Lo sdoganamento del turpiloquio
Riporto una interessante ricostruzione dell’ingresso del turpiloquio nelle trasmissioni televisive. L’argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole. (si veda la pagina
http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/eloquio/ravesi.html
Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri
Dunque, la Treccani.
Durante una trasmissione televisiva, di fronte a un pubblico diviso in due fazioni e assiepato sui gradoni di uno studio che ricorda piuttosto un’arena gladiatoria, il giovane regista emergente Michele Apicella sta per affrontare in un serrato faccia a faccia il regista rivale, Gigio Cimino, autore di un musical sulle lotte del ’68. Il moderatore (straordinariamente somigliante a un giovane Giampiero Mughini), con un «siete pronti? mi raccomando mettiamocela tutta», invita i due ad alzarsi in piedi e a confrontarsi. Dopo un silenzio da mezzogiornodi fuoco (sguardi di sfida dritti negli occhi), il Cimino attacca con pacata sicumera un discorso apologetico sul proprio modo di fare cinema. Apicella lo interrompe aggredendolo verbalmente, ma poi s’interrompe, non ce la fa ad andare avanti, non è a suo agio. Prontamente, il suo uomo d’angolo (un assistente-consigliere seduto alle sue spalle, sorprendentemente simile a un giovane Tatti Sanguineti) si alza dallo sgabello, chiede un time-out e sussurra qualcosa nell’orecchio di Michele: «Non mi va», risponde Michele con insofferenza. «È l’unica arma che abbiamo!», replica il secondo. Persuaso che lo strumento argomentivo suggeritogli sia l’ultima risorsa possibile, Apicella procede rivolgendosi di nuovo al Cimino: «A stronzo, e ffamme ’na pippa, anvedi ’sto bburino ancora parli, ma se n’ t’areggi ’n piedi, sei alto ’n cazzo e du’ bbarattoli, co’ no sputo t’affoghi, ma vvaffanculo va’, anvedi che ssei, a bbrutto stronzo». A questo punto il conduttore sollecita la dirimente votazione del pubblico in studio: la vittoria di Apicella è schiacciante (senza stupore né troppo rammarico il moderatore commenta: «la volgarità, purtroppo, ha trionfato ancora una volta»).
Il romanesco tra stereotipi e parolacce
Molti, nell’episodio, avranno riconosciuto una scena del film Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti, regista che, fra le altre cose, ha il dono di saper descrivere, e in certi casi prefigurare, le metaforfosi intervenute nel costume degli italiani dagli anni Settanta in poi. A questa dote va aggiunta «una spiccata sensibilità metalinguistica che rende l’opera di Moretti ricca di riflessioni e prese di posizione in tema di comportamenti linguistici» (cfr. Picchiorri, p. 109, cui rimando per un’eccellente disamina linguistica dei film morettiani).
Gli ingredienti linguistici del turpiloquio e del “romanaccio” buffonesco, greve e materiale, costituiscono la ricetta di base delle prime risse televisive. Telerissa è neologismo apparso nel 1981 (lo stesso anno di Sogni d’oro) con riferimento al programma di Gianfranco Funari Aboccaperta (e credo che l’arena televisiva parodiata da Moretti sia proprio questa), in cui due tribune contrapposte di ggente qualsiasi – che «parla come magna», a detta dello stesso Funari – si scontravano su un argomento qualsiasi (costume, politica, attualità, ecc.), aizzate da un anchormanperfettamente padrone del mezzo televisivo ed «efficace nell’uso della cadenza e dei modi del dialetto, cui diede la forza di grimaldello plebeistico per arrivare dritto al cuore del pubblico» (cfr. Novelli). In realtà, per trovare l’archetipo del talk-rissaoccorre retrocedere al 1980, quando Funari debuttò come conduttore sul piccolo schermo a Telemontecarlo con la trasmissione (rifiutata dalla Rai) Torti in faccia, poi ribattezzata Aboccaperta e infine, visto il successo, traslocata come tale su Raidue per volontà di Giovanni Minoli (dal 1984 fino al 1989). Fra alti e bassi, la carriera televisiva del nostro continua negli anni ’90, sempre dando «legittimità al senso comune dei ragionamenti da bar, alle trivialità di cui si nutre l’egoismo e l’individualismo atavico presente in tutti i men in the street» (cfr. Novelli). E di qui la deriva inarrestabile del funarismo (coniazione di Aldo Grasso: «Corriere della sera»,10 novembre 1991), che lo stesso Funari ha finito col deprecare: «Ormai non sanno più dire nemmeno le parolacce. Quando le dicevo io era diverso: se dicevo cazzo, si capiva che cazzo era» («La Repubblica», 5 gennaio 1999).
Dando un’occhiata alle date, si capisce che la grande svolta innovativa, quella con cui si dà il lasciapassare al turpiloquio teleschermico, avviene intorno agli anni Ottanta, quando si passa dalla paleotelevisione alla neotelevisione (coniazioni di Eco). Nell’epoca del monopolio di Stato (dal 1954 al 1976) l’attività televisiva era animata da una triplice vocazione: informare, divertire, istruire. Le scelte linguistiche favorivano quindi «il predominio d’un italiano medio, rispettoso (talora velleitariamente) della norma anche fonetica, nonché perbenista» (cfr. Raffaelli, p. 287). Erano tempi in cui agli addetti ai programmi si consigliava di dire mucca anziché vacca, cucinariaanziché culinaria (cfr. Migliorini, 1990, p. 17); in cui un ultraottantenne Cesare Zavattini provocò un piccolo terremoto tuonando cazzo! in diretta radiofonica, per rimarcare con forza un concetto cui teneva particolarmente (si trattava della rubrica Voi ed io, punto e a capo del 25 ottobre ’76). Naturalmente, anche in questa paleotelevisione, le strategie comunicative si andavano lentamente modificando. Specialmente dopo il ’70, infatti, «accanto all’italiano medio [...] cominciarono a presentarsi [...] fenomeni anche spiccati di matrice dialettale. Il parlato teleschermico andò così riducendo gradualmente – come da tempo aveva fatto il cinema – il proprio distacco dalla lingua viva [...]» (cfr. Raffaelli, p. 288), e nella lingua viva la parolaccia è moneta corrente. Ma la radicale metamorfosi avvenne col sistema radiotelevisivo misto, cioè con la dichiarazione di legittimità delle fonti private d’emittenza (1976) e il conseguente affermarsi nei network commerciali a copertura nazionale (Canale 5 esordì nel 1980), «e più tardi in un certo grado anche in quella pubblica, d’una programmazione condizionata dalla ricerca del consenso di massa e perciò tendente a privilegiare le scelte distensive, emarginando oppure spettacolarizzando anche i settori informativi e culturali» (cfr. Raffaelli, p. 289).
Da allora in poi la tv ha rinunciato alla sua originaria funzione pedagogica, a farsi strumento di promozione culturale, puntando piuttosto «a riflettere la realtà linguistica circostante; perso il suo potere di modello, ha conservato il potere amplificante di un grande ripetitore» (cfr. Antonelli, p. 117). Gli imperativi ora sono cambiati: «Primo divertire, poi informare, sempre meno istruire» (cfr. Beccaria, p. 103); ciò che resta di culturalmente stimolante è per lo più destinato agli insonni. Tale orgia dell’intrattenimento, va da sé, è da mettere «in relazione con la concorrenza legata agli investimenti pubblicitari, tanto maggiore quanto maggiore è l’audience del programma (documentata dal 1984 tramite i contestatissimi dati auditel)» (cfr. Antonelli, p. 115).
Poiché la tv “auditelizzata” non vende più programmi, ma contatti con il numero più alto possibile di potenziali acquirenti di un prodotto, è conveniente assecondare la presunta maggioranza, che – a quanto pare – avrebbe gusti prevalente voyeuristici ocircensi, eccitata com’è dalle battutacce da avanspettacolo, dal peto ammiccante, dal chiacchiericcio pneumatico, dalle confidenze intime, dal disagio esistenziale messo in piazza, dai lacrimoni in diretta, dagli sfoghi istintivi, dalle risse e da altri beceri spettacoli. L’ondata salottiera dei talk show (la prima di quelle “neotelevisive”: cfr. Menduni) è il fenomeno mediatico che – s’è detto – ha fatto saltare il tappo della repressione verbale in tv.
In questo contesto nasce il funarismo, con la sua volgarità casereccia e “stradarola”, scurrile e tuttavia bonaria, ma nasce anche lo sgarbismo, pratica del tutto differente – che peraltro non si giova di un potenziamento dialettofonico –, centrata sulla sinergia fra una trivialità coprolalica e sclerotica e un’arroganza lucida e premeditata. Lo sgarbismo, ovviamente antonomastico da Vittorio Sgarbi (sembra un nome d’arte, ma non lo è), funziona così: si dà della stronza a un’innocua professoressa col pallino della poesia, portandola quasi alle lacrime (nel 1987 al Maurizio Costanzo Show); si auspica in diretta la morte a un illustre critico d’arte («Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte»: sempre al Costanzo Show nel 1989); si getta un bicchiere d’acqua in faccia a un collega (Roberto D’Agostino) per poi essere presi a schiaffi da quest’ultimo (nel ’91 durante una puntata de L’istruttoria condotto da Giuliano Ferrara); ci si rivolge a uno scomodo giornalista (il documentato e impassibile Marco Travaglio) dandogli ripetutamente del pezzo di merda, ma non solo («sei un pezzo di merda, pezzo di merda puro»: durante la puntata del 1° maggio 2008 di Annozero, condotta da Michele Santoro). Ciò fatto si aspetta la reazione indignata della stampa, che immancabilmente arriva facendo la fortuna dell’offensivo stratega. Questa operazione consente facilmente, per esempio, di passare da un modesto stipendio da ricercatore universitario a quello ben più cospicuo del parlamentare, per giunta enormemente arrotondato dai gettoni di presenza per apparizioni televisive e serate varie.
Parole spinte, cioè parole-spinta
L’insulto, l’ingiuria, la parolaccia, sono ormai definitivamente passati dalla sfera del privato a quella del pubblico. Le parole spinte hanno assunto la funzione mediatica di «parole-spinta»: stando ai grandi comunicatori sono telegeniche e – oltre ad arricchire qualcuno, o quanto meno a trovargli un mestiere – producono udienza (cfr. Beccaria, p. 51). Qualche anno fa la società di indagini Eta Meta Research ha condotto un monitoraggio delle reti nazionali per individuare ogni quanti minuti, mediamente, viene pronunciata una parolaccia o un’espressione volgare in tv (cfr. «Corriere della sera» e «La Repubblica» del 2 novembre 2003). Risulta che, nelle trasmissioni televisive italiane, l’indecenza ricorre ogni 21 minuti, ore notturne e fasce protette comprese. Contestualmente si sono intervistati 130 esperti tra psicologi, linguisti e pubblicitari, chiedendo loro un’interpretazione del dato statistico. La maggior parte di essi ritiene che i programmi più pericolosi in fatto di volgarità siano quelli di intrattenimento legati all’attualità e al costume (ovviamente, direi). Preoccupa soprattutto la giuliva connivenza dello spettatore nell’accogliere le parolacce; una complicità – ricercata dai programmisti – che contribuisce non poco a sdoganare il linguaggio osceno e a favorirne la normale assunzione nel linguaggio comune, specie se i fiori d’eloquenza sbocciano da personaggi famosi che vengono presi a modello. Ma è soprattutto interessante che il 73% degli intervistati pensa che questo abuso di volgarità non sia tanto uno “specchio dei tempi” quanto una scelta ragionata dei responsabili dei programmi, fatta col deliberato obiettivo di alzare l’ascolto.
L’antilinguaggio dei reality show
Va da sé che i più colpiti dall’inflazione del turpiloquio siano soprattutto i bambini e gli adolescenti, per i quali la televisione – come rimarca Saro Trovato, presidente di Eta Meta Research – sembra essere una vera e propria «enciclopedia della volgarità» (da un’analoga e più recente ricerca della Eta Meta Research sulla violenza in tv emerge che le forme di violenza verbale – urla, litigi, minacce e insulti – sono presenti sul teleschermo con una frequenza di una ogni 5 minuti, e che, per la maggioranza degli esperti intervistati, i reality show siano i programmi più a rischio, seguiti a ruota dai talk show: cfr. «La Repubblica», 17 settembre 2004).
Il trionfo della tv spazzatura è stato sancito definitivamente dall’avvento dei reality, la terza ed esiziale ondate di neotelevisione (dopo il talk show e il contenitore-cornice tipo Domenica in: cfr. Menduni). In pratica, il Grande fratello («la trasmissione-elogio dell’antilinguaggio»: cfr. Beccaria, p. 102) e i cui cloni – L’isola dei famosi, La fattoria, ecc. –, col proposito di titillare la curiosità morbosa del telespettatore, fanno perno proprio sulla pubblicizzazione dell’intimità e sull’infrazione dell’interdetto, di ciò che davanti a tutti non si dovrebbe dire (o fare). Va detto che i discinti e disinibiti protagonisti del GF si trovano in una situazione che di per sé favorisce l’espressione di contenuti di tipo sessuale e scatologico: quella del gruppo costretto in ambienti chiusi (si pensi alle scolaresche e alle caserme). In una tale consorteria iniziatica «vige la legge per cui, chi non usi abbondantemente di quel linguaggio (e non tenga contemporaneamente un determinato contegno e non rispetti dati valori), non ne fa ancora parte di diritto e solo quando vi si conforma è veramente “uno dei loro”» (cfr. Galli de’ Paratesi, p. 46). Il loro turpiloquio adolescenziale – per quello che ha di spontaneo – si potrebbe considerare in parte un «gergo di tipo affettivo [...], non nato da esigenze pratiche criptolaliche, come quello che propriamente si definisce gergo, quanto piuttosto dal desiderio di saldare il gruppo con legami speciali» (ibid.). Tuttavia, va anche detto che «spesso la tv spaccia per reali modalità espressive che al parlato spontaneo fanno solo il verso», assolutizzando «unicamente la fascia dei registri e dei livelli più bassi» (cfr. Antonelli, p. 117). Ed è proprio il caso dei reality come il GF, figli di un’«esasperazione dell’iperrealismo televisivo» che ha piegato a scopi sensazionalistici lo «specchio delle lingue» del parlato teleschermico (cfr. Simone) facendone uno «specchio deformante» (cfr. Antonelli, p. 117).
Il turpiloquio dei politici merita una trattazione a sé stante Per cui mi limito qui a considerare che non solo la televisione diffonde le intemperanze verbali degli onorevoli – circostanza che, peraltro, rischia di favorire una crescita di aggressività e di intolleranza nella società civile –, ma che ne ha profondamente informato il modo di comunicare, a tal punto che «si potrebbe parlare di reality show della politica» (cfr. Gualdo-Dell’Anna, p. 25). Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, «la mediatizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, hanno semplificato drasticamente il linguaggio», sicché dal politichese si è passati algentese (ibid.). Tra le forme della semplicità rientra appunto l’aggressività verbale: ormai, «apostrofare l’avversario con parolacce e insulti rientra nell’irriducibile diritto di critica e denuncia dei parlamentari eletti dal popolo; così ha stabilito, ai primi di febbraio 2004, una delibera della Camera» (Gualdo-Dell’Anna, p. 26). E pare che per il presidente del consiglio il diritto si estenda anche agli elettori, che egli ha piena facoltà di insultare qualora non siano intenzionati a votarlo, nella fattispecie (Vicenza, aprile 2006, convegno di Confcommercio) chiamandoli «coglioni» (sic! Berlusconi) dall’alto del suo pulpito; un po’ come Sid Vicious che dal palco sputava sul pubblico accorso ai suoi concerti.
Testi citati
Antonelli Giuseppe, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, il Mulino, 2007.
Arcangeli Massimo, Lingua e società nell’era globale, Roma, Meltemi, 2005.
Beccaria Gian Luigi, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, Milano, Garzanti, 2006.
Belli Giuseppe Gioachino, Sonetti, a cura di P. Gibellini, comm. di G. Vigolo, Milano, Mondadori, 1990.
Boggione Valter – Casalegno Giovanni, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, Longanesi & C., 1996.
Cortelazzo Manlio – Zolli Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana [= DELI], 2a ed., Bologna, Zanichelli, 1999.
Eco Umberto, TV: la trasparenza perduta, in Id., Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, 1983, pp. 163-179.
Galli de’ Paratesi Nora, Semantica dell’eufemismo. L’eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall’italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli, 1964 (poi Le brutte parole: semantica dell’eufemismo Milano, Mondadori, 1969).
Grasso Aldo, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 2004.
Gualdo Riccardo – Dell’Anna Maria Vittoria, La faconda Repubblica, Lecce, Manni, 2004.
Longhi Silvia, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Editrice Antenore, 1983.
Menduni Enrico, I linguaggi della radio e della televisione. Teorie e tecniche, Roma-Bari, Laterza, 2002.
Migliorini Bruno, La lingua italiana del Novecento, Firenze 1990
Novelli Silverio, Funari, la parola(ccia) alla “ggente”, 2008, in www.treccani.it.
Picchiorri Emiliano, Le parole sono importanti. Appunti sulla lingua dei film di Nanni Moretti, in «Studi linguistici italiani», xxxiii, 2007, pp. 109-125.
Raffaelli Sergio, Il parlato cinematografico e televisivo, in Storia delle lingua italiana, ii. Scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 271-90, in partic. pp. 285-90.
Serianni Luca, L’immagine del romanesco negli ultimi due secoli, in ID., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, 2002, pp. 89-109.
Simone Raffaele, Specchio delle mie lingue, in «Italiano & oltre», ii, 1987, pp. 53-59.
Trifone Pietro, Roma e il Lazio, in L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino, UTET, pp. 540–93.
*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998), ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Attualmente è in corso di stampa il suo articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni) per gli atti del convegno Iacopone poeta (Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005); sta preparando una relazione su La lingua del laudario Oliveriano per il Convegno internazionale La vita e l’opera di Iacopone da Todi (Todi, 3-7 dicembre 2006); sta curando la trascrizione del cod. Oliveriano 4 in vista dell’ed. critica del “Laudario” iacoponico a cura di Lino Leonardi.