Le intuizioni di Lazzati sull’essere cristiani
di Marco Ivaldo
È trascorso un secolo dalla nascita di Giuseppe Lazzati (Milano 22 giugno 1909) e più di venti anni sono passati dalla sua morte il 18 maggio 1986. La sua personalità, la sua testimonianza, il suo pensiero costituiscono un punto di riferimento spirituale vivo per molti. Si è avviata la causa di beatificazione, che ha superato la fase diocesana e si trova adesso davanti alla Congregazione per le cause dei Santi.
Certamente molte cose nella società, nella politica, nella cultura, nella chiesa sono mutate, talora profondamente mutate, da quando Lazzati ha lasciato la scena di questo mondo, con l’estremo messaggio, riferito da alcuni testimoni, di “costruire l’uomo, con impegno”. Nei suoi testi, poi, molte formulazioni risentono del tempo storico, del contesto culturale, dell’orizzonte dottrinale in cui sono state elaborate. Tuttavia attraverso queste formulazioni e nei suoi scritti operano e si manifestano alcuni pensieri fondamentali sulla responsabilità e la testimonianza del cristiano laico, che offrono a mio giudizio una visione tuttora consistente e valida sull’esistenza del cristiano nel mondo, e si pongono come un contro-canto produttivo rispetto ad altri punti di vista, che probabilmente godono oggi di più visibilità e apparente successo, ma che a mio giudizio non sprigionano altrettanta forza di verità e una paragonabile persuasività.
Vorrei muovere da una riflessione di Lazzati elaborata nel 1981 e apparsa su Vita e pensiero (n. 10) con il titolo: “Il vero scoglio della presenza cattolica”. Qui Lazzati prendeva posizione sulla discussione allora intensa su una “più vivace ed efficace presenza dei cattolici nel paese”, discussione sollecitata dagli esiti dei referendum, che sembravano documentare “la diminuita efficacia di una presenza cattolica”, e dai progetti di “rinnovamento” o di “rifondazione” della Democrazia cristiana, avanzati in funzione di un potenziamento della presenza dei cattolici nella società e nella politica.
Ora, colpisce in questo articolo che Lazzati sposti completamente il terreno sul quale a suo giudizio doveva e poteva essere elaborata una risposta consistente sia su quale fosse il “vero scoglio della presenza cattolica” sia sulla maniera di superarlo.
È ben noto che Lazzati non sottovalutava affatto il valore della politica, alla quale aveva dedicato parte della sua vita e significativi e meditati pensieri, e che egli, anche e proprio in quegli anni, non intendeva affatto esulare dalla questione specifica di “riscattare la politica”. Eppure egli afferma in quello scritto che il problema dei cattolici non era politico, ma aveva la “radicalità che appartiene all’essere e come tale condiziona l’agire”. “È il problema – spiegava – dell’essere cattolici oggi, dell’esserlo non astrattamente ma nel contesto della chiesa che è in Italia, oggi, e del suo rapporto con il mondo contemporaneo espresso nella situazione del nostro paese”. Si chiedeva poi: “[È] problema della chiesa, dunque?”, e rispondeva concisamente: “Non è possibile negarlo”.
Lazzati identificava cinque carenze della chiesa (il loro numero non può non richiamare alla mente la grande opera di Rosmini), e così le esprimeva:
- la scarsa coscienza nei cattolici “di che cosa significhi essere cristiani” “non a parole ma nello stile di vita”;
- l’inadeguatezza della formazione offerta dalle comunità cristiane e l’affermarsi di progetti educativi che facevano perdere, a suo giudizio, “l’idea e il senso dell’unità della chiesa”;
- la pressoché assente consapevolezza della vocazione e missione dei cristiani laici secondo il concilio Vaticano II e il diffondersi di visioni del laico che separavano fede e vita oppure restringevano il suo compito ai soli ministeri più strettamente ecclesiali;
- l’insufficiente coscienza che senza una adeguata cultura non si poneva “la condizione iniziale per un presenza operativamente efficace di cattolici” nella città terrena;
- infine la quasi totale carenza di quelle familiari relazioni dei laici con la gerarchia di cui parla la Lumen gentium, e dalle quali, secondo questa costituzione conciliare, “si devono attendere grandi vantaggi per la chiesa” (n. 37).
Si vede che Lazzati sollevava in questo modo il tema decisivo dell’essere cristiano, dell’identità concreta della fede, di ciò che si può designare, con una espressione di Enzo Bianchi, la differenza cristiana. Sollecitava poi a rimeditare la forma della chiesa che i credenti devono vivere, costruire e testimoniare nel mondo. Richiamava infine la necessità di una cultura che riferendosi continuamente alle componenti fondamentali di una antropologia cristiana ne sapesse trarre ed esplicitare creativi significati.
In altri termini Lazzati invitava a riconnettersi in maniera concreta e viva alla meditazione del Vaticano II sulla essenza della fede cristiana, e sull’autocoscienza della chiesa e la sua missione.
Non si può dire che la chiesa abbia affrontato il problema del saggio di Lazzati, cioè la “più vivace ed efficace presenza dei cattolici nel paese”, secondo la scala di priorità richiamata da lui.
Proprio di fronte a questo quadro di problemi e di esigenze ritengo che la scala di priorità disegnata da Giuseppe Lazzati e in generale la sua visione della fede, della chiesa, e dell’impegno del cristiano nel mondo tornino non di moda, ma “attuali”, cioè in sintonia con la richiesta fondante che si pone dentro il tempo.
Lazzati ha affermato il primato della fede, dell’“essere cristiano”; ha accentuato perciò come compito primario la necessità di alimentare ancora e sempre il legame vitale con la presenza invisibile che chiamiamo Dio quale ci è stato “spiegato” da Gesù Cristo, senza ridurre la fede a ideologia religiosa, a religione civile, a dottrina morale. Lazzati ha letto la fede nella prospettiva del regno escatologico, che è insieme presente e incompiuto nel tempo storico, del regno di Dio come continua eccedenza e come inesauribile ulteriorità.
Da studioso dei Padri gli era famigliare l’idea che la fede escatologica non poteva collocarsi allo stesso livello della religio romana; certamente avrà ascoltato con ammirazione una parola di Aldo Moro, che designava l’ispirazione della fede come un “principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale”. Leggeva dall’anonimo autore della assai amata lettera A Diogneto che la cittadinanza (politeia) del cristiano ha un’essenza paradossale e una costituzione escatologica: delinea una maniera di essere al mondo, un ethos, fatto di fedeltà alle obbligazioni civili e insieme di distacco. Un tale distacco non esclude, ma deve prevedere anche il momento del conflitto nella misura in cui il “mondo”, come dice la lettera, “segua i suoi miraggi”, ovvero coltivi l’illusione di conoscere il bene e il male separandosi dalla radice vivente di questa conoscenza, cioè da Dio, una conoscenza – va aggiunto – che è essenzialmente una relazione vitale, ha a che fare con l’essere-giusto, e può declinarsi in molteplici forme spirituali, non solo in quelle di una religione ecclesiale.
Lazzati ha poi richiamato, pensato, approfondito come pochi altri nel Novecento il motivo fondamentale della “vocazione e missione” dei cristiani laici. Ha lavorato per la formazione di un cristiano laico che, nella unità di un piano di vita radicato nella parola di Dio e alimentato nella chiesa, sappia pensare e agire sul piano professionale e sociale-politico con responsabile autonomia. Ha sottolineato che ciò richiede la capacità di vivere, insieme e in reciprocità, l’identità e l’apertura, l’appartenenza ad una comunità e l’ascolto delle ragioni degli altri, ossia di praticare quella che egli stesso chiamava: l’unità dei distinti.
Ha pensato che proprio l’attuazione della vocazione e missione peculiare del cristiano laico disegnata dal concilio, e che egli aveva per molti aspetti anticipato, avrebbe consentito alla chiesa di padroneggiare, in modo coerente con il depositum e il sensus fidei e insieme storicamente ‘attuale’, la questione della propria presenza “nel secolo”, in particolare in società laiche, complesse, pluraliste.
*Pubblichiamo, con alcuni tagli, la prima parte della relazione presentata al Convegno: “Lazzati, il Concilio e noi…”, tenutosi a Roma il 21 novembre per iniziativa dell’Azione Cattolica Italiana, del Meic, della Fuci, del Mieac e di Città dell’uomo.