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La normalità di Paolo e della sua scorta

di Antonello Ferrara

Paolo Borsellino non pensava di essere un santo e tantomeno un eroe. Gli uomini e le donne della sua scorta, Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina erano persone che facevano quotidianamente il loro servizio. Cosa li rende particolari e speciali ancora oggi? Hanno realizzato normalmente il proprio dovere. Questo, in Sicilia in particolare, ma anche in altre zone inaspettate dell’Italia, diventa attività speciale, vero e proprio atto di eroismo.

Nei primi giorni di luglio del 1992, Paolo Borsellino era nervoso. Racconta la sorella Rita, che quando lo incontrava le diceva di non avere tempo. Aveva saputo che la mafia aveva ancora dell’esplosivo da utilizzare per la sua morte. Il 19 luglio 1992 era una domenica e Paolo Borsellino si recò a casa della sorella per portare la madre da un cardiologo. La costante che identifica il carattere di Paolo Borsellino era quello del fortissimo senso della famiglia. Se la mafia lo voleva colpire, doveva farlo nei luoghi dei suo affetti più cari. Casa di sua sorella, dove abitava la madre, era un luogo caro e familiare. Pur di ucciderlo hanno fatto saltare in aria un intero quartiere nei pressi della Fiera di Palermo. Ciò che i mafiosi non avevano previsto e che la storia sarebbe andata diversamente da quanto si aspettavano, che quell’ennesimo schiaffo all’Italia non avrebbe fatto alzare in piedi solo lo Stato Italiano, ma l’intera società civile.

Per molti di noi italiani, e non solo siciliani, quelle stragi sono divenute dei fatti personali, come se avessero ucciso dei nostri familiari. Il sentimento che è emerso successivamente non era rabbia, ma l’orgoglio di riprendersi ciò che lo Stato aveva perso: il controllo del territorio.

All’indomani di quelle stragi la società civile ha deciso di rimboccarsi le maniche e di confrontarsi insieme allo Stato per realizzare una sempre maggiore attenzione verso il bene comune. Una scelta che non è stata indolore, ma è costata la vita ad altre persone tra le quali due sacerdoti come Don Pino Puglisi e Don Giuseppe Diana.

Parliamoci chiaro: purtroppo oggi quella spinta propositiva si sta esaurendo. Proprio oggi che stiamo cominciando ad intravedere i frutti del grande lavoro del mondo associativo, come la legge sui beni confiscati. La 109/96, toglie le risorse economiche ai mafiosi, li esclude dalla possibilità di mantenere sui territori il loro potere. Detto in siciliano: “ci togghie i piccioli; e senza piccioli non si canta messa”. Tradotto, senza i soldi non c’è potere.

Questo ha lasciato liberi nuovi spazi per le seconde file mafiose, che si sono dimostrate ancora più pericolose dei loro predecessori.

Ma l’utilizzo sociale dei beni confiscati ha rimesso in moto l’economia di alcune zone oramai desolate e inutilizzate. Sono più di mille i beni confiscati utilizzati da società profit e no-profit per fini sociali e che hanno lo scopo di realizzare quanto individua come bene lo stesso Benedetto XVI nella recente enciclica Caritas in Veritate, che al punto 46 spiega: «non si tratta solo di un “terzo settore”, ma di un’ampia realtà composita che coinvolge il pubblico e il privato e che non esclude il profitto ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali».

Il rovescio della medaglia è che abbiamo un patrimonio inestimabile di circa 4.000 beni confiscati assegnati ai comuni per realizzare i progetti sociali, ma non si hanno le risorse economiche per realizzarli. Allora riprendiamo la proposta del Papa che nella stessa enciclica, sempre al punto 46 dice «che queste forme di impresa trovino, in tutti gli Stati, una nuova forma giuridica e fiscale». Questa proposta del Santo Padre può essere ripresa anche sui temi della gestione dei beni confiscati: e cioè che le attività economiche realizzate sui beni confiscati, per un periodo medio lungo, siano considerate “zone franche”, detassate al fine di poter realizzare le finalità sociali per le quali esse sono stata assegnate.

Accendere la luce sulla questione dei beni confiscati e sul ruolo delle associazioni per il recupero degli spazi e dei territori è fondamentale per l’Azione Cattolica e per il suo Movimento Lavoratori. Partendo dall’esempio di Paolo Borsellino e della sua scorta si potrebbe cominciare a riflettere su un nuovo ruolo per l’Azione Cattolica nella promozione della legalità. Dal 1997 aderiamo con orgoglio a LIBERA, portando un contributo forte, realizzato nella quotidianità dei nostri progetti parrocchiali a favore della legalità.

LIBERA è sempre più attenta alla’educazione alla legalità nelle scuole e per far questo ha scelto di essere meno efficace come “coordinamento di Associazioni”. Rimanere dentro LIBERA è importante, crea solidarietà tra le associazioni e consolida il rapporto con la società civile. È importante essere sempre più presenti nei coordinamenti locali di LIBERA. Ma occorre cominciare ad andare oltre LIBERA, e prendersi la responsabilità di aver avuto tra i nostri associati anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Attraverso cosa? Un maggiore rapporto con le scuole per realizzare progetti di educazione alla legalità che non utilizzano i fondi dello Stato, un coinvolgimento degli adulti nella promozione della legalità nei territori, il confronto costante con le Istituzioni per attivare quelle che erano le finalità espresse nel manifesto “Tra piazze e campanili” dello scorso triennio. Far emergere sempre di più la fantasia dei giovani, sia per l’utilizzo degli spazi pubblici a fini sociali, sia per aiutarli a creare impresa solida e significativa.

Se i giovani creano impresa, se vanno oltre la logica del posto fisso, se occupano con la loro fantasia gli spazi alle imprese colluse, se diventano l’esempio della ribellione al pizzo e all’usura realmente avremo fatto una seria azione antimafia. Per far questo sarà anche necessario un sempre e maggiore coinvolgimento dell’Azione Cattolica per la promozione della cultura del lavoro realizzato dai giovani animatori del Progetto Policoro.

Se riusciremo a realizzare questo avremo di certo fatto solo cose normali, nulla di speciale. Avremo però seguito l’esempio di Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio, che ancora oggi ringraziamo per la loro normalità che ha segnato il nostro tempo e che è l’esempio del nostro futuro.

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  • anno IX, n. 4, dicembre 2009

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