Battere la fame. Si può e si deve
di Fabio Zavattaro
«La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare a accettare opulenza e spreco quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori». Papa Benedetto parla a Capi di Stato e di Governo riuniti a Roma per il vertice Fao, un incontro, in verità, snobbato dai leader del G8. A presiedere l’assemblea è il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi; il Papa, al suo arrivo, è accolto dal Girettore generale Jacques Diouf che torna a sostenere che, contro la fame, servono «44 miliardi di dollari l’anno da investire nell’agricoltura e nelle attività rurali».
All’avvio dei lavori il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha descritto l’entità del problema: «Oltre 17 mila bambini moriranno di fame, oggi; uno ogni cinque secondi, sei milioni in un anno». E poi aggiunge: «Mentre la popolazione mondiale sta crescendo, cambiano le condizioni climatiche e sappiamo che entro il 2050 avremo bisogno di oltre il 70 per cento di cibo in più». Nella dichiarazione finale approvata per acclamazione a fine mattinata, nel primo giorno del vertice, i partecipanti si sono detto pronti a sradicare la fame nel mondo pur non fissando, come era invece inizialmente previsto, la scadenza del 2025 per raggiungere questo scopo. Il summit ha ribadito l’obiettivo di dimezzare la percentuale e il numero di persone affamate entro il 2015.
Ai partecipanti al vertice il Papa ha detto basta all’egoismo e alle speculazioni sul cibo; è necessario fermare quei modelli alimentari orientati al solo consumo che «consentono alla speculazione di entrare persino nei mercati dei cereali per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le altre merci». Il numero degli affamati sta subendo una «drammatica crescita» nonostante la terra sia in grado di nutrire tutti i suoi abitanti, e questo dimostra che non vi è alcuna relazione di causa–effetto tra la crescita della popolazione e la fame.
Per il Papa, la fame non dipende tanto dalla scarsità delle risorse materiali quanto dalle istituzioni politiche e economiche che non garantiscono un accesso al cibo e all’acqua sufficiente per i popoli: cibo e acqua sono diritti fondamentali della persona e di tutti gli esseri umani «senza distinzioni né discriminazioni».
C’è infine un rapporto stretto tra sviluppo e ambiente: «Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado. La tutela ambientale si pone quindi come una sfida alla modernità per garantire uno sviluppo armonico, rispettoso del disegno della creazione di Dio e dunque in grado di salvaguardare il pianeta». C’è un dovere di tutelare l’ambiente come bene collettivo, afferma ancora il Papa; e in questa ottica «vanno approfondite le interazioni esistenti tra la sicurezza ambientale e il preoccupante fenomeno dei cambiamenti climatici». Ma, aggiunge Benedetto XVI, «non bastano normative, legislazioni, piani di sviluppo e investimenti, occorre un cambiamento negli stili di vita personali e comunitari, nei consumi e negli effettivi bisogni, ma soprattutto è necessario avere presente il dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così la comunione tra la persona e il creato».
Il sistema ecologico, afferma ancora il Papa, «si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia la sana convivenza in società sia il buon rapporto con la natura». E aggiunge: «I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l’ambiente e danneggia la società».
La natura, scriveva Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate, è a nostra disposizione «non come un mucchio di rifiuti sparsi a caso».