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Calabria. Un nuovo orizzonte

di Enzo Romeo

C’è una parola usata in Calabria per accogliere lo straniero: favorite. Si dice ancora così, «favorite», per invitare chi si presenta sull’uscio di casa, ricco o povero che sia, a condividere ciò che si ha. Una tradizione antichissima, quella dell’accoglienza, in questa regione che fu culla della Magna Grecia. Nonostante tutti i cambiamenti apportati dal cosiddetto progresso e dalla globalizzazione, e a dispetto di ciò che abbiamo sentito e visto da e su Rosarno, l’ospite in Calabria ha ancora un che di sacro, è un inviato da Dio che va accolto e rispettato. Tanto più considerando che sul terreno della cultura greca vennero poste solidissime fondamenta cristiane. L’apostolo Paolo passò da Reggio nel suo viaggio verso Roma e con lui il seme della cristianità attecchì profondamente insieme all’attenzione per il povero e lo straniero.

Non c’è luogo in Europa dove si veda meglio il risultato dell’incontro tra ellenismo e giudaismo cristiano. La Calabria divenne in epoca bizantina una nuova Tebaide, dove migliaia di monaci venuti da Oriente trovarono i loro eremi di preghiera. Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi sono tutti stranieri che nei secoli hanno riempito questa terra, lasciando dietro di loro più il canglore delle armi e la rapacità amministrativa che il segno della civiltà. E forse per sfuggire idealmente a un destino sempre brutale ed amaro, proprio dalle montagne della Calabria sorse il canto poetico di Gioacchino da Fiore, con l’aspettativa di una terza epoca fatta di pace e di amore; per evadere da una città terrena impastata di lacrime e sangue, fu da una struggente vallata calabrese – quella di Stilo – che lo spirito inquieto e illuminato di Tommaso Campanella si mise alla ricerca della Città del sole.

Periodicamente – a ogni catastrofe naturale, a ogni invasione, a ogni iniquità causata dall’uomo – la Calabria appare come una terra naufraga, come un iceberg staccatosi dal resto d’Europa che va alla deriva in mezzo al Mediterraneo. Tutto è miseria, tutto è crimine, tutto è squallore. Tanto che molti si chiedono – come ha fatto Antonello Venditti – perché Dio ha creato la Calabria. Già, perché? Per comprenderlo bisognerebbe rileggere le pagine di un grande “missionario laico” come Umberto Zanotti Bianco. Lui ebbe il coraggio di vivere «tra la perduta gente». Lui, piemontese, dal 1910 al 1928 (quando fu allontanato dai fascisti) condivise le indigenze e il degrado di vita a cui la sorte o la storia ha spesso condannato i calabresi, e così scoprì anche la bellezza d’animo che si nasconde in questa popolazione. Una bellezza sotterrata dal sottosviluppo, dalla mancanza di lavoro, dalla lontananza delle istituzioni, dalla sopraffazione mafiosa. Nelle sue missioni di aiuto negli isolati paesi aspromontani, Zanotti Bianco sentiva spesso ripetere con fatalismo: «Simu tutti poveri’nfelici». Lo stesso motto che potrebbero ripetere oggi tanti extracomunitari, come ci ostiniamo a chiamare i fratelli immigrati, quasi fossero extra-umani, irrimediabilmente diversi. Eppure, tanto nel calabrese quanto nell’africano, la perla che c’è in fondo all’uomo brilla in maniera straordinaria quando è portata alla luce.

Questo lavoro di scavo, però, richiede molta fede. Fede nell’uomo, nel Meridione, nelle possibilità di un cambiamento che ai più appare difficile o impossibile. E, perché no, fede nella Provvidenza, che ci viene dal nostro essere cristiani. Nei suoi spostamenti in treno lungo le coste dello Jonio o del Tirreno Zanotti Bianco guardava dal finestrino le distese malariche accanto al mare incantato e chiudendo gli occhi sussurrava: «Qualcuno li aprirà su un altro orizzonte. Lo credo disperatamente».

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