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Italia. “Siamo sempre gli stessi”, o quasi

di Mario Brutti

Chi ha consuetudine con le elaborazioni che il Censis svolge annualmente sulla società italiana sa bene come esse si reggano su una intelaiatura di fondo nella quale la base interpretativa è fornita dall’idea dello sviluppo nella continuità, procedente per evoluzione molto più che per diktat progettuali.

Di anno in anno il Censis ha delineato questo filone pressoché inesauribile, al quale si riconducono centinaia e centinaia di pagine fatte di letture brillanti, di slogan efficaci, di scavi non convenzionali che hanno contribuito alla costruzione di un modello di analisi dell’evoluzione sociale del nostro Paese da cui è impossibile prescindere per chiunque- studioso, politico, imprenditore, operatore sociale – si voglia confrontare con questo tema.

Né è a dire che anche con l’ultimo Rapporto presentato alla fine del 2009 questo modello non abbia dato i suoi frutti, visto che proprio nelle sue componenti di intreccio fra adattività e reattività il Censis individua la trama su cui si è costruita la resistenza alla prima grande crisi a carattere globale di questo inizio del terzo millennio, fino a concludere che “quel non saremo mai come prima” che un anno fa dominava la psicologia collettiva sembra essersi mutato in un “siamo sempre gli stessi” con i pregi e i difetti conosciuti e tante volte evidenziati.

Abbiamo messo in campo, ci dicono De Rita e il Censis, uno schema comportamentale che a ben vedere segue una traccia emersa fin dagli anni ’70 con l’esplosione della piccola impresa, del sommerso, del localismo economico, della cosiddetta famiglia spa, tutte risorse dotate di un’inesauribile forza di adattamento tale da consentire di superare il duro test di affidabilità proposto dalla crisi della quale peraltro vengono analizzati tutti i risvolti con dovizia di dati e di informazioni.

Tutto ciò viene sottolineato senza alcun trionfalismo e senza pur comprensibili compiacimenti di bandiera: anzi, ed è questa la vera novità del Rapporto, esso si chiede se una tale coazione a replicare espressa dal modello, sia pure e per fortuna con successo, non abbia in sé un qualcosa di necessitato, che nasconde una realtà sociale senza più gli stimoli interni ed esterni necessari per esplorare nuovi percorsi e nuove visioni.

Una domanda inquietante, tanto più quando si avverte nel profondo un dolente mix di stanchezza e vergogna per i tanti fenomeni di degrado valoriale, o almeno comportamentale, che vanno caratterizzando la vita del Paese: una constatazione che il Censis fa sua con un linguaggio non certo usuale nella sua tradizione retorica.

Il fatto è che sono sempre meno spendibili come fattori di mobilitazione sociale e politica le tre grandi culture cui si è abbeverato lo sviluppo italiano degli ultimi 150 anni:

  • la cultura risorgimentale, quella che ha fatto storicamente l’Italia e gli italiani, elaborata da una ristretta elite che legava il futuro del Paese alla centralità dello Stato come soggetto dominante facitore di regole omogenee e di un loro costante controllo e rispetto: una cultura alla quale si riconducono elementi di indiscutibile rilievo (il primato della legalità, i valori di libertà, la divisione dei poteri, il sentimento dell’unità patriottica, ecc.), spesso assai più omaggiati che rispettati;
  • la cultura riformista, per la quale la politica è chiamata a modificare le strutture pubbliche in relazione al peso crescente dei bisogni sociali, esprimendo una classe dirigente orientata in questa direzione nell’ottica del primato delle riforme;
  • la stessa cultura della soggettività individuale, della competizione, della primazia del libero mercato, saldata con una forte personalizzazione dei meccanismi decisionali, oggi apparentemente egemone, sembra destinata a sfarinarsi, di fronte agli squilibri e alle disuguaglianze sociali da essa generate, compromettendo qualità e coesione della vita collettiva, senza d’altro canto restituire risorse idonee a far fronte alla complessità dei problemi che incombono.

Ne consegue che nessuna di queste tre culture nella propria autoreferenzialità appare capace di innervare pensieri e gruppi sociali trainanti, tanto meno di esprimere una elite dirigente.

Nella visione del Censis l’Italia appare in una condizione di sospensione, retta unicamente da quel suo particolare modello di sviluppo processuale e incrementale, di cui però, oltre alle virtù innegabili, affiorano i costi di entropia, definiti in una “discesa di gradino nella vitalità e nella velocità dello sviluppo nazionale”.

Con grande onestà intellettuale il Rapporto riconosce che “in una situazione come quella italiana è difficile applicarsi seriamente alle prospettive del nostro sviluppo, fare interpretazione e sintesi di quello che sta avvenendo, definire nuovi obiettivi da perseguire, prospettare cosa sarà il ‘dopo’ senza cadere in inadeguati ritorni al passato o in utopiche fughe in avanti”.

Alla domanda il Censis propone una risposta in termini di metodo, nel senso che “il destino del nostro sistema, fors’anche inconsapevolmente, è quello di costruire costantemente il dopo in uno scambio continuo e in una costante combinazione fra adattamento e sviluppo incrementale”.

È ovvio, tuttavia, che l’applicazione del metodo necessita tanto di una definizione di contenuti appropriata alle caratteristiche delle sfide con cui ci si deve confrontare quanto di soggetti, individuali e collettivi, capaci di farsene carico ai fini di un percorso di autentico sviluppo.

È difficile immaginare che, pur in una situazione ad elevato tasso di frammentazione e di contrapposizione, si possa eludere l’esigenza di un orientamento valoriale e di un mix di obiettivi condivisi.

Probabilmente in tale prospettiva si può ancora far ricorso al meglio delle nostre culture precedenti con un processo di ibridazione che tenga conto dei grandi mutamenti di contesto entro cui il Paese si muove (le trasformazioni demografiche, l’impatto dell’immigrazione, le spinte verso il federalismo, tanto fuori quanto dentro i confini nazionali, la nuova fase dei processi di globalizzazione con le conseguenti implicazioni sul piano della governance in funzione di obiettivi comuni).

Dovremo però modificare radicalmente l’approccio ai problemi, passando dall’attuale settorializzazione a una riconosciuta consapevole trasversalità, spingendo al massimo sulla valorizzazione delle interrelazioni.

Riunificare i diversi spezzoni esistenti in una nuova cultura collettiva condivisa a partire dalla molteplicità delle proprie radici è operazioni di non poco conto che si deve giovare sicuramente delle migliori risorse tratte “dal basso”, ma che non può prescindere da un apparato di governo coerente: versanti, entrambi, che ripropongono l’esigenza di disporre di un’elite ampiamente diffusa, capace di rispondere con le idee e con i comportamenti alle nuove domande di bene comune.

Su questo tema il Censis viene a convergere con un’esigenza riproposta più volte in questi ultimi anni, si vedano in particolare le elaborazioni promosse dalla LUISS con i Rapporti dedicati al problema di come “Generare classe dirigente” e alla riattualizzazione di un tema che ha ascendenze lontane nel pensiero sociopolitico italiano (da Mosca, Michels e Pareto fino a Guido Dosso e Luigi Sturzo) e che ha registrato l’impegno concreto, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, di molta parte del mondo cattolico con l’esperienza delle Scuole di formazione politica.

Se è vero che una classe dirigente non si produce in laboratori chiusi e con logiche di tipo tecnocratico, è anche vero che essa può crescere solo in un ambiente formativo recettivo nei confronti dei criteri dell’innovazione e del merito.

In una fase storica come l’attuale, che è avviata a segnare un passaggio di ciclo di assoluto rilievo, farsi carico di questo problema appare una priorità non rinviabile.

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