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Un nuovo patto educativo

Intervista a Paola Dal Toso (Segretaria Generale CNAL)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della consulta nazionale delle aggregazioni laicali?

Poiché il Consiglio Direttivo della CNAL non ha ancora iniziato a lavorare, non sono in grado di rispondere in quanto Segretaria Generale. Sicuramente nei prossimi mesi tutta la CNAL farà proprio l’invito del Papa che più volte è tornato a sollecitare un rinnovato impegno nell’ambito educativo. Tra l’altro, sarà anche l’oggetto del piano pastorale per i prossimi dieci anni, che la Conferenza Episcopale Italiana ha approvato nel corso dell’assemblea generale svoltasi a fine maggio.
A titolo personale, vorrei aggiungere che nel discorso pronunciato giovedì 28 maggio rivolgendosi all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, Papa Benedetto XVI ha ribadito: «il compito fondamentale dell’educazione. […] Si tratta di una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’
urgenza e, perfino, dell’emergenza». Nella Lettera alla diocesi di Roma sui compiti urgenti dell’educazione del 21 gennaio 2008, sottolinea che, se «Educare non è mai stato facile», «oggi sembra diventare sempre più difficile» perché «È forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata». Certo, constatiamo non solo la difficoltà di educare, ma addirittura uno smarrimento degli stessi adulti impegnati nell’educazione, della quale, mai come in questo tempo c’è urgenza, tanto che Benedetto XVI afferma: «Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».
Tentando di analizzare il nostro tempo dal punto di vista educativo, a mio parere, la principale emergenza educativa consiste nella mancanza di proposte forti con le quali i giovani possano confrontarsi, a fronte di messaggi contraddittori che pervadono il nostro mondo, della caduta di ideologie e dell’indebolimento religioso. Ragazzi e giovani sono afflitti da disagio caratterizzato da: senso di inutilità del vivere (nichilismo), incapacità di progettare un futuro e tendenza a svalutare il passato che fa ripiegare sul presente, privilegiando il consumo immediato di cose, emozioni ed esperienze. Inoltre, rischiano di vivere nella solitudine, cioè nell’impossibilità di poter stabilire relazioni in particolare con adulti significativi che li aiutino a trovare risposte che possano contribuire a dare un senso alla propria vita, a scoprire significati… In molti casi vivono l’esperienza della semplice compagnia, ma non la socialità, la relazionalità, l’amicizia. Spesso mancano di modelli autorevoli, ma anche del necessario supporto emotivo da parte di genitori che rispondono largamente ai loro desideri, ma non sanno comprendere i bisogni più profondi e non li aiutano a strutturare la loro personalità.
Mi pare necessario educare bambini, ragazzi e giovani ad imparare a distinguere fra bisogni e desideri, a conoscere le proprie forze ed i propri limiti, ad entrare in contatto con gli altri ed abituarsi a vivere con persone diverse da sé.
Si profila sempre più urgente lavorare per un patto educativo che deve coinvolgere,
in primis, le famiglie, ma anche quelle agenzie e associazioni che fanno dell’educazione il loro impegno principale. È possibile un lavoro in rete, nell’indispensabile alleanza tra agenzie educative a partire dalla famiglia, con il coraggio anche di andare “contro” per permettere ai ragazzi di maturare nella capacità di amare e di assumersi delle responsabilità, così da essere protagonisti nella Chiesa e nella società.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune non può essere considerato come la somma di tanti beni singoli e non è nemmeno un valore del passato che può essere semplicemente ereditato, ma va fatto nostro, ha bisogno di una comune adesione, di una conquista continua, di un rinnovo personale nel progressivo crescente esercizio della responsabilità. Ciò presuppone l’educazione della persona, la quale non realizza se stessa in una prospettiva puramente individualistica o di protagonismo arbitrario di chi intende costruire la propria esistenza sulla base dei propri desideri. La persona invece, è naturalmente aperta al rapporto con le altre persone e con la società. La sua educazione è possibile quando la vita viene accolta come un dono, una chiamata a cui rispondere, come portatrice di un senso che non ci possiamo dare da soli. Pertanto, è necessario che l’educazione apra la persona ad accogliere e, dunque, ad uscire da sé; è nell’atto di dare e ricevere amore e, quindi, di uscire da sé che la persona realizza se stessa; l’amore è una chiamata ad uscire da sé, la relazione d’amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l’altro. L’apertura all’alterità porta ad affermare anche l’identità soggettiva, poiché l’altro mi rivela me stesso; è la relazione con l’altro che mi fa comprendere me stesso. Senza trascendenza, ossia senza chiamata da un “oltre” rispetto a me stesso, non riesco a darmi un’identità. L’educazione autentica richiede questa prospettiva trascendente che l’uomo riceve aprendosi all’altro ed all’Altro e che non si dà da solo.
La persona è chiamata a dare liberamente e responsabilmente il suo apporto alla costruzione del tessuto morale della società. La sua educazione è un presupposto indispensabile per la costruzione del bene comune, anzi l’educazione stessa in quanto orientata allo sviluppo della comune umanità, è un bene comune.
Diventa di fondamentale importanza per l’educazione ed il bene comune, imparare la gratitudine e l’accoglienza. Senza gratitudine, ossia consapevolezza che la nostra identità non ce la siamo data da soli, non c’è educazione, continuità tra le generazioni, vera storia.
È urgente restituire all’educazione la sua fondamentale finalità formativa; al riguardo, il Papa afferma che lo scopo essenziale dell’educazione è proprio «la formazione della persona per renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio contributo al bene della comunità» (1) . Ne consegue che l’educazione al bene comune va intesa come superamento del puro riferimento esteriore alla legalità, anche se comunque, imparare ad osservare le leggi è il primo gradino – elementare ed indispensabile – per la civile convivenza. Si tratta di rispettare l’altro che non è uno sconosciuto individuo, ma una persona inseparabile dall’unica famiglia umana.
In questa prospettiva assume rilevanza il percorso di educazione alla mondialità, di educazione interculturale come educazione ai rapporti intersoggettivi fra persone che assomigliano a tutti gli altri uomini capaci di trascendere la loro stessa cultura perché considerano l’altro come “specchio”. Diversamente si può al massimo convivere in una vicinanza di reciproca tolleranza.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica da sempre ha a cuore la formazione delle persone. In questo senso ha una lunga tradizione di impegno che riguarda tute le fasce d’età. L’esperienza dello stare insieme, del vivere la dimensione del gruppo è un’opportunità per il singolo nell’esercizio delle piccole grandi responsabilità, commisurate all’età, del dare il personale contributo alla costruzione del bene comune. In questo senso credo, dovremmo riscoprire l’incidenza dell’esperienza concreta che si può vivere fin dalla più tenera età.

(1) Benedetto XVI, Discorso pronunciato al convegno della diocesi di Roma, 11 giugno 2007.

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  • anno X, n. 2, giugno 2010

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    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.