Dove abita la speranza?
di Gigi Borgiani
Quotidianamente veniamo a conoscenza di stragi (Giacarta), violenze (Iran), morti provocate per guerra (Afghanistan) o per sorpassi azzardati, morti per imprudenza in montagna, morti quotidiane che non fanno notizia perché sono talmente consuete (e tante) da non farci più caso (Africa, solo un esempio).
Dove abita la luce? Dove abita la speranza? Ma non vogliamo lasciare la storia nel buio, nel dubbio. È per questo che non ci stanchiamo di spendere la vita in preghiera da un lato e nell’operosa carità dall’altro, perché la vera luce possa splendere nel mondo. Già la verità! Verità che «va cercata, trovata ed espressa nell’economia della carità, ma a sua volta la carità va compresa avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo avremo anche contribuito ad accreditare la verità mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa di non poco conto oggi in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità». Sono parole della Caritas in veritate. Indubbiamente l’enciclica di Benedetto XVI ha suscitato molto interesse. Era attesa da tempo; era stata annunciata come “enciclica sociale” (e lo è!) e come apportatrice di parole in risposta alla crisi di valori, di senso nonché economica-finanziaria che stiamo vivendo. In questi giorni si moltiplicano commenti, incontri di approfondimento e riflessione, ma se non volgiamo correre il rischio del fare accademia, del coinvolgimento del momento, occorre, a mio avviso, porsi di fronte al testo pontificio (che deve essere letto per bene, non in fretta e soprattutto nella sua completezza) con due atteggiamenti: quello della conversione e quello della responsabilità.
Conversione: leggiamo l’enciclica con gli occhi e con il cuore dei credenti. Non è difficile capire che il desiderio/tentativo di dare risposte di speranza vera all’uomo di oggi si fonda unicamente sulla consapevolezza che apparteniamo all’Amore di Dio. Siamo recettori e nello stesso tempo protagonisti di un’Alleanza che lega Dio all’uomo, che ci lega all’Amore di Dio, un Amore illimitato che deve raggiungere ogni persona, per progetto di Dio. L’appartenenza all’amore di Dio che si vive e realizza nella cosciente appartenenza al suo Popolo, sua Chiesa che salva è la forza che ci prende, ci spinge e ci proietta verso e nell’umanità.
Nasce quindi la domanda: se volgiamo mettere in pratica le parole che il Papa ci rivolge attraverso l’enciclica, cosa devo cambiare nella mia vita per essere autentico testimone di carità nella verità? Uno strumento indicato dal Papa è quello della fraternità, che non è una sollecitazione derivante da buoni sentimenti ma è la ricerca di una comunione piena, fatta innanzitutto di una profonda interiorità, che è capace di trasmettere fiducia e abbandono in relazioni tra persone che hanno a cuore la vita dei fratelli ma anche quella di ogni uomo. Allora siamo invitati a riscoprire in noi la forza straordinaria che sostiene la nostra vita, a lasciare abitare in quell’Amore che genera amore. Quanti passi da fare prima o per lo meno quanto impegno di conversione deve accompagnare la mia ricerca di nuove forme di fraternità: «… abbiate la gioia di una casa comune, una domus ecclesiae. Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria per imparare a far bene le cose di tutti i giorni e per interpretare insieme la parola e la cultura contemporanea con l’intelligenza della fede e con il desiderio di dialogare con tutti» (card. Martini).
Responsabilità: «…lo sviluppo umano integrale comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti». Non possiamo delegare, non possiamo demandare ad altri, alle sole istituzioni (“da sole non bastano”), agli addetti ai lavori la ricerca di risposte per uno sviluppo capace di dare vita vera all’intera famiglia umana.
Il costante riferimento alla Populorum Progressio che rileviamo nella Caritas in veritate suggerisce altre domande. A più di 40 anni dalla sua pubblicazione non solo constatiamo il carattere profetico dell’enciclica di Paolo VI, il puntuale verificarsi di uno sviluppo globale mancato, ma non possiamo puntare il dito. Dove eravamo negli anni in cui i segni dell’individualismo, del consumismo, della ricerca del profitto hanno dilagato? Dove eravamo quando la globalizzazione ha ingigantito il suo potenziale nel processo socio-economico mettendo a margine «realtà di una umanità che diviene sempre più interconnessa, costituita da popoli a cui il processo deve essere di utilità e sviluppo; dove il superamento dei confini non è solo materiale ma anche culturale nelle sue cause ed effetti»? Dove eravamo quando l’economia ha preso il sopravvento sull’uomo? Eppure tutto il secolare magistero sociale della Chiesa non ha mai cessato di mettere al centro la persona. Per alcuni, soprattutto in questi giorni di commenti, sembra che questo fondamento della centralità della persona umana sia emerso solo a seguito della dimostrazione pratica del fallimento che abbiamo toccato con mano da qualche mese. La nostra responsabilità quindi deve recuperare. Se davvero desideriamo cancellare dal vocabolario dell’umanità le parole tristi della morte, della povertà, dell’ingiustizia ognuno di noi deve sentirsi moralmente impegnato nel portare la propria goccia nel mare della solidarietà e della speranza.
Alcuni daranno un contributo alle nuove regole che si vogliono imporre al mercato, altri lavoreranno al miglioramento dei rapporti internazionali, altri per un rinnovato stile di aiuto ai Paesi meno sviluppati, altri terranno sotto controllo scelte e promesse fatte per contrastare il degrado ambientale, altri ancora incrementeranno l’impegno educativo e l’impegno nell’azione di volontariato; tutti dobbiamo impegnarci per relazioni nuove, per la promozione di vicinati globali ricchi di fraternità e gratuità; tutti dobbiamo adottare nuovi stili di vita «nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte di consumi, dei risparmi e degli investimenti». È il cambiamento di mentalità e di agire che Benedetto XVI sollecita a fronte della «società odierna incline all’edonismo e al consumismo restando indifferente ai danni che ne derivano».