Non offendiamo i più piccoli
di Donatella Pagliacci
Credo sia doveroso, in tempi in cui la sfera privata riveste un interesse mediatico di eccezionale portata, non dimenticare i molteplici soggetti che, a prescindere dalla loro volontà, si trovano dentro questa macchina impazzita e senza conducente; i quali senza avere alcuna responsabilità e grazie alla sconsiderata follia altrui si trovano nell’impossibilità di scendere con le proprie forze e rimanerne incolumi.
Per uscire dalla metafora, mi chiedo: cosa accade nella vita di un figlio il cui padre o la cui madre finisce all’improvviso, non per virtù o meriti personali, sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali o internazionali? Dietro la domanda, una non troppo velata convinzione: tutti e senza eccezione siamo responsabili della serenità di coloro che, a causa del nostro legittimo diritto all’informazione, finiscono per scoprire la moralità o l’immoralità di chi è per l’opinione comune solo un comune cittadino, che riveste un ruolo di responsabilità nelle istituzioni pubbliche, ma per gli sguardi innocenti di un figlio, un genitore autorevole ma fragile.
Non siamo più abituati a leggere un fatto nella complessità di tutte le sue implicazioni, e forse non si insiste abbastanza sull’effettiva e collettiva responsabilità a cui siamo chiamati dinanzi all’ossessiva curiosità che alimentiamo giorno dopo giorno nei riguardi della vita privata altrui.
C’è una ferita profonda che non deve essere oscurata: è quella che con la nostra curiosità continuiamo a provocare nei riguardi di giovani innocenti, bambine e bambini, incapaci di rimanere indenni nel caos mediatico che si scatena intorno all’ultimo fatto di cronaca, quello più scabroso. Credo che in questa fase storica il prezzo più caro lo stanno pagando questi deboli innocenti, lontani dalle vicende di adulti sempre meno capaci di dirigere la propria vita nella direzione del bene.
Una riflessione si impone: sono convinta che la nostra vita non sia soltanto la nostra vita. Somiglia più ad un terreno in cui molte e nuove piante sperimentano la possibilità di crescere. Ma le nostre vite sono sempre meno fertili e lo spessore spirituale, che dovrebbe ispirare e sorreggere tutto il nostro vissuto, si è contratto fino ad essere impercettibile, irriconoscibile, inesistente e così finiamo per credere che ogni scelta e ogni decisione sia soltanto nostra, dimenticando una lezione che a partire dall’antropologia cristiana dei padri della Chiesa costituisce un insegnamento indelebile: il noi precede l’io.
Tradotto in un linguaggio più diretto e immediato significa che dobbiamo riscoprire che il nostro essere è essenzialmente relazione. Come ci ricorda anche il Pontefice: “La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio” (CiV, 53). Siamo degli esseri relazionali, chiamati alla relazione fin dal primo istante in cui veniamo al mondo; siamo già da sempre dentro una comunità vivente e incarnata nei valori e nelle tradizioni della famiglia di origine a cui apparteniamo, e questo sfondo, come lo chiamerebbe Scheler, costituisce il nostro patrimonio di affetti e di valori che ci contraddistinguono e che abbiamo la possibilità di rappresentare con la nostra vita.
Il peso della nostra responsabilità per questo si accresce. Non è sufficiente provare vergogna per i comportamenti che offendono e minacciano la serenità dei nostri cari, dobbiamo riscoprire il linguaggio della purezza del cuore e della capacità di non scandalizzare i più piccoli. Le loro vite sono affidate alla nostra coscienza, e alla nostra capacità di rispettare e coltivare finché è possibile la loro innocente ingenuità.