Se l’università diventa un non luogo
Può sembrare una contraddizione che un luogo di cultura qual è l’Università risulti, per molti studenti che la frequentano, un passaggio scarsamente educativo e poco incisivo sulla propria vita, al di là della professionalità acquisita. In effetti, le trasformazioni che si sono susseguite in modo scoordinato negli ultimi decenni hanno profondamente cambiato le modalità di partecipazione alla vita universitaria. Quanto questo sia dovuto alle riforme e quanto ai cambiamenti sociali e culturali del Paese è difficile da stabilire. In ogni caso, se talvolta pensiamo all’Università come ad un “ambiente”, spesso essa non è vissuta come tale dagli studenti e dai docenti. Alcune cause di tale fenomeno, che pone problemi concreti alle nostre comunità e alla nostra Associazione, sono emerse nel corso della discussione nel laboratorio dedicato a questo tema nel recente Convegno delle Presidenze diocesane.
Una prima emergenza: l’Università è vissuta solo in funzione dei risultati dello studio, mentre scarsa è l’adesione alla vita universitaria culturale, istituzionale ed ecclesiale. Il calo di partecipazione in generale riguarda l’intera società, ma alcuni aspetti specifici sono legati alle condizioni degli studenti. Molti sono pendolari giornalieri, e ciò è stato favorito dal moltiplicarsi delle sedi universitarie: così si crea una sorta di schizofrenia tra la vita “normale” e le “parentesi” di vita universitaria. Gli studenti che invece si trasferiscono molto lontano da casa, talvolta per evadere dal proprio paese o città, non solo perdono i contatti con la comunità d’origine, ma spesso trovano poi difficoltà ad inserirsi nella nuova realtà spesso culturalmente ed ecclesialmente diversa. Chi poi studia nella propria città, rimane più spesso ancorato alla comunità d’origine, ma è poco stimolato ad occuparsi di Università al di là dello studio. La società civile delle città universitarie, infine, si interessa scarsamente di integrare in sé la popolazione degli studenti.
Anche lo studio rischia di impoverirsi. Esso è sempre più uno studio individuale orientato al risultato immediato (il voto), più che al processo di apprendimento e di approfondimento; è sempre più specializzato e frammentato in una varietà infinita di corsi che rendono difficile il confronto, il dialogo e l’integrazione fra le diverse discipline. La somma di nozioni stenta a diventare “sapere”; mancano poi spazi di confronto fra le persone (docenti e studenti) che facciano emergere i temi etici legati alle professionalità che si vanno acquisendo. Un particolare elemento di disinteresse alla vita universitaria può derivare anche, abbastanza spesso, da una scelta poco motivata del corso di studio, affrontata all’ultimo minuto e priva di un vero progetto di vita. Questo può generare difficoltà nello studio, delusioni, cambiamenti di rotta, abbandoni.
Per concludere, alcune sfide per l’Associazione: innanzi tutto fare rete, favorire la comunicazione e la conoscenza reciproca fra le realtà ecclesiali da cui provengono gli studenti e i soggetti impegnati in ambito universitario come la FUCI, per l’accoglienza delle persone, la continuazione di un cammino formativo, l’unificazione della vita spirituale con lo studio. Quindi, ancora una volta, educare: è di fondamentale importanza che la prospettiva dell’università sia preparata con una formazione globale negli anni precedenti, in modo che anche il periodo universitario non sia estraneo alla esperienza cristiana, ma sia vissuto come l’oggi in cui Dio chiama a vivere nuove occasioni di relazione, di servizio e di maturazione, e in cui ci si allena a coltivare la tenacia della ricerca e a rifuggire l’ansia del risultato.
(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Università” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).