La solidarietà è il nostro futuro
La delegazione Ac in Polonia
L’Europa è una profezia. Occorre non dimenticarlo. Ma ci sono profezie e profezie, spiega il card. Tettamanzi. Ci sono “profezie a parole” e “profezie nei fatti”. E la differenza non è di poco conto. L’Ue oggi ha bisogno non di essere nominata, vagheggiata, disegnata su pezzi di carta, ma realizzata nella sua sostanza da prassi sociali e culturali, oltre che economiche. E la Chiesa che è in Europa deve dare anch’essa un contributo profetico, ridicendo l’attualità di valori che parlano a tutto l’uomo e a tutti gli uomini: la dignità della persona, il diritto alla vita e ad una vita dignitosa, la centralità della famiglia, il dovere della solidarietà tra i popoli, con particolare riguardo ai fenomeni migratori, la sussidiarietà come via per mettere al centro l’uomo, il rispetto del Creato.
Dall’8 all’11 ottobre si sono svolte a Danzica, Polonia, le prime Giornate sociali dei cattolici per l’Europa. In una città deliziosa e che ancora profuma di una libertà conquistata, una città simbolo degli orrori della guerra ma anche della capacità degli uomini di emanciparsi dai totalitarismi – qui nasce Solidarnosc, e l’incontro dei delegati con Lech Valesa è stato il più toccante dell’intera tre giorni -, proprio in questa città è stato siglato un patto tra i credenti delle 27 nazioni. Un patto che si può sintetizzare proprio in quella parola, solidarietà, solidarnosc, che sola fa di una massa indistinta di individui una comunità. E se l’Ue vuole essere davvero una “comunità”, è necessario prendere coscienza della rivoluzione culturale a cui siamo chiamati contro l’individualismo e il suo alter ego sociale, il localismo.
Alle Giornate sociali ha partecipato una folta delegazione italiana con la presenza dell’Ac, di diversi vescovi, responsabili di uffici pastorali Cei, rappresentanti delle associazioni laicali, il comitato promotore delle Settimane sociali. L’incontro europeo rappresenta, di fatto, una tappa di preparazione alla prossima Settimana sociale di Reggio Calabria, ottobre 2010, in cui non potranno mancare riferimenti ad uno scenario più ampio, comunitario e internazionale, in cui ogni Paese e territorio si colloca.
Nel fare una sintesi, ciò che colpisce in misura rilevante è la distanza tra l’Italia e l’Europa, e la diversa passione europea nutrita dalle giovani democrazie dell’Est rispetto alle grandi (e sazie?) democrazie occidentali. Ci si rende conto, dal ricco parterre di ospiti intervenuti, dell’esistenza di una vivace opinione pubblica continentale che ha dei temi, un linguaggio, dei punti di convergenza post-ideologici e dei punti di contrasto. Un’opinione pubblica a noi italiani totalmente sconosciuta, e che tale resterà fin quando anche i momenti elettorali comunitari saranno di fatto fagocitati dalla polemica partitica interna ai nostri confini. Fa specie che in Europa ci sia un dibattito avanzatissimo – ad esempio – sul rapporto ricerca-benessere, sul rinnovamento delle politiche sociali e del lavoro, sulle tematiche bioetiche, sul rapporto fede-società in un contesto globalizzato. Sentiamo, di colpo, tutto il nostro provincialismo.
Per la Chiesa che è in Europa le prospettive sono belle e alte. Anche in questo caso quella parola-chiave, solidarietà, sta ad indicare un’opportunità straordinaria per tutti i credenti. Durante la celebrazione di apertura, il cardinale Tettamanzi ha ricordato quell’uomo che, incalzato nella notte da un amico che gli chiede pane da offrire ad un ospite, si alzerà dal letto e gliene darà, poco importa se per senso di amicizia o perché stremato dall’insistenza dell’altro. Questo godere del benessere degli altri, anche lontani e lontanissimi, questo alzarsi dal letto scomodando se stessi e i propri cari per dare corpo al sogno di una famiglia umana unita e più felice, questo è il patto che le Chiese d’Europa possono stringere non per dare una spruzzata d’anima all’Ue, ma per donarle un’infrastruttura comunitaria sostanziale.