Ci sono altri muri da abbattere
di Antonio Martino
Era il 1979 quando i Pink Floyd composero The Wall. Raccontava di un muro immaginario ma pur sempre percepibile, creato dall’alienazione e condito di schizofrenia. Dieci anni dopo, nel novembre 1989, sulle macerie del “Muro” preso a picconate, The Wall fu la colonna sonora di un epico concerto di Roger Waters, le cui note risuonano ancora innanzi ai molti muri che continuiamo ad erigere, giorno dopo giorno, in ogni angolo di mondo fra ricchi e poveri, potenti e deboli, democratici e chi democratico non è, fra quelli che hanno tutto e quelli che non hanno nulla. E ovunque i deboli vogliono oltrepassare i muri che sono stati eretti per tenerli a distanza, e ovunque i potenti temono moltissimo di ritrovarsi al posto dei deboli, come se la felicità di qualcuno si potesse realizzare solo a costo di privazioni e “confinamenti” di altre persone.
Nell’antichità il Vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese erano baluardo a difesa delle civiltà insidiate dai barbari che premevano sui confini degli imperi. Oggi, dopo aver abbattuto il “Muro di Berlino”, gli stessi portabandiera della libertà e della democrazia innalzano muri in giro per il mondo. Muri di difesa. Muri di chi è incapace di risolvere la sofferenza dei popoli e preferisce occultarla.
Oggi il “nemico” esterno per eccellenza non è più il capitalismo dell’Ovest, bensì ciò che quello stesso sistema ha prodotto all’apice della sua espansione e al culmine della sua crisi: il controllo della popolazione migrante che più di ogni altra paga le conseguenze di un divario economico tra ricchi e poveri con rari precedenti nella storia.
Il nemico oggi è solo l’altro, il diverso, l’immigrato, ovvero quella sorta di funzione specchio di noi che ogni giorno ci mostra il volto distorto di una storia schizzata via da quelle poche, terribili, certezze murate. Oggi c’è solo la paura e l’incertezza a rinchiudere chiunque osi sfidare il nostro finto “ordine costituito”. Una sorta di libertà auspicata tanto quanto “murata”.
Se togliamo le parole Berlino e comunismo ci resta “il muro”. Il muro tout court che continua ad essere utilizzato come un simbolo e una realtà per significare, attraverso forme chiare di sopraffazione e potere, il nostro presente fatto di deliri localisti, di politiche razziste, di guerra.
A soli cinque anni dalla caduta del “Muro di Berlino”, nel 1994 se ne costruiva un altro, tra Messico e Stati Uniti, assai noto come “Muro di Tijuana”. Una barriera alta 4 metri e lunga sino a 1.123 km fatta di lamiere e filo spinato, controllata a vista da migliaia di militari, costruita con il solo fine di ripristinare una nuova ideologia: quella securitaria. Il muro di Tijuana sarebbe servito e serve a tenere lontani i migranti latinos dal finto Eldorado, ovvero dalla speranza di una vita diversa negli Stati Uniti.
Il 16 giugno del 2002 Israele costruisce un altro muro lungo quasi 750 km e alto circa 8 metri. Blocchi di cemento separati gli uni dagli altri da uno spazio di pochi centimetri; anche qui fili spinati e recinzione elettrificata. Una mostruosità che travalica gli stessi confini del giudizio storico sul conflitto israelo-palestinese. Un nuovo “muro del pianto”, verrebbe da dire, spostato al di fuori della mitica città vecchia di Gerusalemme.
Ceuta e Melilla, 2005, enclaves spagnole in Marocco. Quasi 12.000 migranti tentano di oltrepassare i confini per raggiungere la Spagna. Zapatero decide di rafforzare le barreras per impedirglielo: prima spedisce 1.200 militari, poi quasi 2.000 agenti di polizia autorizzati a sparare proiettili di gomma contro i migranti, infine costruisce un muro alto 6 metri e stanzia 28 milioni di euro per costruirne un secondo da lui stesso definito “invalicabile”.
Padova, agosto 2006. In nome del “decoro urbano”, il sindaco Flavio Zanonato firma un’ordinanza amministrativa per costruire un muro in Via Anelli lungo 80 metri e alto tre. Obiettivo? Separare il complesso edilizio della “Serenissima” entro cui, a suo dire, vivevano “gruppi di cittadini extra-comunitari appartenenti ad etnie diverse”, tendenzialmente dediti allo spaccio e alla produzione di “cattivi odori” non proprio affini alle esigenze olfattive degli “autoctoni”. Nell’ordinanza si chiedeva anche di “murare” tutte le finestre e le porte del complesso edilizio.
E che dire dei muri di Belfast? Dei muri costruiti dai ricchi possidenti di Los Angeles a Canoga Park per distinguersi dai neri che popolano la città? Per non parlare degli innumerevoli muri “invisibili” che continuano a segnare “zone” virtuali di esclusione dell’altro. Se il comunismo ha perso il suo simbolo principale nell’89, la contemporaneità lo ha riacquistato e lo ha riabilitato a pieno titolo per legittimare le paure, il cinismo e l’intolleranza che sempre più accompagnano la difesa del benessere individuale e la nostra incapacità di guardare agli altri “non come all’inferno, ma come alla sola salvezza che abbiamo e la nostra unica occasione di comunione” (E. Bianchi).