Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Ospiti a tutto tondo

di Anna Maria Tibaldi

L’ospitalità è l’elemento di sintesi di un’educazione alla mondialità.
In Azione Cattolica si possono evidenziare tre tappe nell’educazione al rapporto con l’altro, a vari livelli (unitario e nei settori e articolazioni, quali Adulti, Giovani e ACR).

La prima tappa è quella della diversità come ricchezza. Educare alla diversità è acquisire consapevolezza di sé (identità) e dell’altro da sé; è entrare in un’ottica di mistero, di contraddizione, è approfondire i diritti dei cittadini e giungere al superamento di pregiudizi nei confronti di chi è diverso da me. È ricchezza perché conosco di più me stesso. Ha un valore ontologico, l’altro mi aiuta ad essere persona in relazione.
Nello specifico dell’AC, significa educare alla chiamata/adesione: riflettere sul nome, sulla persona unica e irripetibile, sulla responsabilità della risposta personale, sul saper chiamare altri, sul sentirsi rifiutati o accolti e sul camminare con altri diversi da me.

Il secondo passaggio invece riguarda l’educazione alla prossimità, capire che non basta aiutare ma bisogna imparare a costruire insieme.
Prossimità è vicinanza, ascolto, relazione affettività, reciprocità, prossimità tra chiese.
Lo specifico dell’AC: interrogarsi sulla missionarietà, curare lo stile missionario e la vita associativa
Non solo volontariato, ma educarsi a spendersi per!
Evitare esperienze spot che hanno valenza emotiva e non culturale-educativa, ma attivare esperienze che hanno invece un prima e un dopo.
Non cambieremo il mondo, ma cambieremo il nostro mondo!
L’AC è chiamata a lavorare su egoismo/generosità ripartendo dalla Parola di Dio.

La terza tappa è educare all’ospitalità e all’accoglienza, nella consapevolezza che siamo tutti ospiti su questa terra!
Ospitalità è interdipendenza, accoglienza, non possesso, dialogo, lasciarsi accogliere, operare per il bene comune. Amare e lasciarsi amare.
Porsi come ospiti in terra straniera è difficile, vuol dire anzitutto “non nuocere”, non far danni.
Educare ad essere ospiti partendo dall’ “andare a vedere” per fare prima l’esperienza dell’incontro, dell’ascolto e incontrando anche le difficoltà del capire e dell’essere accolti.
Sobrietà: spesso rischiamo di esportare modelli di vita insostenibili e non sobri all’estero, nel Terzo Mondo.
Lo specifico dell’AC è vivere e testimoniare la cattolicità.
Essere cattolico è essere universale! E la varietà fa parte del codice genetico del cattolicesimo: è il suo tesoro. (cfr relazione di P. Pisarra, Coscienza europea e cittadinanza planetaria, Roma, 18 ottobre 2009).
“La cattolicità visibile della Chiesa è l’espressione normale della sua ricchezza interiore” perché “la sua bellezza risplende nella varietà” (Henri de Lubac).
Partecipare al FIAC per scoprire e sperimentare maggiormente la cattolicità.
Riconoscere il legame inscindibile tra Chiesa locale e Chiesa universale.
Interrogarsi su come si pone l’Ac di fronte alle Chiese sorelle e alle AC delle Chiese sorelle.
La Chiesa di Cristo “non è né latina né greca né slava, ma cattolica” (Benedetto XV, 1917, quando istituì la Sacra Congregazione per la Chiesa orientale).

L’AC poi è chiamata a proporre percorsi educativi sul territorio, in sinergia con altre associazioni. E qui gli ambiti di intervento sono molteplici:

  • il rapporto con l’altro diverso da me. Spesso si tollera la diversità del lontano, non del vicino di casa. Rischiamo di formare in casa nostra dei ghetti senza integrare: educhiamo alla diversità, non solo dei lontani, ma anche dei vicini.
    Scopriamo diversità di cultura, di stile, di religione… ma uguaglianza di valore. Il linguaggio dell’amore è percepito da tutti, al di là di tante differenze.
  • l’incontro. Spesso notiamo la chiusura per paura nei preadolescenti verso le realtà non omologabili, e questa modalità può essere incentivata lungo tutto l’arco della vita da chi vuol mantenerci perennemente in questa età di passaggio. Ma noi riteniamo che sia fondamentale l’incontro: l’apertura all’altro avviene attraverso l’incontro significativo con qualcuno. Dall’incontro con una persona nasce un percorso aperto a orizzonti più ampi… L’apertura nasce da dentro. In particolare l’incontro personale con chi soffre fa sì che spesso si superi il proprio dolore attraverso il dolore altrui.
  • il silenzio ricco di comunicazione e non vuoto povero. Educare al silenzio per ascoltare, per saper aspettare, per imparare a discernere, per diventare capaci di “contemplare il volto nei volti”.
  • la cura delle relazioni. Scoprire la bellezza dell’essere in relazione, ci fa avviare percorsi relativi all’accompagnamento personale: visitare gli amici, i vicini, come anche coloro che nessuno avvicina, invitare a casa nostra, organizzare momenti di festa comunitaria.
  • la formazione al bene comune. Cercare la convergenza su progetti comuni con altri enti ed associazioni per migliorare la convivenza civile.
  • la sobrietà: uso dell’acqua, del cibo, delle medicine … Educarci all’essenziale nella vita di tutti i giorni ci deve portare a condividere più che ad accumulare beni col rischio di entrare solo nell’ottica del “fare ogni tanto la carità” per sentirci più buoni.
  • Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Mondialità” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Leggi i precedenti articoli della rubrica: L'editoriale

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia