Vittorio Bachelet. Una testimonianza, una consegna
A 30 anni di distanza da quel febbraio l980 facciamo “memoria” di Vittorio Bachelet. Memoria certamente affettuosa, riconoscente, ammirata. Non semplice ricordo: sprazzo di luce in uno scenario buio; grido in una distesa di silenzio. Nella Chiesa – e in ogni seria riflessione antropologica – la memoria non è pura nostalgia del passato né rimpianto sterile né declamazione retorica. Memoria è volontà di immergersi nell’esperienza viva dove storia e spirito si fondono; è camminare con coraggio cercando di cogliere quel “filo rosso” che nella molteplicità delle forme rivela il Logos e fa sentire il calore dello Spirito. Questa memoria è esperienza essenzialmente spirituale: è presenza ed evocazione, è comunione e testimonianza, è messaggio e consegna.
Non è mia intenzione ripercorrere i 54 anni di vita di V. Bachelet (20.2.1926 – 12.2.1980): la sua esperienza fucinai la sua docenza a Pavia, Trieste, Roma; l’impegno redazionale di “Civitas” (1950-1958); la Presidenza nazionale dell’ACI (1964-1973); la sua elezione al Consiglio superiore della Magistratura e il ruolo di Vice-Presidente; il suo assassinio il 12.2.1980.
Semplicemente vorrei risalire alla sorgente del suo sentire, pensare, amare; scavare verso il cuore del suo molteplice agire; esplorare alcuni sentieri del suo avanzare dentro la storia.
Ne potremmo trarre luce, calore, stile di vita e consegna di esistenza coerente e corretta.
Assumo come “chiave di lettura” due testi di Vittorio.
Il primo è della primavera del 1968 all’indomani dell’uccisione di Martin Luther King: «Un cristianesimo più capace di essere lievito di ogni valore umano, più capace di offrirsi con amicizia a tutti gli uomini perché tutti sa amare, non è un cristianesimo facile, un cristianesimo poco rigoroso, un cristianesimo che rifiuti l’obbedienza al Padre se necessario fino alla morte, e alla morte di croce. Perché è dalla croce che nasce la nostra speranza, la nostra capacità di partecipare alle gioie e alle speranze e insieme alle angosce e alle tristezze dell’umanità. Per donare più gioia non vi è che un segreto: partecipare al mistero della salvezza della croce, della risurrezione, della morte che dà la vita… Ogni cristiano che, pur fatto segno di ostilità e di odio, dà la vita per i fratelli nell’amore e nella pace, partecipa in qualche modo al sacrificio redentore di Cristo. Per essere gioia del mondo non dobbiamo chiedere al Signore di scendere dalla croce ma di salirvi con lui».
II secondo è del giugno 1965 (Convegno nazionale Presidenti Diocesani AC: “Attuare il Concilio nel nostro tempo”). Riflettendo sulle trasformazioni della società affermava: «Mi è capitato sott’occhio un brano del filosofo indiano Saudin Sundar Singh che diceva: “Un giorno stavo seduto sulla riva d’un fiume. Presi dall’acqua un bel sasso rotondo e lo spezzai. L’interno era perfettamente asciutto. Quel sasso giaceva in acqua da lunghissimo tempo, ma l’acqua non vi era penetrata. Allora pensai che la stessa cosa succede agli uomini in Europa. Da secoli li circonda il cristianesimo, ma il cristianesimo non è penetrato, non vive in loro. L’errore non sta nel cristianesimo, ma nel cuore dei cristiani, che è impenetrabile come il duro sasso del torrente…”. È un’affermazione agghiacciante per noi. Io non credo che sia giusta, perché il cuore dell’uomo non è mai un sasso e perché lo Spirito non può restare inoperoso. Ma non può non farci pensare. Forse per questo è stato necessario che le guerre, le trasformazioni sociali abbiano arato e stiano arando così profondamente per rivoltare i solchi della nostra civiltà, perché il cristianesimo possa penetrarvi in maggiore profondità. È questa, certo, un’azione a termine lungo: che, con i semi gettai dal Concilio, germoglierà forse anche lentamente, secondo il ritmo della vigna del Signore».
Da questi testi – ispirati e emblematici vorrei cogliere due interrogativi e una sorgente dall’acqua sempre zampillante.
Primo interrogativo: Quale cristianesimo?
L’interrogativo si colloca dentro l’orizzonte socio-culturale della esplorazione alta e provocatoria di Italo Mancini del 1978 (Con quale cristianesimo, Coines Edizioni). Vittorio Bachelet, nella articolata stagione del suo lungo magistero, risponde con alcune linee di orientamento e impegnativi criteri di azione.
Quale cristianesimo?
- Non intimistico, ma interiore
Nella complessa (e anche prevenuta e pregiudiziale) discussione sulla c.d. “scelta religiosa”, Vittorio – nel 1973 – riassume: «Allora la scelta religiosa insegna al cristiano che la testimonianza di carità si fa per lui anche impegno civile e politico che non può delegare al gruppo e alla comunità ecclesiale, ma alla cui coscienza e responsabilità il gruppo e la comunità ecclesiale debbono formarlo». E già nel 1964 scriveva: «L’AC vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e il prossimo».
- Non fondamentalista, ma senza riduzione
È proprio l’amore inseparabile di Dio e del prossimo che dovrà tradursi nel «vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; e insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale e della convivenza civile» (1964).
La figura cristiana di Vittorio «incarna le beatitudini con fortezza e serenità» (p. Paolo Bachelet, 2010).
- Non prepotente, ma traboccante fiducia
Vittorio Bachelet ha la passione per la Chiesa e ha l’anima carica di entusiasmo per il Concilio. A collusione del grande evento ne diventerà gioioso cantore, testimone coerente, realizzatore feriale. E in quel dicembre del 1965 inviterà a farsi carico della “grande speranza aperta dal Concilio” e dirà: “essa si attuerà attraverso la nostra collaborazione: la mia, la tua, la nostra di povera gente che nonostante ogni fatica stenta a sollevarsi dal peccato, dalla mediocrità, dall’ egoismo e che pure Cristo chiama a collaborare, nella Chiesa, alla sua missione redentrice.
Secondo interrogativo: Quale laico?
È a tutti noto che, soprattutto dopo il Concilio, si aprì l’ampio dibattito su “i laici/il laicato” e in connessione sulla “laicità”. I testi conciliari (LG-GS-AA in particolare) e le attese e le sfide delle comunità ecclesiali, delle aggregazioni e associazioni laicali ponevano domande impegnative e ineludibili. E, insieme alla riflessione teologica, si ponevano le questioni pastorali e organizzative. Per l’AC toccò a Vittorio e don Costa tenere le fila per ridefinire questa “associazione di laici” e rielaborare lo Statuto. Non è questo il momento per rivisitare l’intera vicenda.
Qui vorrei, molto semplicemente, “scendere a valle” cioè esplorare le conclusioni, cercare di identificare le linee qualificanti e lo stile apostolico di un laico quale può e deve essere un cristiano maturato nell’esperienza associativa dell’AC.
Quale laico?
- Capace di essere lievito.
La metafora è evangelica e patristica: ed esprime la natura e la modalità di una trasformazione interiore, radicale, profonda destinata a produrre pane, alimento comune che da nutrimento. «Ci sono molti compiti per i cristiani nella Chiesa e ci sono compiti in parte diversi in tempi diversi», affermava Vittorio Bachelet nell’Assemblea nazionale del 1970 sul tema “La nostra scelta fondamentale”. E spiegava: «In particolare le associazioni di laici che collaborano al suo apostolato possono scegliere l’una o l’altra accentuazione nell’ampia gamma delle responsabilità che il cristiano laico ha nella costruzione e missione della Chiesa. Ma se vi è una svolta nella storia umana, se vi è un travaglio nella vita della Chiesa per corrispondere al piano di Dio perché non manchi alla nuova fase della storia dell’umanità l’annuncio e la testimonianza della sua Parola, allora non si tratta di operare piccoli aggiustamenti; non basta, anche se è necessario, portare ogni giorno il proprio mattone alla costruzione comune. Occorre incidere più nel profondo, riscoprire le radici della vocazione cristiana alla santità, e viverla in quella unione della sua Chiesa e insieme della storia umana… Nei momenti di svolta della storia si impone in modo più urgente per tutti i cristiani l’essere cristiani veri nella Chiesa e nel mondo, il vivere un’autentica esperienza cristiana nel suo fondamentale rapporto con Cristo e con i fratelli, cioè nell’esperienza originale della fede e della carità. La Chiesa esiste per questo. La pastorale non avrebbe senso se, preoccupata eccessivamente dei suoi metodi e della sua ristrutturazione, dimenticasse questa essenziale finalità». È stato questo, nel 1975, il suggestivo e alto magistero di Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. È il Papa che vede come compito primario e immediato dei laici «la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo. Il campo proprio della loro attività, della realtà sociale, del/’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione, quali l’amore, la famiglia, /’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza. Più ci saranno laici penetrati di spirito evangelico, responsabili di queste realtà ed esplicitamente impegnati in esse, competenti nel promuoverle e consapevoli di dover sviluppare tutta la loro capacità cristiana spesso tenuta nascosta e soffocata, tanto più queste realtà, senza nulla perdere né sacrificare del loro coefficiente umano, ma manifestando una dimensione trascendente spesso sconosciuta, si troveranno al servizio dell’edificazione del regno di Dio, e quindi della salvezza in Gesù Cristo» (EN 70).
Quale compito: lasciarsi penetrare dallo spirito evangelico e far lievitare i dinamismi della storia; far germogliare i semi del Verbo nel tessuto sociale. Non custodi delle serre né creatori di giardini, ma coltivatori dei campi, anche incolti, inariditi, sempre con la fiducia che “il deserto fiorirà”! L’importante – ricordava ieri (12.2) sull’Osservatore Romano Giovanni Bachelet – “è gettare seme buono”!
- Capace di offrire amicizia
Chi ha vissuto l’esperienza associativa in AC (tralascio qui di ricordare una lunga teoria di nomi e straordinarie figure) sa il sapore dell’amicizia. È ancora la lezione di Vittorio Bachelet. Già da giovane, i Fuci, a vent’anni, scriveva: «Agire, bisogna, certamente. Parlare, anche,a voce alta e sicura, tutte le volte che sia necessario, e spesso, molto spesso, è necessario agire e parlare con coraggio. Ma soprattutto è necessario agire e parlare con amore. Questo può essere più difficile oggi, in una società spezzettata o atomica, in cui ogni piccola frazione sente il dovere di chiudersi nella sua piccola fortezza puntando sulle altre le proprie barriere. Può essere più difficile per gli uomini che si trovano nel fuoco della lotta politica, con le sue miserie, con le sue slealtà, con la sua acre polemica» (Ricerca, 1947).
Difficile? Si. Ma questo è il comandamento nuovo ed è «difficile resistere alla forza dell’amore». E 30 anni fa, al suo funerale, tutto il Paese vibrò al canto limpido di questa forza. E lascio ancora parlare Vittorio. «Oggi è di moda l’integralismo. Umanesimo integrale, cristianesimo integrale, concezione integrale della vita. Non si vogliono più uomini a mille facce e mille atteggiamenti, si vogliono in sostanza uomini tutti di un pezzo, convinti fino in fondo delle loro idee, e capaci di tradurle in atto. E fin qui non possiamo che essere d’accordo. Il guaio comincia quando alle parole si passa ai fatti. Alla vita di tutti i giorni. Succede allora, per esempio, che invece di essere il cristianesimo a regolare in pieno ogni atteggiamento della nostra vita, siamo noi che trasportiamo i nostri piccoli modi di vedere nella concezione stessa del cristianesimo e mentre siamo in buona fede convinti di attuare un cristianesimo integrale, non facciamo in realtà che deformare spesso paurosamente la stessa concezione cristiana» (ibid.)
NB. P. Adolfo Bachelet ricordava di aver raccolto la confidenza di alcuni brigatisti che hanno affermato: “Noi siamo stati sconfitti quando siamo stati perdonati”.
- Capace di donare gioia
Ancora oggi suscita stupore che, nel 1975, Paolo VI abbia scritto l’Esortazione Apostolica “Gaudete in Domino”, “una specie di inno alla gioia”. È stato, in realtà, esplorato un vero e proprio itinerario di gioia nella vita di Papa Montini. Giovanni Paolo II, nel 2004, ha potuto dire: «Paolo VI recava nel cuore la luce del Tabor e con quella luce camminò sino alla fine, portando con gaudio evangelico la sua croce». Non atteggiamento che ignora ostacoli, difficoltà; non facile ottimismo: ma robusta fede, coraggio di speranza incrollabile, attesa del compimento. Vittorio Bachelet è vissuto in questo orizzonte. Amava richiamare il discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII (11 novembre 1962): “Gaudet Mater Ecclesia” esordì il Papa e volle prendere le distanze dai “profeti di sventura”. Era l’ottimismo che nasce dall’amore dei fratelli e soprattutto dall’amore di Dio; l’ottimismo che sa cogliere i valori positivi per costruirne dei nuovi, che preferisce ciò che unisce. Vittorio ne ha fatto ispirazione per la sua vita e gli ha consentito perfino la singolare vena dell’umorismo, facendone un “operatore di pace” (p. Paolo Bachelet, in Città Nuova, 3/2000).
Il Concilio, nato nella gioia, «può essere attuato e dare i suoi frutti pieni» (Convegno Nazionale Presidenti Diocesani, marzo 1966).
E, proprio in quel Convegno, Vittorio, dinanzi a qualche smarrimento e a qualche profeta di sciagure, volle leggere questo testo: «In questi ultimi tempi il mondo si è degenerato al dì là di ogni immaginazione; la corruzione e l’insubordinazione sono diventate cosa comune; i figli non obbediscono più ai genitori e ormai non può che essere imminente la fine del mondo«. E aggiunse: «si tratta dell’iscrizione di una tavoletta assira del 2800 a.c. circa!».
È proprio felice, allora, l’icona di Gedeone che per Vittorio hanno scelto ( la signora Maria Teresa, la figlia Maria Grazia, il figlio Giovanni): fede e coraggio e la gioia dei discepoli che hanno visto il Signore la sera di Pasqua.
A conclusione, però non è possibile eludere un terzo misterioso ma ineludibile – interrogativo:
Quale il “cuore” di questa vita e di tanta azione?
La risposta è contenuta nel testo del 1968 riportato in apertura. Lì si ritrova il cuore, la sorgente, la ragione del vivere e del morire di Vittorio Bachelet e lì ci sono i colori del suo impegno nella Chiesa e nel mondo.
Questo cuore è la Croce di Cristo.
È l’albero della vita piantato nel cuore del mondo: due legni, 5 chiodi.
Due legni: uno verticale, l’altro orizzontale.
a. Sempre tentati dall’“appiattimento” sull’egoismo, sulla pigrizia, sull’autosufficienza, sull’orizzonte chiuso abbiamo bisogno della trascendenza, della ulteriorità, del compimento: “la nostra patria è nei cieli…” (Fil 3,20; 2Pt 3,13; Eb 13,14). La Croce squarcia il cielo e tocca Dio.
b. Siamo altresì tentati di “estraneità” che è indifferenza, rifiuto, ostilità: “Sono forse il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Abbiamo bisogno di solidarietà, comunione, fraternità. La dimensione orizzontale della Croce abbraccia il mondo, stringe ogni lontananza in prossimità, rende vicini: “Voi siete tutti fratelli”; “voi siete miei amici”.
E Vittorio nel medesimo testo enumera cinque chiodi che collocano Cristo tra cielo e terra:
l’amicizia, la speranza, la condivisione, il perdono, la gioia
Su quel legno c’è il trionfo dell’amore, c’è la rivelazione del volto di Dio (Crucem vidisti, Trinitatem vidisti, scrive S. Agostino), c’è lo statuto di una nuova umanità.
E Vittorio Bachelet conclude in preghiera (e noi con lui): «Non chiediamo a te di scendere, ma di far salire anche noi»!
Lui, Vittorio, è stato esaudito: è salito. Anche lui, come il Primo, ci ha dato l’esempio. Per noi è una testimonianza e una consegna.
(Intervento di mons. Lorenzo Chiarinelli al XXX Convegno Bachelet, 13 febbraio 2010)