Dalla guerra alla pace
Lo dice Benedetto XVI nel suo messaggio in occasione del primo gennaio.
Le guerre iniziano strombazzando alti motivazioni e nobili scopi. Ma si impantanano in effetti perversi, in drammi diffusi, in odio che cresce, in sofferenze nascoste e che si trasmettono di generazione in generazione.
Giovanni Paolo II rimase da solo a condannare la guerra in Irak. Sappiamo poi come sono andata le cose, e non è una grande soddisfazione poter dire che aveva ragione.
Mi è giunto pochi giorni prima di Natale il piccolo periodico delle Piccole Sorelle di Gesù, “Notizie delle fraternità” (Iesus Caritas). Ecco come termina l’articolo delle Piccole Sorelle in Irak (dove sono presenti dal 1955):
“Il Paese è stato completamento distrutto, prima dalla guerra del Kuwait, poi dalle sanzioni economiche e in seguito da ciò che comporta la presenza dell’esercito americano. Questa situazione è più dolorosa di quella vissuta al tempo di Saddam, quando almeno c’era un buon livello di assistenza nelle scuole, nelle università e negli ospedali, dove tutti potevano usufruire delle cure.
Ci si chiede come si può arrivare a una tale distruzione. Malgrado tutto, manteniamo la speranza nell’avvenire e che il Signore non dimenticherà il sio popolo” (“Notizie delle fraternità”, n. 34, 2009-2010, p. 11).
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Ha detto bene il vescovo di Lugano monsignor Pier Giacomo Grampa, quando ha osservato che «la maggioranza di chi ha detto no ai minareti, non l’ha fatto per difendere l’identità cristiana, ma per blindare il proprio egoismo». Il “sì” in Svizzera, cioè il “no” ai minareti, ha vinto nei cantoni dove gli immigrati sono pochi. Ha perso a Basilea e a Zurigo, dove l’integrazione funziona.
L’Osservatore Romano ha scritto che i “minareti” sono “come i crocifissi”, perché «la religione non può essere un fatto privato». Vietare la preghiera e i richiami a essa è una bestemmia contro Dio. Qualcuno ci prova, ogni tanto, anche col suono delle campane, per una questione di “ecologia” acustica. Eppure, dai minareti svizzeri nessun muezzin alza la voce. Sono simbolo di preghiera. E niente di più.
Qualche tempo fa andava di moda predicare l’ateismo. Ora sentiamo predicare con grande enfasi la necessità della “religione”, ma sono leciti molti dubbi in proposito.
Nel 1933 anche Hitler propugnava una “religione”, certamente non quella cristiana:
“Per il nostro popolo la religione è una quesione capitale. Tutto dipende dal fatto di sapere se essa resterà fedele alla tradizione giudaico-cristiana e alla morale servile della pietà, o se invece avrà una nuova fede, forte ed eroica, in se stessa e in un Dio inseparabile dal suo destino e dal suo sangue” (citato da Rauschining, Hitler mi ha detto, Roma, Edizioni delle Catacombe, 1944).