimenti ed emozioni, pagandoli al prezzo della durezza e dell’insensibilità; chi invece li ostenta facendo diventare il ministero il racconto della propria biografia emotiva, spesso neppure molto originale. Tra i due estremi del ruolo ufficiale e dell’interminabile adolescenza, l’“essere prete” potrà farsi strada come uomo riconciliato, cioè uomo di relazioni forti e tenere, di gratitudine sincera, di amicizie profonde, di attenzione premurosa, di umorismo con se stesso e di dedizione vera. Essere fratello nell’umanità sarà per lui il viatico per donare agli altri di essere uomini nella fraternità, per far loro assaporare la comunione evangelica, frammento storico della communio sanctorum!