1989. Le speranze e il disincanto
di Agostino Giovagnoli
Il 1989 ha suscitato grandi speranze: raramente un passaggio storico suscita così tante attese tra molti popoli diversi come è accaduto con la caduta del Muro di Berlino e gli eventi connessi. Fu allora immediatamente evidente che si chiudeva un’epoca, ma influì molto anche il modo in cui ciò avvenne, sostanzialmente pacifico e non violento. Regimi che fino a pochi mesi prima apparivano granitici ed invincibili si sgretolarono in pochi mesi, in seguito al contagio inarrestabile di una coscienza nuova che, diffondendosi da persona a persona, fece crollare in breve tempo un potere apparentemente intramontabile. È accaduto tutto molto rapidamente ed è raro che cambiamenti tanto importanti e così rapidi – seppure lungamente preparati in profondità – avvengano senza spargimenti di sangue e senza passaggi autoritari. Il 1989 sembrò davvero la vittoria dei migliori valori occidentali, come la libertà e la democrazia, che si erano imposti non con la prevalenza della forza ma per la diffusione irresistibile di una persuasione che si era fatta strada spontaneamente.
Sappiamo, naturalmente, che i processi storici non sono mai semplici e lineari e, già allora, ci fu chi cercò di scavare dietro quel rovesciamento – apparentemente impossibile, eppure così reale – di assetti di potere, metodi polizieschi e meccanismi di consenso lungamente collaudati, dubitando dell’immagine idilliaca trasmessa dalla “rivoluzione di velluto”. Ma, ad appannare l’immagine del 1989, sono stati soprattutto gli eventi successivi, il mondo che ne è emerso e molti sviluppi tanto tragici quanto inattesi. Il 1989 è stato salutato da tanti come la fine della “guerra fredda”, ma dopo la caduta del Muro di Berlino non è venuta la pace e, anzi, la guerra è tornata all’ordine del giorno in tanti luoghi diversi, dai Balcani all’Africa, dal Medio Oriente all’Afghanistan. E, sorpresa ancora maggiore, è tornata ad imporsi come una realtà inevitabile, quasi normale, anche presso l’opinione pubblica – in particolare quella europea – che non solo aveva ripudiato la guerra come strumento ordinario di soluzione dei conflitti, ma si era anche convinta che si trattasse di un’inutile tragedia, destinata ad un progressivo declino, almeno nei Paesi più avanzati.
Il 1989, inoltre, sembrò segnare l’inizio di un’epoca in cui la democrazia si sarebbe imposta con crescente facilità come il sistema di gran lunga preferibile e perciò accettato da un numero sempre più ampio di classi dirigenti e di opinioni pubbliche. Ma, nei Paesi ex-comunisti, non tutto si è poi sviluppato nel modo migliore e sono prevalse nuove strutture di potere, non sempre democratiche e trasparenti. È noto, inoltre, che nei venti anni trascorsi da allora i metodi democratici hanno incontrato limiti e difficoltà anche in Paesi dove si erano affermati da tempo, di fronte a problemi nuovi legati alla crisi della politica e dei suoi soggetti tradizionali come i partiti di massa, alla formazione di concentrazioni monopolistiche in campo finanziario o in quello dei mezzi di comunicazione, allo sviluppo di nuove forme populistiche e personalistiche di esercizio del potere ecc… Infine, un’altra forte convinzione che accompagnò quel cambiamento epocale riguardava, com’è noto, il mercato, la sua forza dinamica e la sua “naturale” capacità equilibratrice riguardo alle disuguaglianze più stridenti tra ricchi e poveri. Ma la grave crisi economica che stiamo attraversando ha spazzato via molte illusioni sulle capacità autoregolative del mercato e, ancor più, sulle sue capacità di soluzione delle contraddizioni economico-sociali.
Eppure, malgrado l’evidenza di molti problemi successivi, non si può sottovalutare l’importanza di ciò che è avvenuto nel 1989 e della catena di eventi che ha portato alla fine dei regimi comunisti nei Paesi dell’Europa orientale. Una costruzione, illiberale e oppressiva, sempre più anacronistica, stava soffocando la società civile di quei Paesi e si opponeva allo sviluppo delle relazioni internazionali che chiamiamo abitualmente globalizzazione. Se molte cose sono andate diversamente da come avevamo sperato allora, perciò, non possiamo darne la colpa alla storia e cioè agli avvenimenti del 1989. A distanza di venti anni, piuttosto, dovremmo interrogarci più a fondo sulle nostre speranze di allora e, soprattutto, sul loro fondamento. Dopo tanti anni di “guerra fredda”, abbiamo creduto che la fine della contrapposizione bipolare rappresentasse davvero la “fine della storia”, come scrisse Francis Fukuyama, e cioè la fine di tutti i nostri problemi o quasi. Invece, già prima del 1989, sotto la crosta del vecchio ordine mondiale dominato dalla “guerra fredda”, era già cominciato a maturare un “nuovo disordine mondiale”, ma in pochi se ne erano accorti.
Quasi nessuno, infatti, ha capito quale mondo stava emergendo dopo il crollo del Muro di Berlino e, a lungo, abbiamo continuato a giudicare con criteri adatti alla realtà del pre-ottantanove. Profondi limiti culturali, ad esempio, hanno impedito di capire l’importanza delle dinamiche che si stavano sviluppandosi ormai da tempo in quello che molti europei continuavano a chiamare genericamente Terzo Mondo. Invece il Terzo Mondo aveva già smesso da tempo di essere una realtà unitaria e gli storici hanno spiegato che la “guerra fredda”, cominciata in Europa – e cioè intorno alla “cortina di ferro” che ha diviso l’Europa post-bellica – è finita sulle sponde del Pacifico, con lo sviluppo di nuove e intense relazioni, anzitutto economiche, tra la sponda asiatica e quella americana di questo Oceano. Negli anni successivi, il ruolo dell’Europa è andato sempre più declinando e sono profondamente cambiati i caratteri dell’egemonia occidentale, come mostra la solitudine della superpotenza americana, trasformatasi poi in un unilateralismo sempre più problematico negli ultimi anni, mentre cresceva il ruolo di nuove potenze economiche e/o politiche come Cina, India, Brasile. Per il mondo, insomma, il 1989 è stato soprattutto la fine di qualcosa che sopravviveva in modo anacronistico, mentre gli europei hanno creduto che si trattasse dell’inizio di un tempo nuovo che avrebbe avuto ancora l’Europa al suo centro.
Anche in Italia i problemi del dopo ’89 non sono stati colti fino in fondo. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, com’è noto, è qui radicalmente cambiato il sistema politico, in connessione con le trasformazioni internazionali legate al crollo del blocco sovietico. Anche questo cambiamento ha suscitato molte speranze, sulla spinta della crisi della politica italiana emersa negli anni precedenti e la forte esigenza di un rapporto più vivo e diretto tra società civile e istituzioni pubbliche. Ma, a distanza di circa quindici anni, la politica italiana si trova di fronte a problemi nuovi, come quello dell’immigrazione di lavoratori stranieri, che ancora oggi non siamo in grado di affrontare con la necessaria consapevolezza e intorno a cui continuano a scatenarsi violenze xenofobe e razziste. Eppure, guardando a quanto stava accadendo ormai da tempo in altri Paesi europei – come Francia, Germania e Gran Bretagna – non era impossibile immaginare che la questione si sarebbe posta molto presto anche in Italia, come qualcuno previde proprio in quegli anni. Sul cambiamento del sistema politico italiano all’inizio degli anni Novanta, insomma, hanno pesato – più che altrove – un ritardo culturale, una scarsa consapevolezza dei problemi emergenti, una progettazione del futuro basata su uno sguardo ancora rivolto al passato. Anche in Italia, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, è sicuramente finito qualcosa, ma questa fine non è stata sufficiente per avviare in modo solido una nuova stagione politica.
Le difficoltà occidentali e in particolare europee di capire il mondo dopo il 1989 sono continuate fino ad oggi. Non si tratta solo di un problema culturale: come ha detto Benedetto XVI, oggi l’Europa sembra quasi volersi congedare dalla storia e, prima di lui, attraverso i suoi viaggi, Giovanni Paolo II aveva mostrato l’importanza di tante situazioni fuori dall’Europa. Sono ormai molti i segnali che indicano l’urgenza di un “risveglio europeo”, ma tali segnali fanno fatica a scuotere uno stato di inerzia diffuso nell’opinione pubblica europea. In realtà, l’Europa ha ancora molte chances, a cominciare da una ricchissima tradizione di valori etico-religiosi e di elaborazione politico-istituzionale: in nessun altro continente il senso della libertà è stato sviluppato come in Europa. Ma è necessario che gli europei prendano coscienza dei cambiamenti epocali che sono intervenuti e dell’esigenza di inserirsi in dinamiche che ormai si sviluppano soprattutto altrove. Nessun altro, come gli europei, può ad esempio inserirsi nella realtà problematica ma in profonda trasformazione dell’Africa contemporanea e sostenerla verso la piena partecipazione ad un mondo sempre più globalizzato. È tempo, insomma, di non guardare più al passato, ma al futuro e affrontare le nuove sfide che ogni giorno vengo poste al “vecchio mondo”.
(Questo articolo è tratto dal n. 2/2009 della rivista Dialoghi, in uscita)