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«Natura umana». Un’idea per il destino dell’uomo

Titolo: «Natura umana». Un’idea per il destino dell’uomo

A cura del Gruppo di ricerca antropologica

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Fonti:

«Tutto ciò che è stato creato è «molto buono»; il male non risiede dunque nella condizione della creatura, la sua origine è estranea all’essere che è subito buono. E il male non viene dal basso, dal corporale, ma dallo spirituale; la sua origine risale al mondo angelico e poi all’opzione dello spirito umano. Soltanto in secondo luogo il male penetra e si insedia nelle «crepe» dello spirito umano spezzato nella sua integrità e pervertito nella sua struttura gerarchica. [...] L’ordine normativo della natura postula la «plenificazione» di tutti i piani e di tutti gli elementi costitutivi dell’essere umano, integrati nel suo spirito».
P. Evdokimov, L’Ortodossia, EDB, Bologna, 1981, p. 87.

«Suppongo che voi ammettiate esservi una natura umana e che questa natura umana è la stessa presso tutti gli uomini. Suppongo che voi ammettiate anche che l’uomo è un essere dotato di intelligenza, e che, in quanto tale, agisce comprendendo quello che fa e quindi ha il potere di determinare se stesso ai fini che egli persegue. D’altra parte, avendo una natura, essendo costituito in un certo determinato modo, l’uomo ha evidentemente dei fini che rispondono alla sua costituzione naturale e che sono gli stessi per tutti [...] Ma poiché l’uomo è dotato di intelligenza e determina a se stesso i propri fini, tocca a lui accordare se medesimo ai fini necessariamente voluti dalla sua natura. Ciò vuol dire che vi è, per virtù stessa della natura umana, un ordine o una disposizione che la ragione umana può scoprire e secondo la quale la volontà umana deve agire per accordarsi ai fini necessari dell’essere umano. La legge non scritta o diritto naturale non è altro che questo».
J. Maritain, I diritti dell’uomo e la legge naturale, Vita e Pensiero, Milano, 1993, p. 56.

Testo di approfondimento: definizione e problematizzazione

L’idea di «natura» è tra le più complesse in circolazione tanto nelle biblioteche filosofiche quanto sulla piazza mediatica; a seconda poi dei dibattiti in cui viene impegnata ed impiegata si lega ad altre idee dando vita ad una gran varietà di accostamenti e declinazioni: natura/cultura, natura/civiltà, naturale/artificiale, natura/tecnica, naturale/innaturale, ma anche concepimento naturale e morte naturale o, per chi segue certi dibattiti, naturalismo/creazionismo…
Tutti questi accostamenti sono legittimi e testimoniano la plasticità di un concetto antico, di cui non possiamo fare a meno quando intendiamo riferirci a qualcosa di essenziale ed al tempo stesso riconoscere che proprio l’essenziale è aperto ad innumerevoli forme di sviluppo, di espressione e di perfezionamento.
Per gli antichi pensatori che educavano filosoficamente la lingua latina – e tra questi spicca il genio lessicale di Tertulliano – «natura» era il dispositivo concettuale che meglio traduceva ciò che i greci chiamavano «ousia», un termine che talvolta traduciamo anche con «sostanza» (sub-stantia, ciò che sta sotto, che sorregge) o anche «essenza» (essentia, ciò che esprime l’essere specifico di una certa realtà). Rispetto però ai concetti colleghi, forse più affilati dal punto di vista filosofico, quello di «natura» presentava e presenta un indubbio vantaggio: viene da nascor, nascere, e da una forma particolare di questo verbo, l’infinito futuro, che suona «naturus sum», che potremmo esprimere con «ciò che debbo diventare». La mia natura dunque richiama ciò che già sono – le coordinate in cui sono nato: il mio appartenere al genere umano ma anche il fatto di trovarmi in una società, in una cultura, in un’epoca storica – e d’altra parte ciò a cui sono indirizzato: l’uomo ha dei «fini», scrive Maritain, dei traguardi, degli obiettivi che lo mettono in movimento e ne attivano la creatività, fini che sono i medesimi per tutti. Proprio nella tradizione che si lega a Tommaso d’Aquino «natura» significa in effetti molto di più il punto di arrivo, che non il punto di partenza con le sue coordinate: il cammino di ciascun uomo è quindi irripetibile non tanto perché tutti nascono uguali, prendendo poi strade diverse, quanto piuttosto perché tutti partono da coordinate diverse essendo orientati ad un traguardo comune.
La legge naturale a cui Maritain fa riferimento va intesa anzitutto come il disegno complessivo che riguarda il destino dell’uomo, destino che certo contempla anche una serie di intuizioni basilari relative al come vivere ed all’etica, ma che non si identifica con queste norme del buon vivere umano. Le grandi istruzioni morali (non uccidere etc.) esprimono le generalità che contraddistinguono l’umano a qualsiasi latitudine, ma hanno bisogno di radici: senza radici, senza una luce che illumini il «fine» e che prospetti ciò a cui si è chiamati a nascere, le regole si fanno gabbia e non sostegno nel percorso, inaridiscono e si rinsecchiscono nel legalismo cieco oppure vengono rigettate e bruciate in un rogo liberatorio.
La società occidentale ha dedicato molte energie alla difesa dell’uomo maturando la cultura dei diritti umani, il cui fondamento prossimo – ed è, tra gli altri, il grande magistero di Maritain – è proprio l’idea che vi sia una natura umana, cioè qualcosa di comune agli uomini al di là delle appartenenze culturali, religiose, civili o politiche. La nozione di «persona» duetta con quella di «natura umana», dicendo in fondo che sempre l’uomo viene prima del partigiano, anche quando essere di una parte significa semplicemente essere «cittadino» di una qualche parte di mondo.
La cultura dell’oriente cristiano si è fatta invece storicamente carico di mantenere accese le luci che introducono alle radici, al fondamento della dignità umana, e lo ha fatto non smettendo mai di richiamare la centralità della questione del destino dell’uomo: solo contemplando un traguardo è possibile immaginare i molteplici percorsi di avvicinamento, tenendo conto delle diverse posizioni di partenza, come si diceva sopra. Naturus sum, a cosa dunque è destinato l’umano? Alla massima espansione della dimensione spirituale, ricorda Pavel Evdokimov, o per dirla con un noto apoftegma dei Padri molto caro alla tradizione ortodossa, alla divinizzazione: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio».
Certamente in una società secolarizzata può essere difficile far valere un’idea di «natura umana» così fortemente connotata secondo il messaggio cristiano. Lo sapeva bene già Tommaso d’Aquino, secondo il quale una comprensione di questo tipo matura in un lavoro paziente di ricostruzione della relazione personale con Dio e quindi dipende anzitutto dalla salute interiore. Come regolarsi dunque in una società secolarizzata, in cui la proposta cristiana risuona certamente, ma forse con tonalità più tradizionali e morali (quando non tradizionaliste e moraliste) che non spirituali ed interiori? Proprio da questo Dottore della Chiesa arriva un prezioso suggerimento: lì dove si registra una diversità di orientamento, di appartenenza ideale, di ispirazione, anziché sospendere il dibattito occorre intensificarlo. Tommaso sosteneva, insieme alla tradizione ebraico cristiana, che l’uomo ricorre sempre a dei lumi grazie ai quali sviluppa una comprensione della propria natura, del proprio destino (lumen rationis naturalis): lume è anche il patrimonio di sapienza che ciascuno porta con sé avendolo appreso da una cultura, da una fede (espressa o no che sia in forme rituali o liturgiche). Non possiamo pretendere che tutti facciano ricorso alle medesime sorgenti: proprio per questo, quanto più ci rendiamo conto che le luci sono diverse, tanto più diventa importante chiamarle espressamente in causa, preoccupandosi di condividerne quantomeno i significati fondamentali.
Dal punto di vista della tradizione cristiana occidentale è importante ritrovare il buon passo della discesa in profondità: come si declina questo cammino dell’uomo verso la divinizzazione? Quali sono gli ostacoli che ciascuno deve imparare ad affrontare? Su quali aiuti si può contare? Quali volti assumono ostacoli ed aiuti nella società contemporanea, con i suoi ritmi, con le sue scale sociali di valore e di priorità? Come raccordare l’esteriore all’interiore? Come allenare lo spirito perché sia sempre più aperto a quella capacità di integrazione delle esperienze a cui rinviava Evdokimov? Come impastare questo camminare universale dell’uomo con i sentieri particolari che ciascuno calca a partire dalla propria vocazione relazionale, professionale, di servizio?
Una declinazione dell’idea di «natura umana» attenta all’oggi dell’uomo potrebbe passare attraverso questi snodi, beneficiando una volta ancora della plasticità di una nozione nata per esprimere ciò per cui siamo nati.

ACI, Progetto Formativo “Perché sia formato Cristo in voi”:

  • Formazione per diventare se stessi (1.2)
  • Formazione è un’azione interiore (1.2)
  • Una proposta che apre a percorsi personali (1.3)
  • In Gesù l’uomo riconosce il suo vero volto (2.2)
  • Per una regola di vita (4.3)
  • Lungo le stagioni della vita (5.3).

Bibliografia minima:

  • M. Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Bose, 1990.
  • P. Evdokimov, L’Ortodossia, EDB, Bologna, 1981.
  • J. Maritain, I diritti dell’uomo e la legge naturale (1942), Vita e Pensiero, Milano, 1993.
  • J. Maritain, Riflessioni su una natura ferita (1967), in Approches sans entraves, Città Nuova, Roma, 1978.
  • T. Špidlik, L’idea russa (1994), Lipa, Roma, 1995.
  • R. Spaemann, Natura e ragione (1987), Edizioni Università della Santa Croce, Roma, 2006.

Classici sul cammino dell’uomo:

  • Evagrio Pontico, Trattato pratico. Cento capitoli sulla vita spirituale
  • Giovanni Climaco, La scala del paradiso
  • Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche
  • Tommaso d’Aquino, Somma di Teologia
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    Vocazione: ritorno al futuro?

    Dono, chiamata, esercizio di libertà, atto di responsabilità: la vocazione è un appello che collega trascendenza e storia.

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