Un’Ac che valorizza le competenze di ciascuno
La globalizzazione dei mercati nelle società post-industriali comporta una radicale modifica dei processi lavorativi e delle strutture cognitive di supporto. Se le continue trasformazioni richiedono ai lavoratori la rimodulazione di abilità e comportamenti per garantire efficacia professionale, alle organizzazioni appare sempre più chiaro che solo valorizzando l’intelligenza complessiva della persona è possibile massimizzare i risultati.
Gli spunti che seguono sono suggestioni raccolte dalla frequentazione quotidiana dei luoghi tipici dentro i quali si consuma il rapporto tra vita associativa e vissuti professionali, talvolta in modo schizofrenico, e intendono non chiudere ma aprire l’argomento alla riflessione comune.
Una prima considerazione riguarda l’attenzione accordata dalle organizzazioni aziendali ad istanze prima alquanto sottovalutate: formazione permanente, ricerca di valore nella performance, presidio della sfera relazionale e non più solo di quella meramente specialistica, riconoscimento del cosiddetto capitale umano quale fattore competitivo determinante. Tutte cose che, ancorché pensate in termini strumentali, indicano comunque un cambiamento di prospettiva ed un’opportunità da cogliere.
Un secondo pensiero attiene alla differenziazione tra professioni esercitate a titolo individuale, sempre più specializzate e parcellizzate, ed attività professionali svolte all’interno di contesti strutturati, tendenzialmente sempre più generiche ed indefinite. Questa nuova realtà, nel minare il tradizionale senso di affiliazione al marchio, fa emergere un sentimento di appartenenza più orientato al mestiere svolto. In un’epoca segnata da repentini cambiamenti e da irrequietezza dei sistemi economici, conta più la personale competenza che il legame con un’organizzazione che potrebbe non esserci più da un momento all’altro.
Un terzo spaccato fa riferimento proprio alla condizione di precarietà dell’attuale scenario lavorativo, che alimenta atteggiamenti di separazione tra la vita personale e un vissuto professionale sempre più svuotato di coinvolgimento emotivo.
La nostra Associazione non può trascurare il problema di uno status che rischia di compromettere l’equilibrio complessivo della persona nel suo rapporto col mondo e finisce per intaccare la stessa adesione ad una fede per sua natura votata ad incarnarsi nelle concrete situazioni della vita. In tal senso, la professione costituisce un ambito esperienziale privilegiato per esercitare le virtù cristiane: passione, impegno, responsabilità, relazionalità, sono atteggiamenti maturati nel solco associativo che traducono l’istanza cristiana in cifra umana tangibile. Etica del lavoro ed etica nel lavoro costituiscono oggi due requisiti testimoniali decisivi per qualsiasi azione tesa ad impregnare evangelicamente non tanto gli ambienti quanto le nostre relazioni con essi.
In tale prospettiva, valorizzare nei circuiti associativi ordinari le competenze professionali di aderenti e simpatizzanti, come pure offrire all’esterno quelle educative e relazionali maturate in AC, rafforza la nostra capacità aggregativa ed insieme porta nuova linfa vitale nel tessuto associativo. Questo patrimonio di esperienza antica, ricco di riferimenti etico-culturali, di attitudine formativa e sapienza progettuale, va reso conoscibile, disponibile e fruibile nella vita della Chiesa e nella società civile, anche attraverso la costruzioni di reti e l’elaborazione di progetti rivolti al territorio.
Tra le pieghe e le piaghe della società “mobile” occorre ridare senso unitario alla vita quotidiana e concreta, recuperare l’istanza di fondo che restituisce spessore alla dimensione lavorativa e orientare le spinte ad una generica “autorealizzazione” verso il contenuto etico di un servizio reso attraverso le professioni, che non sono mai per se stesse, ma sempre per e con l’altro.
(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Professioni” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).