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Il ritorno dei padri

di Giuseppe Masiero

È uscito in questi giorni un libro toccante e di grande valenza educativa: “Come mi batte forte il Cuore”, di Benedetta Tobagi. Il racconto possiede una forza narrativa che scandaglia i confini tra vuoto e presenza, tra zone d’ombra e altre di luce rasserenante. È un viaggio nella memoria di una figlia trentenne, rimasta orfana a soli tre anni del papà Walter, giornalista del Corriere della Sera, ucciso dalle BR per i suoi reportage sul terrorismo.

È davvero interessante questa progressiva scoperta della figura paterna, oltre il mito dell’eroe e del martire, non sufficiente a colmare il vuoto di una insostituibile presenza nell’età dell’infanzia e dell’adolescenza. Spesso c’è troppa retorica nel commemorare quanti sono caduti sul campo dell’impegno civile e della difesa della legalità, ci nascondiamo dietro il loro coraggio, senza però continuare la loro azione coerente e determinata.

Ora, una generazione privata violentemente dal terrorismo di una presenza paterna affettuosa e autorevole, prende la parola, tratteggiando il profilo dei loro cari, caratterizzato da un esigente impegno professionale e civile. In un periodo in cui la figura del padre è il grande esiliato della coscienza contemporanea, la voce dei figli rimasti prematuramente soli appare assai efficace e può liberarci dalla sonnolenza della rassegnazione e da una diffusa apatia distratta ed indifferente.

Nelle librerie accanto alla biografia di Tobagi troviamo analoghe storie di vita vagliate con il filtro esistenziale dei figli, in grado di collegare la memoria con l’oggi, si tratta dell’avvocato Ambrosoli e del commissario Calabresi, pure vittime dei terribili anni di piombo.

Sulla soglia del decennio educativo proposto dalla CEI, può essere utile ritrovare questo rapporto fecondo tra generazioni; in una stagione in cui molti adulti, specialmente quelli che occupano responsabilità culturali, sociali, politiche ed anche ecclesiali, sembrano più preoccupati di difendere a denti stretti l’esistente, in uno sconcertante gioco di convenienze, e non osano proiettarsi come generosi genitori o abili allenatori a sostenere la partita vincente dei loro figli.

L’eredità dei loro padri che i giovani autori delle biografie di questi promettenti leader degli anni 80 ci trasmettono, attraverso ferite guarite e vuoti riempiti con scelte significative, può invertire la tendenza della fuga dalle responsabilità, in una Europa tentata di rimuovere il crocifisso perché non sente più la presenza paterna e misericordiosa di Dio nelle vene della storia. Una percezione del divino dove la terra tocca il cielo, che non può vestire la maschera inquietante di chi afferra platealmente il crocifisso davanti alle macerie dell’Aquila, ripetendo le gesta del crociato Brancaleone.

Forse è preferibile cogliere l’appello recente del direttore del Corriere che, commentando la preoccupante e talvolta fangosa situazione sociopolitica, ci avvertiva della presenza dei nostri figli, specialmente dei bambini che ci stanno a guardare.

Vale la pena anche ricordare la riscoperta poetica del Padre da parte di Alda Merini, recentemente scomparsa, con questa espressione: “Si nasce per camminare a lungo, con i piedi… che vanno oltre ogni montagna”.

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