Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

La scuola come comunità educativa

Intervista a Maria Teresa Lupidi Sciolla (Presidente Nazionale UCIIM)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI?

La parola emergenza è molto ricorrente nel linguaggio contemporaneo; la si usa sia per situazioni ordinarie (il traffico, il maltempo, l’influenza…), sia per problemi profondi e complessi: un esempio è la recente diffusione dell’espressione emergenza educativa. Con questa espressione si indicano le realtà più varie. Possono concernere il comportamento degli studenti, e allora si notano maleducazione, involgarirsi del linguaggio e dei costumi, difficoltà nei rapporti generazionali, mancanza di rispetto verso valori, persone e luoghi. Possono riguardare le difficoltà nello studio, e in tal caso si lamentano mancanza di concentrazione, apatia, indifferenza verso la cultura, superficialità, inadeguatezza del linguaggio intellettuale. Possono colpire addirittura la sfera interiore e denotare l’incapacità di un dialogo sia con gli altri sia, ciò che è peggio, con se stessi, con la conseguente impossibilità di cogliere ed esprimere le proprie esigenze più profonde e vere.
Si manifesta un crescente disimpegno etico, un disinteresse per il Bene Comune, prediligendo gli aspetti materiali e privati a quelli spirituali e comunitari.

In tale situazione, quali sono le priorità di intervento dell’UCIIM?

Noi (ed è bello essere e poter dire “noi”), che ci occupiamo professionalmente di educazione e abbiamo gli strumenti culturali per analizzare i fatti, vogliamo guardare la realtà ed esaminarla non solo nelle forme più appariscenti, ma nella sua complessità. Anche di fronte a episodi eclatanti e ampiamente citati dai mass-media, riusciamo a distinguere fra problema di fondo e scoop scandalistico. Sappiamo che il nostro intervento deve riguardare ciò che è costitutivo dell’educazione, e non perdersi nei meandri dei sintomi.
La tanto usata parola emergenza, a ben considerare, è bifronte: sotto a ogni parte emersa ce n’è una sommersa, che spesso è di inimmaginabile profondità. Il nostro compito di uomini di scuola e di cristiani è quello di considerare la realtà nel suo insieme, senza farci limitare o spaventare da ciò che ci preoccupa e senza dimenticare il bene e la pace che sono insiti in tutto ciò che è umano. Al “pensiero debole” preferiamo il “pensiero umile”, che Roberto Repole (cfr.
Il pensiero umile – In ascolto della Rivelazione, Città Nuova, Roma, 2007) definisce “un’altra via per abitare il nostro tempo”. Di fronte alla rigida alternativa tra un “pensiero forte” e un “pensiero debole”, scegliamo la “possibilità di un’altra via, quella di un pensiero umile, capace di […] mettersi in ascolto della Rivelazione” (Ibid., p. 12.).
Ci chiediamo pertanto qual è la “parte sommersa” dell’emergenza educativa. È la scuola dell’impegno, della ricerca, della condivisione della fatica quotidiana. È la scuola che si fa carico delle nuove povertà, come l’emarginazione (non solo sociale), l’estraneità interiore o esteriore a ogni cammino di crescita, la devianza, il fenomeno dei
drop-out. È l’affermarsi sul campo di una nuova professionalità che fa del docente non solo un uomo di cultura o un esperto disciplinare, ma anche un “mediatore” in senso lato, cioè capace di tradurre concetti ed esempi in modo adatto e personalizzato per tutti gli studenti.
Il nostro impegno è far sì che anche gli slogan positivi come quello di “società della conoscenza” non si sclerotizzino perdendo di significato: dobbiamo sempre puntare alla finalità del nostro lavoro, cioè la conoscenza non solo mirata allo sviluppo economico e produttivo, ma in funzione dell’umanità che è in noi. Il nostro fine primario è creare un nuovo umanesimo, sostenendo il legame fra logos e fede, fra ragione e religione, fra realtà esterna e interiore. In questo compito non possiamo essere soli, ma dobbiamo avere la forza di coinvolgere e motivare la società civile e la famiglia, sapendo che sulla nostra strada, accanto al rigore del metodo scientifico, incontriamo sempre la Grazia della Misericordia.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il Bene Comune può essere inteso come piena realizzazione di una società civile e democratica. Affinché la scuola contribuisca a realizzarlo, essa stessa deve essere veramente comunità educativa, sede di cooperazione solidale fra studenti, professori e genitori per promuovere la vita personale e sociale, per educare alla legalità e alla solidarietà. La visione della scuola come comunità è centrale nella riflessione dell’UCIIM e compare più volte nelle parole del Fondatore, Gesualdo Nosengo: “la comunità educativa va promossa e attuata con ogni sforzo soprattutto in ordine alla formazione integrale del figlio-alunno, alla luce della Verità capace di dare libertà e di suscitare vita personale e comunitaria” . Questa riflessione è tanto più valida nella società multietnica e multiculturale, che richiede più che mai di essere “cittadini insieme” e chiama la scuola al compito di integrare, conoscere e dialogare.
La crisi oggi in corso, pur comportando inevitabile sofferenza, può essere un’occasione per rimetterci in gioco come educatori e come uomini: dobbiamo riportare in primo piano il valore irrinunciabile dell’educazione, che nella società del consumismo, dell’individualismo e dell’utilitarismo pare spesso dimenticato, e far comprendere anche a coloro che vivono al di fuori della scuola che l’educazione non avviene senza il concorrere della società intera, perché, come ricorda un proverbio africano, “per educare un ragazzo è necessario un intero villaggio”.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Proprio in ottica di impegno comune sulla base di valori storicamente e profondamente condivisi, il contributo dell’Azione Cattolica è indispensabile. Noi, Associazioni Cattoliche, dobbiamo proporci di camminare insieme, valorizzando le specificità della missione di ciascuno ma riconducendo ad Unum i percorsi e le scelte, tutte mirate verso il Bene Comune. Sarebbe positivo individuare modalità di relazione e di azione comuni non episodiche, ma tali da sostenere la nostra volontà di Carità e di Speranza.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Intervista

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia