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La nuova Africa: un’opportunità per il mondo

di Angiolo Boncompagni

Emerge, faticosamente ma con crescente consapevolezza, un approccio totalmente innovativo rispetto all’Africa, che si fonda sulle enormi potenzialità del continente nell’attuale scenario globalizzato. Per primo, è stato il presidente Obama a riconoscerne il valore nel suo discorso al Parlamento del Ghana: “Il XXI secolo vedrà protagoniste non solo le capitali occidentali, ma anche quelle dell’Africa”. Questa nuova percezione coinvolge tutto il mondo occidentale, come ha rivelato anche il recente G8 dell’Aquila, ma non solo esso se pensiamo all’attuale e futuro ruolo globale della Cina.

Oltre a costituire un mercato con più di novecento milioni di consumatori ed un grande fornitore di risorse naturali, l’Africa di oggi possiede soprattutto un enorme capitale umano che interpella la civiltà occidentale ed europea. Si tratta di un elemento cruciale per lo sviluppo, poiché, con le risorse fisiche e finanziarie, costituisce la base di ogni sistema economico. Ma il capitale umano è anche un capitale invisibile, ed il suo sviluppo è legato a processi altrettanto impalpabili, dalle mille implicazioni sociali e psicologiche che influenzano in modo rilevante la crescita intellettuale di bambini e adulti.

I giovani africani rappresentano, in particolare, quasi l’ottanta per cento della popolazione e possiedono competenze linguistiche internazionali, come l’inglese e il francese. Non temono il confronto con il mondo esterno, sono meno legati alla tradizione e più sensibili agli stimoli dell’innovazione. In molti vanno a studiare all’estero con buoni risultati. Sono impegnati e positivi e vivono per affermare e realizzare quello in cui credono. Un esperto di Africa come Andrea Riccardi ricorda come: “La maggioranza degli africani odierni non ha vissuto né la colonizzazione né l’epoca delle indipendenze (…). Ciò che marca significativamente l’esperienza e l’immaginario delle giovani generazioni è l’epoca della grande democratizzazione (…). La gran parte della popolazione africana vive in ambito urbano: questo rappresenta un mutamento (…). I giovani africani, hanno una cultura più individualista dei loro, padri e, tramite internet, sono più globalizzati”.

Conclude Riccardi: “C’è molto da fare, ma al contempo c’è molta gente che vuole fare. Non si può dire lo stesso per i nostri paesi europei”. Scommettere sulle giovani generazioni è dunque una potente leva di ricostruzione e di sviluppo.

Un primo significativo corollario di questa vision è quello della “ownership africana”, sintetizzabile nel principio l’Africa deve essere artefice del suo destino”, che sancisce il ruolo autodeterminativo del continente, non più risorsa da sfruttare a beneficio di paesi speculatori. La crisi economica mondiale, come sintetizza Jean-Paul Fitoussi, denota una mancanza di etica, perché dipende dall’eccessiva sperequazione di reddito e ricchezza, dalle disuguaglianze, sia all’interno dei singoli paesi sia a livello globale. Lo scandalo etico del nostro tempo sta dunque nella globalizzazione della povertà, diffusa ormai anche nei paesi più ricchi. Il superamento della crisi economica può così rappresentare l’occasione per sperimentare un nuovo modello sociale, tanto nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo.

Una seconda conseguenza della nuova percezione dell’Africa si può esprimere con lo slogan “aiutiamo l’Africa ad aiutare se stessa”. Ciò presuppone il rilancio di un modello di aiuto allo sviluppo fondato sul partenariato paritario e non più su un ambiguo e iniquo rapporto tra donatore e beneficiario. Un partenariato che possa contribuire per lo meno ad attenuare le persistenti debolezze del continente, come le guerre, i fenomeni di cattiva gestione e corruzione, l’ineguale ripartizione delle risorse, l’incidenza terribile della pandemia dell’Aids e le emergenze umanitarie.

Nella prospettiva di un nuovo “patto per l’Africa” tra paesi africani da un lato e paesi industrializzati ed economie emergenti dall’altro, il ministro degli Affari esteri Franco Frattini è intervenuto per ricordare la necessità di “investire di più e meglio nel capitale umano africano, in settori quali la sanità e l’istruzione, con particolare enfasi sull’istruzione tecnica ed economica. Occorre promuovere nuovi e ambiziosi progetti per costruire più scuole e università, agli studenti africani vanno date maggiori opportunità di studio all’estero.

Anche per l’Italia c’è, dunque, la necessità di creare una nuova strategia per l’Africa che metta in relazione i bisogni emergenti dei giovani africani con le eccellenze economiche, scientifiche e tecnologiche di cui il nostro paese dispone. Rispetto ad altre realtà europee, l’Italia è avvantaggiata per la propria posizione strategica nell’area euro-mediterranea, per i rapporti privilegiati che intrattiene con numerosi paesi del mondo nord-africano e medio-orientale e per quel ruolo di prossimità, culturale prima che geografica, che fa percepire positivamente nel mondo la nostra cultura.

Lo testimoniano, anzitutto, i flussi migratori, dato che dei circa 3.500.000 stranieri “regolari” residenti in Italia, il 23% proviene dai paesi africani (tra i più presenti, nell’ordine: marocchini, tunisini, egiziani, senegalesi, nigeriani e ghanesi, secondo l’ultimo rapporto Caritas Migrantes). Rimane certo aperta la questione degli sbarchi irregolari, che potrà essere però risolta solo in prospettiva euro-africana e con il ricorso al grande patrimonio di civiltà giuridica e di umanità su cui dovrebbero poggiarsi le radici culturali del vecchio continente.

“Il più grande mendicante della storia, l’ultimo miliardo di abitanti del pianeta, il continente malato”. Queste ed altre definizioni negative e stereotipate del mondo africano si stanno quindi rivelando superate, insieme con un antico approccio colonialista, per convergere nella consapevolezza che l’Africa di oggi rappresenta una grande opportunità, per se stessa prima che per il resto del mondo.

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