Un dono per gli altri
«Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa»: l’Assistente generale di Ac, mons. Domenico Sigalini, racconta a Segno cosa significhi oggi fare il prete.
Don Domenico, cosa significa per lei, prete e vescovo, essere “dono”?
Ricordo il giorno della mia ordinazione avvenuta nel paesello di campagna, nella pianura padana in provincia di Brescia. Ho avuto la netta sensazione di non appartenermi più. Ecco, mi dicevo, adesso non sei più tuo, devi vivere sempre per gli altri. Non crearti isole comode. Mi sembrava una enormità che non mi ha fatto dormire tutta la notte. Avevo iniziato così anche se non è sempre stato così, perché poi la vita ti appiattisce. Essere dono significa non avere più tempo per te, metterti a disposizione di tutti. Spesso non ci ragioni molto, lo fai con tanta incoscienza. Definisci bene i tempi del riposo, delle gite in montagna, poi un po’ alla volta te le devi scordare tutte. E stai bene lo stesso, perché sei felice di servire il Regno di Dio, di vedere che altri per te sono felici, prendono speranza. Non gli hai fatto niente, ma li hai ascoltati e gli hai fatto compagnia, anche solo in facebook. E li devi ringraziare perché realizzi così la tua vocazione.
Con la propria vita, con la testimonianza di fede, il sacerdote – lo ricorda sempre il Papa – deve far percepire alle donne e agli uomini del suo tempo «l’amore misericordioso del Signore». Un bell’impegno…
Mi ha sempre meravigliato come tante persone credano che Dio sia vendicativo, lontano dai nostri veri bisogni, uno da cui difendersi. E sì che è da un bel po’ di tempo che la gente non sente tuonare dai pulpiti i castighi di Dio! Significa forse che ancora non c’è fede in Dio, non si ha il coraggio di affidarsi, si crede di tenere in mano la vita e di essere autosufficienti e di avere Dio come concorrente della nostra libertà e autonomia. Invece ha due braccia che sono la fine del mondo, al di fuori di esse non puoi mai cadere. È il perdono fatto persona, un amore appeso a una croce per tutti. Certo la gente vuol percepire questo dal nostro volto. Non ci vuol vedere con quella faccia che sembra sempre schifata di tutto e di tutti e quindi carica di torti da vendicare. Il volto gioioso di un padre che non smette mai di volerci bene è il ritratto più bello di Dio. Non per niente ho scritto nel mio stemma episcopale in italiano Collaboratori della vostra gioia. È la gioia di chi sa di stare a cuore a Dio e di non aspettarsi che il massimo di misericordia da Lui.
Ma secondo lei, come è visto il prete nella società di oggi? Come è percepita la sua presenza “oltre il sagrato” della chiesa?
Nella mia vita ho potuto vivere spesso fuori dal recinto, a partire dalla facoltà di matematica di Milano, dove sembravo una mosca nel latte. Avevo cominciato nel 1965 con la talare e ricordo la meraviglia e nello stesso tempo la mia tranquillità. I miei compagni mi hanno subito accettato, ci siamo subito messi in sintonia, erano curiosi per la mia vita, desiderosi di dialogo semplice, di punti di vista altri. E ho sempre pensato di essere percepito così. Sui treni, sugli aerei, per le vie della città, nelle discoteche, sui tram. Ricordo una sera su un tram a Milano verso le 22; un tram che veniva da un quartiere a rischio, mi sono andato a sedere proprio tra i giovani punk. Io vestito con la tuta Cei, con tanto di colletto ben visibile. Non l’avessi mai fatto. Mi hanno accerchiato, mi hanno toccato, lisciato la testa già ben pelata. Li ho lasciati fare tra la commiserazione della gente, poi sono passato all’attacco con qualche battuta che non mi manca mai. Alla fine li avevo tutti seduti accanto a me a farmi domande di catechismo e prima di scendere mi hanno chiesto di fare loro la prima comunione! Non sembrava loro vero di avere tra le mani un prete e di poterlo scoprire per quello che è non per quello che viene presentato.
È bello “essere” e “fare” il prete? Quali le difficoltà?
Io me lo sono sempre detto, e me lo dico anche oggi da vescovo. È bello, non è “alla moda” in certi ambienti, sei osteggiato in altri, soprattutto in quelli vetero ideologici che ancora credono alla religione come oppio dei popoli, dimostrando scarsa fantasia e senso dell’humor. La difficoltà deriva dal fatto che mancano relazioni umane, semplici, senza pregiudizi, senza difese. Quando riesci ad andare oltre la scorza, vedi che la gente è contenta di poterti parlare, tutti vanno a scovare nella memoria di essere stati chierichetti, Acr, scout, con un po’ di nostalgia… Ricordo un autostop con un punkabbestia, che stava con un cane perché secondo lui era l’unico che lo capiva e io a dirgli che speravo di averlo capito di più del suo cane. Ho partecipato anche a varie trasmissioni televisive, anche quelle che fanno per divertirsi alle nostre spalle, collegando l’essere prete a questioni sessuali. Alla fine non sapevo che cosa si percepiva nelle case, ma le persone con cui si faceva la trasmissione venivano dietro le quinte a confidarsi. In discoteca, poi, è ancora più interessante: i giovani si toccano dappertutto intanto che passi e che stanno con gli amici, poi ti vengono a prendere e non ti mollano più e devi urlare con tutto il fiato che hai in gola, per farti sentire in quella musica assordante, che sei felice di incontrarti con loro e a loro brillano gli occhi. Non solo per l’alcool.
La preoccupa il calo delle vocazioni sacerdotali?
Assolutamente no; ringrazio Dio che lo permette per farci capire che abbiamo comunità cristiane ormai allo sfacelo, che non sanno più entusiasmarsi della vita cristiana, che tengono più alle loro tradizioni che alla Parola di Dio, che non sanno uscire dal guscio, che non si spendono per i giovani, visti quasi come un fastidio. Gente che sta bene solo in sacrestia e che sfrutta la religione per i suoi interessi, giovani spesso con facce da bulldog e annoiati. Chi si sente chiamato a fare una vita così? Eppure ci sono luoghi, comunità vive, associazioni, istituti dove respiri fede, dedizione, generosità, rischio, scommesse forti, piene di frati, di novizie, di giovani che si vogliono far preti. Molti seminaristi anche oggi provengono dai gruppi di Azione cattolica dove ci sta un po’ di grinta e di bella e gioiosa vita cristiana.
L’Anno sacerdotale intende mettere al centro la figura del prete, ma, non di meno, vorrebbe sottolineare il valore del “sacerdozio comune dei fedeli”. Cosa significa? Come richiamare ai laici questa prospettiva, che si fonda sul sacramento del battesimo?
Significa anche solo che la fede, la Chiesa non si diffondono soprattutto per il numero dei preti, ma per l’intensità della comunione tra preti e laici. Significa che non c’è nessun cristiano generico nella Chiesa, ma tutti hanno una chiamata precisa alla santità e alla dedizione al vangelo. Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. Non ho mai avuto attorno a me dei laici che mi venissero a consolare del mio essere prete, per non farmi rischiare l’anoressia. Mi hanno sempre ribaltato nel chiedermi di confessarli, di parlar chiaro, di stanarli dai loro loculi. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa. Vado spesso a parlare negli oratori e vedo i preti giovani con un mazzo di chiavi enorme che gli pende dalla cintola. E dico loro: molla ‘ste chiavi, non c’è qualcun altro che le sa usare o devi controllare anche lo stanzino dei detersivi?
L’Azione cattolica italiana, la più grande associazione laicale del paese, può contare sul “dono” di tanti sacerdoti “assistenti”. Quale il loro ruolo per un’Ac fedele al vangelo e al servizio della polis?
Avere nell’associazione dei preti che nella quotidianità ti aiutano a compiere i passi ardui della santità laicale è troppo bello. Oggi scarseggiano i preti, ma ciò non toglie che si possano trovare e tenere al palo. Sembra spesso che il prete sia decorativo, perché non prende decisioni, non vota, non ha il libretto degli assegni, fa dire qualche bella preghiera. Questa è solo superficie; non si vede il dialogo di notte, il silenzio della preghiera, la nascosta compagnia nelle ore difficili, la proposta esigente della Parola, le lunghi discussioni per aiutare a decidere, la spalla su cui piangere, gli sms che ti dicono: continua, non fare il cretino, è solo una disavventura, puoi fare meglio, guarda quanti ragazzi ti aspettano per dirti la loro voglia di vivere! Tendi l’orecchio che il Signore ti chiama. Dai una randellata al computer. Te ne comprerai un altro quando sarai guarito. Prega, digiuna, mettiti in ginocchio e non ti muovere finché non riesci a piangere. L’assistente è un uomo che fa tante domande: hai coraggio di mostrare la faccia ai tuoi amici? Non ti fa schifo come nessuno pensi ad altro che a fare gli affari suoi con la politica? Perché non ti ci metti dentro? Vuoi essere degno del vangelo? Rischia di sporcarti le mani, ti pulirai il cuore.
(L’intervista è pubblicata nel n. 3 – marzo 2010 del mensile Segno, in questi giorni in arrivo nelle case dei lettori)