Conoscere, per integrarsi
di Paola De Lena
Palsing Satpwinter, indiano, aveva trentadue anni ed era in Italia da soli quattro mesi. È morto il 16 ottobre a Cercemaggiore, provincia di Campobasso, schiacciato da un vitello nella stalla in cui era andato a prendere il latte di buon mattino. Palsing lavorava come badante per due anziani, era conosciuto e ben voluto da tutti in paese. La sua storia non ha fatto notizia, se non in qualche pagina di cronaca locale, ma è a lui e ai tanti stranieri che abitano il nostro Paese, che deve farci pensare il XIX Rapporto Caritas/Migrantes sull’immigrazione presentato a Roma, e contemporaneamente in diverse città italiane, il 28 ottobre perché dietro i numeri e le percentuali c’è sempre la vita delle persone.
“Immigrazione: conoscenza e solidarietà” è lo slogan del Dossier Statistico 2009 sull’immigrazione che vuole sottolineare come una maggiore conoscenza reciproca possa sfatare i pregiudizi e portare ad una sana integrazione. Sempre più spesso, infatti, nei talk show televisivi e ai crocicchi delle strade, prevale la facile e scontata equivalenza per cui immigrazione è uguale a clandestinità e delinquenza.
L’immigrazione, in Italia, è cresciuta del 13,4%: i cittadini stranieri residenti erano 2.670.514 nel 2005, mentre oggi sono 3.891.295 che diventano 4.330.000 includendo anche le presenze regolari non ancora registrate in anagrafe. Si può ben dire, quindi, che la società italiana sia una società multiculturale in cui convivono persone di differenti nazionalità. Cinque i Paesi di maggiore provenienza: Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina. Oltre la metà degli immigrati è di origine europea, tanto da farci parlare di “straniero comunitario”.
Un dato molto significativo riguarda il rapporto con il mondo del lavoro: anche in un periodo di crisi economica come quello attuale, l’apporto degli immigrati è risultato così necessario da far aumentare il loro numero tra gli occupati di 200 mila unità.
I lavoratori stranieri sono quasi un decimo degli occupati e contribuiscono per un’analoga quota alla creazione della ricchezza del Paese, facendo registrare un tasso di attività di 11 punti più elevato rispetto alla media (73,3 vs 62,3). Sul piano economico, i dati evidenziano il consistente apporto degli immigrati all’economia italiana. Si tratta di 134 miliardi di euro, pari al 9,5% del Prodotto interno lordo. Non vanno nella stessa direzione le politiche italiane per l’immigrazione: la Banca d’Italia stima che agli immigrati vada il 2,5% di tutte le spese di istruzione, pensione, sanità e prestazioni di sostegno al reddito, all’incirca la metà di quello che essi assicurano in termini di gettito.
Interessanti anche i dati sulla relazione tra criminalità e immigrazione. A fronte di un aumento dell’immigrazione del 101% dal 2001 al 2005, si è registrato un aumento di denunce presentate contro cittadini stranieri del 46%. I numeri vanno dunque a smentire l’idea che l’immigrato sia sempre e comunque un delinquente e ci confermano che italiani e immigrati hanno la stessa percentuale di criminalità. Addirittura, il 70% degli immigrati in carcere è in attesa del processo e potrebbe rivelarsi innocente. Certo, in parte ha contribuito a creare questo clima di insicurezza e diffidenza il cosiddetto “pacchetto sicurezza” (legge 94/2009) che ha affrontato la questione immigrazione solo con misure di carattere restrittivo senza sottolineare quanto invece essa sia una risorsa per il nostro Paese in termini economici, ma anche demografici (con una incidenza sulle nascite del 12,6%) e di sviluppo.
Conoscenza e solidarietà, dunque, sono le due coordinate su cui muoversi per creare le condizioni di uno scambio positivo e proficuo in cui, come ha recentemente affermato la Conferenza Episcopale Italiana, “la vera sicurezza nasce dall’integrazione”.