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L’assoluta centralità e dignità della persona umana

di Franco Miano

Il presidente della Conferenza episcopale italiana ci ha proposto ieri una intensa e organica lettura dei tempi che stiamo vivendo, come persone, come credenti, come cittadini del Paese e del mondo. Un testo ampio, schietto, chiaro, ricco di stimoli e sfaccettature, che i media, probabilmente, hanno assunto in modo limitato. Nella prolusione del Consiglio permanente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco ha richiamato di nuovo l’attenzione sui valori non negoziabili. Non è solo alla luce del Vangelo, infatti, ma anche per l’evidenza della ragione e del senso comune, che emergono valori non negoziabili, quali “la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. È su questo fondamento, solo su questo fondamento che, per il cardinale Bagnasco, vengono garantiti “altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l’orizzonte stabile del giudizio e dell’impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?”

Sembra, dunque, emergere nell’intera prolusione un filo rosso chiarissimo: l’assoluta centralità e dignità della persona umana, valore indissolubile, forse l’unica fonte cui ispirarci tutti, credenti e non credenti, per una ritrovata convivenza civile. Per i credenti, poi, la promozione della persona è indissolubilmente legata alla promozione e tutela della vita come dono e alla promozione di condizioni sociali consone al valore che Dio ha attribuito alla creatura più amata, l’uomo. È quanto il cardinale scrive in modo puntuale nei paragrafi conclusivi del discorso, ma è una “piattaforma” che emerge soprattutto lungo tutto il dipanarsi del testo.

Non molto si potrà sapere, dai giornali, circa l’ampia ed estesa introduzione dedicata al senso contemplativo del tempo quaresimale, alla condanna netta della pedofilia, alla “dignità calpestata” in tante aree del mondo. Il riferimento al momento contingente del voto, in cui vengono riproposti i valori che formano la coscienza del credente, conclude un lungo e appassionato “racconto” sulle condizioni del Paese, che parte dall’immigrazione, dal lavoro, dal senso di disillusione dei giovani.

La prolusione contiene, inoltre, diversi appelli ad una speranza incarnata, come anche l’Azione cattolica a più riprese ha sollecitato. Nell’analisi sullo stato del Paese, torna proprio nelle ultime battute un riferimento esplicito alla questione morale e all’impegno della classe dirigente per ritrovare il senso alto della politica, come auspicato dall’Ac nel documento in vista delle elezioni regionali. In sintesi, nella coscienza credente esiste un riferimento fondamentale, quello alla persona, unità indissolubile di corpo e anima, da cui derivano ogni scelta e ogni responsabilità.

L’Azione cattolica è dunque grata per questo testo di ampio respiro e insieme concreto, che, come lo stesso cardinale Bagnasco scrive, vuole essere una “umile parola” dei vescovi rivolta a tutti i cittadini. E l’Ac è grata in particolare per due significativi riferimenti della prolusione alla vita associativa. Il primo è all’impegno che l’associazione sta portando avanti nei territori per promuovere nuove “alleanze civili”, a partire dall’idea della corresponsabilità dei credenti nella sfera pubblica. Il secondo, ancora più importante, è alla vita e al pensiero di Vittorio Bachelet, portato come modello di vita cristiana totalmente spesa per gli altri. La prolusione si conclude con uno scritto significativo del presidente Ac del periodo conciliare: «In questa fase di passaggio, in questa svolta della civiltà alla quale ha voluto rispondere il Concilio Vaticano II nel cui solco fecondo noi abbiamo lavorato e ci impegniamo a lavorare, occorre soprattutto una forza spirituale che testimoni nella povertà dei mezzi umani la sua fedeltà a Cristo, in una carità aperta e libera verso tutti i fratelli facendosi trasparente al Suo volto. Però questo non si fa senza dare la propria vita: come ha fatto Padre Massimiliano Kolbe nel campo di concentramento, ma come ciascuno di noi può e deve fare ogni giorno perché un fratello, perché i fratelli abbiano un poco più di vita».

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