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Quando la missione si fa martirio

di Giuseppe Masiero

Erano le 6.30 del mattino di Sabato 19 Settembre, quando tre giovani armati si sono introdotti nella casa parrocchiale di Santa Etelvina, alla periferia Nord di Manaus. Don Ruggero ha percepito il pericolo, ma non ha avuto scampo. Gli esecutori del macabro piano hanno fatto inginocchiare il missionario accanto al letto e gli hanno sparato due colpi, uno al volto, un altro in testa. È morto così – secondo la ricostruzione della polizia locale – un sacerdote fidei donum della diocesi di Padova, in servizio da tre anni in Amazzonia.

Don Ruggero Ruvoletto era nato a Galta di Vigonovo, il 23 Marzo 1957 (provincia di Venezia, diocesi di Padova). Ordinato nel 1982 dal Vescovo Filippo Franceschi, don Ruggero ne è divenuto il segretario rimanendovi fino al 1988, anno di morte del presule. Dopo una specializzazione in teologia alla Pontificia Università Gregoriana, con una tesi su Giuseppe Lazzati, è rientrato a Padova per occuparsi di pastorale sociale e del lavoro e, dal 1995 al 2003, per dirigere il centro missionario diocesano.

Nel luglio di quello stesso anno è partito come missionario fidei donum per il Brasile, operando inizialmente nella diocesi di Itaguaì. L’anno seguente aveva raggiunto un altro confratello padovano, Don Francesco Biasin, nel frattempo divenuto vescovo della diocesi di Pesqueira. Grazie a lui e al sostegno assicurato dalla diocesi di Padova, a partire dal 2006 Don Ruggero dava vita ad una presenza missionaria stabile alla periferia di Manaus, capitale dell’Amazzonia, un territorio di confine tra la città e la foresta, dove si affacciavano gli indigeni attratti dal fascino della città, ma dove pure agiva indisturbata la criminalità e la malavita.

Obiettivo primario della comunità cattolica era l’annuncio del Vangelo reso visibile con modelli di vita esemplari. La speranza seminata iniziava a mettere i primi germogli, anche se, recentemente, proprio in quella area si andavano moltiplicando episodi di prepotenza, alternati a quotidiani soprusi. Lo stesso Don Ruggero aveva recentemente partecipato a una manifestazione per chiedere maggiore sicurezza da parte dello Stato. Nella periferia Nord della città, infatti, era stata rimossa la stazione di polizia, ultimo visibile baluardo di sicurezza.

Può essere utile cogliere in una recente intervista, rimasta inedita, alcune motivazioni profonde che illuminano la sua coraggiosa testimonianza di missionario. All’intervistatrice che gli chiedeva come è nata la sua vocazione missionaria, così rispondeva: «È nata con la mia stessa ordinazione. È una vocazione che è cresciuta in me sia per la disponibilità personale, come per risposta all’invito della Chiesa ad essere prete per il mondo… Aggiungo che se non ci fosse stato l’invio in missione, avrei accettato lo stesso la situazione perché comunque oggi la missione è la stessa vita della Chiesa, è accogliere lo straniero, è fare un cammino educativo, è favorire la promozione umana. Non è più una questione di chilometri, spazi, oceani, culture».

L’esperienza di fede di Don Ruggero, giunta fino al dono totale della vita interpretando nella reciprocità la cooperazione tra le chiese, è testimonianza reale di quel “Vangelo senza confini” su cui proprio quest’anno invita a riflettere l’Ottobre missionario. Don Ruggero è testimone martire di questo proclamare il Vangelo ai confini del mondo senza calcoli personali.

A tutti noi ora l’impegno di prenderne il testimone e di vivere nel quotidiano il Vangelo, certi che nel seme dei martiri nascono fecondità per le nostre chiese; dove s’interrompono i piani umani, sicuramente cominciano i piani divini.

<p><em>di  Giuseppe Masiero</em></p>
<p>Erano  le 6.30 del mattino di Sabato 19 Settembre, quando tre giovani armati  si sono introdotti nella casa parrocchiale di Santa Etelvina, alla  periferia Nord di Manaus. Don Ruggero ha percepito il pericolo, ma  non ha avuto scampo. Gli esecutori del macabro piano hanno fatto  inginocchiare il missionario accanto al letto e gli hanno sparato due  colpi, uno al volto, un altro in testa. È morto così – secondo la  ricostruzione della polizia locale – un sacerdote <em>fidei donum</em> della diocesi di Padova, in servizio da tre anni in Amazzonia.
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<p>Don  Ruggero Ruvoletto era nato a Galta di Vigonovo, il 23 Marzo 1957  (provincia di Venezia, diocesi di Padova). Ordinato nel 1982 dal  Vescovo Filippo Franceschi, don Ruggero ne è divenuto il segretario  rimanendovi fino al 1988, anno di morte del presule. Dopo una  specializzazione in teologia alla Pontificia Università Gregoriana,  con una tesi su Giuseppe Lazzati, è rientrato a Padova per occuparsi  di pastorale sociale e del lavoro e, dal 1995 al 2003, per dirigere  il centro missionario diocesano.</p>
<p>Nel  luglio di quello stesso anno è partito come missionario <em>fidei  donum</em> per il Brasile, operando inizialmente nella diocesi di  Itaguaì. L’anno seguente aveva raggiunto un altro confratello  padovano, Don Francesco Biasin, nel frattempo divenuto vescovo della  diocesi di Pesqueira. Grazie a lui e al sostegno assicurato dalla  diocesi di Padova, a partire dal 2006 Don Ruggero dava vita ad una  presenza missionaria stabile alla periferia di Manaus, capitale  dell’Amazzonia, un territorio di confine tra la città e la  foresta, dove si affacciavano gli indigeni attratti dal fascino della  città, ma dove pure agiva indisturbata la criminalità e la  malavita.
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<p>Obiettivo  primario della comunità cattolica era l’annuncio del Vangelo reso  visibile con modelli di vita esemplari. La speranza seminata iniziava  a mettere i primi germogli, anche se, recentemente, proprio in quella  area si andavano moltiplicando episodi di prepotenza, alternati a  quotidiani soprusi. Lo stesso Don Ruggero aveva recentemente  partecipato a una manifestazione per chiedere maggiore sicurezza da  parte dello Stato. Nella periferia Nord della città, infatti, era  stata rimossa la stazione di polizia, ultimo visibile baluardo di  sicurezza.</p>
<p>Può  essere utile cogliere in una recente intervista, rimasta inedita,  alcune motivazioni profonde che illuminano la sua coraggiosa  testimonianza di missionario. All’intervistatrice che gli chiedeva  come è nata la sua vocazione missionaria, così rispondeva: «<em>È</em><em> nata con la mia stessa ordinazione. </em><em>È</em><em> una vocazione  che è cresciuta in me sia per la disponibilità personale, come per  risposta all’invito della Chiesa ad essere prete per il mondo…  Aggiungo che se non ci fosse stato l’invio in missione, avrei  accettato lo stesso la situazione perché comunque oggi la missione è  la stessa vita della Chiesa, è accogliere lo straniero, è fare un  cammino educativo, è favorire la promozione umana. Non è più una  questione di chilometri, spazi, oceani, culture</em>».
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<p>L’esperienza  di fede di Don Ruggero, giunta fino al dono totale della vita  interpretando nella reciprocità la cooperazione tra le chiese, è  testimonianza reale di quel “Vangelo senza confini” su cui  proprio quest’anno invita a riflettere l’Ottobre missionario. Don  Ruggero è testimone martire di questo proclamare il Vangelo ai  confini del mondo senza calcoli personali.</p>
<p>A  tutti noi ora l’impegno di prenderne il testimone e di vivere nel  quotidiano il Vangelo, certi che nel seme dei martiri nascono  fecondità per le nostre chiese; dove s’interrompono i piani umani,  sicuramente cominciano i piani divini.</p>
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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

    Le religioni nella sfera pubblica

    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.