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Tra mitigazione e adattamento

di Sofia Alma

I cambiamenti climatici repentini, richiedono uno sforzo maggiore di adattamento rispetto a quanto l’uomo sia stato costretto a fare in passato. Inondazioni, innalzamento del livello del mare, desertificazione, minacciano interi Paesi come il Bangledesh e in generale gli Stati insulari o aridi, che hanno urgente bisogno di cooperazione tecnologica mirata alla riduzione delle emissioni, piuttosto che di finanziamenti.

Nel settembre del 2000 con l’approvazione unanime di 191 Paesi, a New York, sotto l’egida dell’Onu, è stato sottoscritto un accordo di cooperazione multilaterale, il cosiddetto Vertice del Millennio, in cui i leader mondiali hanno fissato 8 Obiettivi di Sviluppo. Un patto congiunto tra Paesi ricchi e Paesi poveri, fondato sul reciproco impegno a fare ciò che è necessario per costruire giustizia sociale ed economica. L’Obiettivo 2015 per eccellenza ha come fine ultimo quello di dimezzare la povertà, come presupposto essenziale della pace nel mondo. Il punto 7 riguarda proprio la sostenibilità ambientale, che mira ad integrare principi di sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi di sviluppo dei Paesi sottoscrittori, e ad invertire la tendenza alla perdita di risorse ambientali, ridurre la biodiversità e la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

Salvaguardare il Creato è una responsabilità che unisce tutti, perché il pianeta è un bene comune dell’umanità. Il cambiamento climatico non è un problema che riguarda un singolo Stato, ma richiede una governance della comunità internazionale; e la soluzione promossa per contrastarlo è la mitigation, quindi la riduzione di emissioni di gas ad effetto serra, mediante piani di incentivazione delle energie rinnovabili come sole, vento, mare: fonti inesauribili che assicurerebbero uno sviluppo sostenibile, soddisfacendo il bisogno delle generazioni presenti senza compromettere le generazioni future.

Il Protocollo di Kyoto, ratificato da 187 Paesi, non gode della firma degli Stati Uniti d’America, e nonostante le difficoltà incontrate nel doverlo attuare, rappresenta una pallida risposta multilaterale all’emergenza climatica. L’ultima tappa di questo cammino è stata la Conferenza di Copenaghen, iniziata lo scorso 7 dicembre 2009, e la sfida più importante sottoscritta dalle delegazioni con premier e capi di Stato è quella di riuscire a contenere il surriscaldamento della temperatura della Terra di 2 gradi celsius rispetto ai livelli di temperatura “preindustriali”. Ma tutto questo, richiede uno sforzo che passa dal globale al locale, è pertanto necessaria la pianificazione territoriale di ogni singola nazione, a seconda della propria specificità ambientale, culturale, economica e sociale.

La seconda strada proposta per contrastare la bomba climatica è l’adaptation, che richiede un adattamento a quello che c’è, e quindi la capacità di gestire le conseguenze del cambiamento in atto. Il metro di misura per capire in che modo bisogna adattarsi è rappresentato dal grado di vulnerabilità, che si ottiene facendo riferimento a situazioni pregresse, e impostando una metodologia attenta per la lettura delle variabili ambientali e territoriali. Quindi, l’esigenza è quella di organizzare una prevenzione dinamica, trovare soluzioni per il presente con uno sguardo rivolto al futuro. Interventi in grado di cambiare metodi e tecniche dell’uso delle risorse e della produzione economica, e che abbiano un basso impatto ambientale, rispettando la biodiversità che rappresenta la possibilità di futuro della vita sulla Terra; un basso impatto economico, evitando danni all’agricoltura e all’allevamento. Ma soprattutto cercando di non sconvolgere l’assetto idrogeologico di un territorio, per non dover parlare come già è accaduto di catastrofe annunciata.

È necessario coordinare le misure di mitigazione con quelle di adattamento al cambiamento climatico, attraverso un piano che in un’ottica di piena sostenibilità ambientale comprenda le migliori strategie di intervento per quanto concerne la difesa del suolo, la gestione delle coste e delle risorse idriche; oltre a prevedere un programma di partecipazione e di informazione che sensibilizzi l’opinione pubblica sui rischi e sulle opportunità del cambiamento in atto.

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