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Acqua, diritto o merce?

di Sofia Alma

«Il diritto all’alimentazione, così come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, al diritto primario alla vita». (CiV n. 27). Qualche mese fa, durante il G8, il “Comitato italiano per un Contratto mondiale per l’acqua” ha fatto pervenire al presidente Obama un appello, ricordando che metà della popolazione mondiale non avrà accesso all’acqua. Si assisterà ad un incremento dei flussi migratori, perché i poveri che vivono con meno di un dollaro al giorno, sono quelli che resteranno esclusi dall’accesso all’acqua potabile e dai servizi igienico-sanitari per i costi elevati.

Se la comunità internazionale e la politica continueranno a disconoscere questo diritto e a delegare al mercato il governo delle risorse idriche della Terra, assisteremo a catastrofi devastanti, come ha dichiarato l’ONU nel 2006.

In tutta risposta, in Italia arriva il decreto Ronchi, che prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, acqua in primis. Approvato dalla Camera con 302 voti a favore è una legge dello Stato italiano: un bene pubblico essenziale viene affidato ai privati e alle multinazionali, penalizzando così tutti gli enti locali virtuosi che sinora hanno amministrato coscienziosamente un bene universale.

Dunque, anche l’acqua essendo diventata una risorsa scarsa va amministrata seguendo la logica mercantile dell’economia politica, per la quale l’offerta è limitata rispetto alla domanda potenziale. Una logica che invece va ripensata e finalizzata al conseguimento del bene comune. L’agire economico deve produrre ricchezza, l’agire politico deve perseguire giustizia distribuendo equamente la ricchezza. Il laissez faire e l’operare spontaneo delle forze di mercato non portano ad una situazione ottimale per la collettività. Bisogna innanzitutto sviluppare una coscienza solidale, ed educare ad un consumo consapevole, perché l’acqua non è una merce, anche se già da tempo, e non ce ne siamo accorti, esiste il mercato delle bollicine.

L’Italia è risultata in vetta alla classifica per il consumo di acqua minerale, che spesso dai test di laboratorio è risultata meno pura e meno sana dell’acqua potabile. Già da tempo le multinazionali delle acque minerali, quotate in borsa, rifiutano di riconoscere l’acqua come diritto universale. Il volume d’affari delle società imbottigliatrici ha raggiunto cifre da capogiro e i canoni di concessione pagati dalle aziende alle regioni o alle province sono irrisori. All’italiano piace l’acqua in bottiglia ed è disposto a pagarla fino a mille volte di più dell’acqua che esce dal rubinetto. Basta dire che queste acque contengono sostanze come arsenico, sodio, cadmio in quantità superiore ed interdette per l’acqua potabile.

Viene in mente l’apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Kierkegaard. La storiella narra di un circo viaggiante in Danimarca, colpito da un incendio. Il direttore mandò subito il clown, già abbigliato per la recita, a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto c’era il pericolo che il fuoco si propagasse attraverso i campi da poco arati e che arrivasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando gli abitanti di accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Il pianto e le grida del pagliaccio fecero intensificare le risate degli abitanti, i quali trovavano che recitasse la sua parte in maniera stupenda. La commedia continuò finché il fuoco distrusse circo e villaggio. Il messaggio limpido e chiaro del clown non era stato ascoltato. Sarebbe bastato solo che il pagliaccio si cambiasse l’abito di scena e si ripulisse la faccia per renderlo credibile?

La corsa all’“oro blu” è iniziata da tempo, la “petrolizzazione” dell’acqua è l’affare del terzo millennio e porterà ad allargare la forbice del divario tra ricchi e poveri, accentuerà lo squilibrio globale e aprirà nuovi scenari di povertà oltre a quelli già preesistenti in molti Paesi.

L’acqua è la base della vita sulla Terra, ed è sempre stata al centro del benessere materiale e culturale della società di tutto il mondo. Un bene da tutelare e che deve essere oggetto di un grande “Patto Mondiale”. Un tentativo già c’è. Parliamo del Manifesto per l’acqua redatto a Lisbona dal “Comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’Acqua”. L’organismo è presieduto da Mario Soares e coordinato da Riccardo Petrella, segretario generale. Alla stesura del Manifesto hanno partecipato, o si sono aggregate in seguito, organizzazioni della società civile attive nella difesa del diritto umano all’acqua come bene comune. Un diritto inalienabile individuale e collettivo che deve contribuire alla solidarietà fra i popoli, le comunità, i paesi e le generazioni. L’“oro blu” è destinato a ricoprire un ruolo sempre più importante nel rapporto tra gli Stati, con il rischio di dare origine a violenti conflitti. È un affare dei cittadini e non delle multinazionali, per questo si propone un “Osservatorio Mondiale per i diritti dell’acqua”. Oltre a creare una rete tra parlamenti per definire una cornice legislativa a livello locale, nazionale e internazionale.

Sensibilizzare e sollecitare ad una partecipazione attiva dei cittadini, con uno stile di vita che rispetti questa risorsa senza sprecarla, inquinarla, promuovendo campagne di informazione sociale: questo lo scopo ultimo. La creazione di un’“Autorità mondiale dell’acqua”, coordinata da un organo sovranazionale, che abbia una funzione normativa, fissando linee guida per le politiche pubbliche sull’acqua, e giuridica per la risoluzione delle controversie, seguendo la procedura dell’Organizzazione mondiale del Commercio.

Non è forse un valore etico e religioso l’adattamento dell’essere verso la Terra, rispetto ai condizionamenti delle logiche di mercato? Possiamo permetterci di lasciare al mercato e al capitale privato la responsabilità di gestire un “bene vitale”?

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

    Le religioni nella sfera pubblica

    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.