Fame di speranza, fame di giustizia
di Antonello Ferrara
Più che la sazietà di aver appreso nuove informazioni e una nuova presa di coscienza, la sensazione di una fame di giustizia robusta e propositiva. Quanto resta alla fine del Convegno di Palermo su “Il lavoro nella legalità, il contributo dell’Azione Cattolica”, promosso dalla Presidenza nazionale e dalla Delegazione regionale di AC, è il risultato voluto e cercato di un appuntamento che non doveva dare risposte, ma generare domande, che non doveva celebrare un percorso, un progetto fatto, una speranza realizzata, ma doveva porre dei dubbi e stimolare la pancia dei presenti. Così è stato.
Un dubbio forte è: se è o meno mio compito di cittadino credente impegnarmi nella città per cambiarla. Perché in parrocchia si sta così bene, abbiamo i nostri spazi già previsti, le nostre funzioni ben organizzate.
Ma questo Convegno voleva far nascere un dubbio e fare venire fame, tanta fame.
I dati presentati nel corso dei lavori e relativi allo stato economico della regione più grande d’Italia hanno stuzzicato abbondantemente l’appetito. È stato reso quanto mai visibile l’allarme sociale che potrebbe esserci alle porte. Settori come l’agricoltura, il terziario e quello dell’industria sono fortemente in crisi e soprattutto non appare all’orizzonte una nuova prospettiva. Eppure la posizione geografica della Sicilia dovrebbe aiutarla, soprattutto in prospettiva della libertà di transito che avranno le merci nel Mediterraneo dal prossimo 2010.
Se crolleranno definitivamente i capisaldi dell’economia siciliana il conflitto sociale sarà molto teso, coinvolgerà ampi strati della società e nessuno ne sarà escluso.
Inoltre la fragilità dei dati economici legati alla progressiva diminuzione dei trasferimenti di liquidità dal Centro all’Isola hanno reso il Pil sempre meno forte con un tracollo costante e verticale negli ultimi anni, rendendo la Sicilia l’ultima regione in qualsiasi dato economico.
I dati del centro studi Svimez ricordano come in Italia ogni cento persone, 52 lavorano. Questo dato in Sicilia è addirittura inferiore: lavorano 36 persone su 100. Eppure, pensiamoci, se davvero questo fosse il dato reale dei lavoratori in Sicilia, sicuramente la situazione economica sarebbe ancora peggiore. Ma non lo è, come mai? La consapevolezza che i dati reali sono migliori di quelli letti dagli economisti non riesce a farci gioire, anzi dimostra che evidentemente l’illegalità ha un ruolo non solo forte, ma tale da influire sull’assetto sociale ed economico dell’Isola. E, infatti, ecco i posti di lavoro in nero, ed il conseguente controllo dell’illegalità sulle sorti della vita delle persone. Ci si rende conto di quanti possono essere i cittadini non liberi ma ancora schiavi nella nostra Sicilia!
A tutto questo vanno sommati i dati relativi all’emigrazione dei giovani, anche laureati, verso il Nord, o comunque al di fuori dell’isola. Segnale di una mancanza di sinergia tra Università e soggetti di impresa, e mancanza di un coordinamento politico per affrontare questo problema.
Sulla carta l’Azione Cattolica non potrebbe far nulla, con un ruolo che potrebbe apparire marginale. Eppure questa marginalità potrebbe essere un’opportunità per lavorare in una dimensione quotidiana e costante all’interno della società, per promuovere un maggiore coordinamento tra le forze sane, cattoliche e no, che intendono essere protagoniste serie sul territorio.
Questo ruolo non nasce per caso, per venire incontro ad un’esigenza personale, ma è legato alla concretezza di quei tanti iscritti che oggi si dedicano con passione alla politica. Questo ruolo è legato alla storia poiché abbiamo avuto nelle fila dell’Azione Cattolica persone come don Sturzo e La Pira. È legato a quegli iscritti all’AC che hanno pensato al rilancio dell’agricoltura nei territori con l’istituzione delle Casse Rurali che nacquero proprio al centro della Sicilia, in particolare a Caltanissetta.
Oggi, come ieri, questa volontà di essere protagonisti come Azione Cattolica nei luoghi di vita ha una forte matrice spirituale che ci spinge a cambiare la vita e ci convince a voler cambiare il mondo. E ad avere fame. E questa fame, soprattutto di cambiamento, non deve essere delegata solo ad una volontà personale, ma ad una consapevole scelta di fede in una forte scelta spirituale.
È questa spiritualità che ci fa venir fame di responsabilità, quelle che siamo chiamati ad assumerci come cittadini.
È questa spiritualità che ci fa venir fame di formazione politica ed economica rivolta al bene comune secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa.
È questa spiritualità che ci fa venir fame di quella giustizia sociale che dobbiamo generare evidenziando, da protagonisti, i problemi, le speranze, le potenzialità del nostro territorio.
La lettura dei dati economici, il racconto delle esperienze personali che sono emersi durante il Convegno di Palermo non possono soddisfare e rendere satolli i siciliani che vi hanno partecipato. Perché quando la mancanza di lavoro genera quella fame che fisicamente ti prende lo stomaco, solo la più pressante fame di legalità, che tanti in Sicilia hanno, può farti gustare tutta la dolcezza che nasce dalla fatica del rispetto delle regole. Già. Solo un popolo affamato di giustizia sociale e di una sana economia può avere la forza di sovvertire un andamento economico così povero e che favorisce pochi fortunati e rende le persone schiave e non libere.
È questa fame che l’Azione Cattolica deve interpretare per promuovere nei credenti la volontà di cambiare gli stili della propria vita.