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Dialetto o no?

di Paola Springhetti

D’estate, si sa, le notizie importanti scarseggiano, e spesso i comunicatori più abili ne approfittano per lanciare le più fantasiose proposte o provocazioni, che trovano ampi spazi nei media e diventano argomento delle conversazioni vacanziere. Nell’agosto scorso una di queste parole è stata “dialetto”. La proposta leghista di introdurne l’insegnamento nelle scuole ha raggiunto la mia famiglia radunata attorno a una gigantesca polenta nel prato della casa avita. Mi sono guardata attorno. Io sono nata in Trentino, vissuta a Pavia, cresciuta a Ferrara, ho fatto l’Università a Bologna, vivo a Roma dopo aver sposato un piemontese. La polenta l’aveva fatta la mia mamma, ormai novantenne. Trentina della Val di Fiemme, ha lasciato la sua terra da giovane, per fare l’Università a Pavia. Lì ha conosciuto mio padre, trentino anche lui, ma della Val di Non. Due valli, due dialetti: l’intera provincia di Trento ha tanti abitanti quanto due dei venti municipi di Roma, ma ogni valle ha il suo dialetto. E comunque loro parlano un italiano pulito, con i congiuntivi al posto giusto. Anche mio nonno era laureato. A Vienna, perché allora il Trentino non era italiano. Ha conosciuto la donna della sua vita in campo di concentramento, perché entrambi erano irredentisti. Finita la guerra, i libri in tedesco sono spariti, e ogni parola in questa lingua è stata bandita dal vocabolario familiare. Per essere sostituita non dal dialetto, ma dall’italiano: era per essere italiani, che avevano combattuto.

Serviva lo spezzatino mia cugina, nata da padre trentino e madre altoatesina (o meglio sudtirolese) di lingua tedesca. Ha sposato un ragazzo il cui padre è di Latina e la madre friulana. Fioriscono il loro linguaggio con qualche espressione dialettale, ma sostanzialmente parlano italiano. E italiano parlano i figli, una dei quali, volendo fare l’interprete, parla più disinvoltamente le lingue straniere che non il dialetto.

A strafogarsi di polenta c’erano i miei figli, nati a Roma, ma con tutti i parenti in Piemonte, Emilia o Trentino. Quando vanno al Nord, la gente si accorge che sono del Sud, quando sono a Roma, tutti si accorgono che sono del Nord. I crauti sono piaciuti a una compagna di scuola di mio figlio: padre italiano e madre argentina, è nata a Roma ma sta per trasferirsi a Firenze. Parla un italiano senza inflessioni. Le inflessioni romanesche, invece, le ha l’altro amico di mio figlio, cui i crauti non sono piaciuti. Madre filippina e padre italiano, a scuola è il più bravo in italiano e in inglese. Mio marito ama il suo dialetto, anche se non lo parla: raccoglie poesie in vernacolo, scopre in quanti modi diversi la stessa parola viene trascritta, interroga le vecchie zie su come si dice questo o quello.

Ognuno di quelli che condivideva la polenta quel giorno, quale dialetto avrebbe dovuto parlare? E quale studiare? Gliel’ho chiesto. Tra le voci che si sovrapponevano, il più piccolo ha chiesto: «Ma i Metallica, che dialetto parlano? Voglio imparare quello!». «Quello dei Beatles», gli ha risposto il padre. Quel giorno, e ogni giorno dell’anno, la lingua che parliamo è quella che ci unisce, non quella che ci divide, e la nostra casa è dove qualcuno ci vuole bene, non necessariamente quella in cui siamo nati. Chi sa parlare un dialetto è fortunato, perché vuol dire che è radicato in un posto. Ma il dialetto è come l’affetto: non si insegna a scuola, al massimo si trasmette. Checché ne dicano i furbacchioni della comunicazione, che vogliono, ancora una volta, alzare muri e dividere.

(Questo articolo è pubblicato sul n. 9/2009 di Segno nel mondo, il mensile dell’Azione Cattolica Italiana)

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