Se ne vanno sempre i migliori…
di Marco Iasevoli
La verità è che la questione meridionale non ha alcun appeal per la politica nazionale. È ormai opinione diffusa e bipartisan che la gente del Sud sia causa del suo male. Pianga dunque se stessa senza lagnarsi troppo. La prova è nel fatto che praticamente nessuno del governo, nessuno dei grandi leader della maggioranza, nessuno dei big dell’opposizione (fa eccezione l’Idv) abbia immediatamente commentato il recente rapporto Svimez, se non forzatamente portato sulla questione.
Probabilmente porranno rimedio a questa mancanza nei prossimi giorni, magari quando il Sud risulterà bandierina utile per la battaglia congressuale del Pd, o bandierina utile per i tradizionali bilanci pre-estivi dell’esecutivo. In realtà da nessuna parte esiste un pensiero sistematico, una visione per il Mezzogiorno. Perché non è su questo tema che si vincono le elezioni, né le primarie, né si sale di popolarità nei sondaggi.
Il rapporto, dunque, con i suoi numeri schiaccianti circa il tasso di emigrazione dei giovani e circa la disoccupazione, è destinato a sparire nell’anonimato. Ma prima che ciò accada, è utile dire ciò che un’inchiesta quantitativa non può misurare. Chi sono i giovani che partono? “I migliori”, risponde Svimez, intendendo per migliori i laureati, o comunque i ragazzi più qualificati.
Si, è vero, dal Sud se ne vanno i migliori. Ma non solo i “migliori” in senso professionale o culturale o scientifico. No, i migliori in assoluto. Quelli che rinunciano a prescindere ad ogni forma di raccomandazione. Quelli che non baciano nessuna pantofola. Quelli che piuttosto che umiliarsi tolgono il disturbo. Sono i migliori nel senso pieno del termine.
E non si dica loro, retoricamente, “restate, amate la vostra terra”. Dirlo significa mentire. Lo Svimez non può misurarlo, ma tutti sanno che questi giovani vanno via perché al Sud non esiste una minima forma di merito. La politica entra nella pubblica amministrazione, nell’università, nel sistema bancario, nella grande impresa, nella media impresa, nella piccola impresa, nei servizi, nel terzo settore privato e sociale. I migliori si vedono scavalcati ogni giorno da manipoli di mediocri furbetti che hanno da tempo venduto la loro libertà. Un uomo del Sud “normale”, non uno statistico né un sociologo, sa che anche essere assunti come commessa in un centro commerciale passa attraverso il placet di qualche signorotto. Un uomo del Sud “normale” sa, ad esempio, che una cooperativa sociale non la metti su con una buona idea, ma con una buona copertura politica che ti assicura appalti.
La politica, nel Meridione, è ovunque. Tanto passiva per il benessere collettivo quanto attiva nel difendere e promuovere interessi privati. Un modo di fare che non ha colore politico, un malcostume indifferenziato che avvolge destra, centro e sinistra. Un modo di fare che è la premessa culturale di quell’intreccio tra politica, malavita e affari che strangola il territorio.
Certo, i cittadini hanno le loro colpe. Votano male e poi si disinteressano della cosa pubblica. Ma questi giovani davvero non hanno porte a cui bussare per cambiare le cose. Non hanno punti di riferimento etici a cui rivolgersi. La stessa comunità ecclesiale li sostiene sino alle porte dell’età adulta, dopo non sa come curarli. E allora, se ne vanno. Del resto, come si dice? Se ne vanno sempre i migliori…