Sulle rovine di noi
“Sulle rovine di noi” è la citazione di un verso del poeta Thomas Eliot, che lo scrittore di adozione abruzzese Giovanni D’Alessandro ha scelto come titolo per il suo ultimo libro, dedicato al dramma del terremoto de L’Aquila. Ma potrebbe essere la frase posta a epigrafe delle tante catastrofi naturali che il nostro Paese ha vissuto nel passato e vive ancora oggi, una tragedia ininterrotta nel tempo di cui l’episodio di Ischia costituisce solo l’ultimo, doloroso atto.
Il copione è ben noto: una frana si era verificata nella stessa Ischia tre anni fa, nel 2006, spazzando via la vita di un uomo e delle sue tre figlie; e le immagini richiamano la stessa drammatica scena a cui abbiamo assistito solo poche settimane fa, quando colate di fango e detriti hanno ricoperto vie e abitazioni delle frazioni dei comuni di Scaletta Zanclea e di Messina. Ma Ischia, così come le frazioni del messinese, costituisce il simbolo della nostra Italia, in gran parte ad alto rischio di dissesto idrogeologico per la sua stessa conformazione geologica e geomorfologia da un lato, e per un’azione dell’uomo spesso selvaggia e incontrollata dall’altro.
L’abbandono dei terreni montani, un’agricoltura invasiva e poco rispettosa dell’ambiente, il disboscamento, una cementificazione senza freni, non hanno fatto che aumentare la fragilità di un equilibrio ambientale già precario. Ma il rischio idrogeologico, termine generale con il quale si fa riferimento agli effetti di fenomeni come per esempio le frane, le alluvioni, le valanghe, non è localizzato solo in alcune parti del Paese: se a lungo si è ritenuto che lo “sfasciume pendulo”, individuato in Calabria ai tempi di Giustino Fortunato, fosse una caratteristica solo del Sud Italia, le cronache ci mostrano come esso caratterizzi in realtà tutte le latitudini e i diversi territori, montuosi e pianeggianti: basti pensare, solo con riferimento al 2009, all’alluvione del Piemonte dell’aprile scorso o alla frana di Borca di Cadore in Veneto, che ha spazzato via la vita due persone.
Da cristiani, siamo chiamati a ricostruire queste “rovine di noi”: non solo sul piano personale, cercando di ricomporre i frammenti di esistenze lacerate attraverso la vicinanza, commossa e partecipe, alla tragedia di chi sta affrontando questi eventi drammatici (il pensiero va anche ai tanti soci di Ac che si sono stretti con amore e dedizione ai fratelli de L’Aquila e di Messina); ma anche sul piano dell’etica pubblica, elaborando una cultura della prevenzione, fondata sulla responsabilità e sull’educazione. Non è facile: mentre i costi della prevenzione sono pagati nel presente, i benefici si vedranno in un lontano futuro. Inoltre, sono benefici intangibili: si tratta di disastri che non accadono. Ma la sfida, per noi, è operare oggi per il bene comune con quel magis, quel pizzico di intelligenza e di umanità in più, nella consapevolezza di impegnarci nel nome di un bene che non vediamo.