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Una generazione bruciata

di Cristiano Nervegna

Pier Luigi Celli, Direttore generale della Luiss, già Direttore generale della RAI, ha scritto recentemente una lettera pubblica al figlio, che si affaccia al mondo del lavoro, aprendola con queste parole: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”.

Questa cosa io l’ho sempre pensata! Così come le altre contenute in quel testo, solo che non mi è mai piaciuto lamentarmi e, quindi, le ho un po’ nascoste dentro di me o condivise esclusivamente con un ristretto gruppo di amici (illusi pure loro!). Se le dici più forte, ho avuto modo di notare, generalmente chi ti ascolta pensa che hai qualcosa di personale contro qualcuno o, peggio, che non ce la fai a reggere il peso della vita. Insomma che sei un “debole”!

Mi sono chiesto, nel leggere questa lettera durissima (pubblicata dal quotidiano La Repubblica), scritta da chi ne deve aver viste tante (oppure ha soltanto guardato dall’interno quello che tutti noi sperimentiamo quotidianamente in ambiti differenti), se, difendere la verità, non valga il rischio di essere considerato “debole”? Soprattutto quando l’ipocrisia di una generazione, che fa sempre finta di nulla (“questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti”), si ammanta di forza.

Sono di questi giorni gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile: non li riporto perché fanno male. E ti viene in mente il Sud del Paese, che fa media, e quindi consente a qualcuno di fare ancora finta di niente. Ma oltre i dati, i volti, per chi ancora guarda le persone e pensa che potrebbe essere tutto diverso.

Scrive Celli: “Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi”. Non so se è vero, e quanto impegno ci hanno messo veramente. Quante volte hanno detto “forse” invece di fare scelte chiare. Come ci siamo arrivati a questa situazione?

Io ricordo bene quando ci dicevano, ad esempio, che con la flessibilità (che dopo un secondo era solo precarietà lavorativa) avremmo risolto il problema del lavoro per i giovani, affrontato meglio la crisi e invece era altro; il solito scambio sulla testa di chi si lamenta troppo.

Oggi, se ci convinciamo che la verità indebolisce è finita: è finito tutto!

A me non va di lasciare il Paese: le responsabilità di quella generazione non sono le mie. In attesa che facciano un esame di coscienza e si lamentino loro di loro stessi, noi scegliamo la verità.

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

    Le religioni nella sfera pubblica

    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.