Il volto di Neda
Continua a suscitare apprensione e sdegno la repressione messa in atto dal regime degli Ayattolah contro una moltitudine di iraniani che manifesta pacificamente e con stile intergenerazionale per esigere un minimo di legalità democratica, come premessa di una stagione di libertà. È notizia di questa notte, un ulteriore massacro con una ventina di morti.
Ad ogni tornante della storia e negli angoli più oscuri della società, gli eventi si ripropongono con puntuale drammaticità infierendo sui giovani e le donne come vittime sacrificali sull’altare del potere sacralizzato, con la pretesa di soggiogare un popolo di antica cultura, civiltà e religiosità.
Ha colpito la coscienza di milioni di persone nonostante la diffusa stanchezza della democrazia nel nostro Occidente, lo sparo mortale che in 37 secondi ha spento la vita terrena di Neda, ragazza sedicenne che assieme al papà e agli amici partecipava, sfidando il regime, alla protesta per i brogli elettorali.
Con la fulminea velocità della comunicazione via internet questa vita giovanissima strappata violentemente dai suoi sogni e progetti appena abbozzati è diventata immagine ed icona di una generazione che non piega la testa, anzi riprende il cammino per ritrovare il sapore ed il valore di parole antiche come dignità, giustizia e libertà.
Neda è stramazzata a terra con gli occhi aperti che riflettevano l’azzurro del cielo, più forte delle nubi che si addensavano minacciose sulla capitale Teheran.
Il volto sorridente di questa ragazza iraniana diffuso dalla sorella che condivide la stessa passione civile, è diventato il simbolo, l’icona del cambiamento interpretato nel mondo islamico specialmente dalle nuove generazioni di donne, con vasta eco in tutto il mondo. “Sogno un giorno di sciogliere i miei capelli al vento, di amare la libertà, di poter alzare la testa e dire con fierezza: sono iraniana”, questo il commento alla sua foto diffusa ovunque. Una voce, uno sguardo che non hanno voluto sentire e vedere quanti hanno impedito di celebrare dignitosamente, con i suoi familiari e cittadini, il funerale.
Mentre il premio della vita eterna riservata ai giusti e ai martiri accomuna la fede islamica con quella cristiana, si può cogliere in questo splendido fiore brutalmente reciso dal giardino della vita, un seme di risurrezione che rende feconda la storia di un popolo crocifisso verso nuove pasque di liberazione scuotendo l’inerzia e la rassegnazione di molti coetanei occidentali, affascinati e sedotti da miti virtuali o rassegnati nel labirinto inestricabile di una precarietà occupazionale ed esistenziale.
Questa ed altri morti innocenti per violenza, estenuanti emigrazioni o per fame, implorano la fine di inumane tragedie e l’inizio di un mondo nuovo che abita già nel profondo del cuore di ogni essere umano.
In questi giorni di esami di maturità per migliaia di diciannovenni e alla vigilia per le nostre parrocchie ed associazioni di attività estive e campi scuola, è davvero un atto di responsabilità educativa confrontarci umanamente ed evangelicamente con tali situazioni, per evitare che venga applicato a noi la scritta-confessione apparsa accanto ai manifesti con il volto di Neda: “I suoi occhi aperti della morte fanno vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi”.
Un mese fa un ex bambino soldato, ora docente universitario mi raccontava che ha impiegato vent’anni a perdonarsi per le violenze inferte, compresa l’uccisione di concittadini del proprio villaggio, tra i dodici e i quattordici anni.
Una generazione cristiana cresciuta alla scuola di Giovanni Paolo II attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù ed educata a coniugare insieme scoperta ed incontro con Gesù, assieme all’abbraccio solidale ed operoso verso i coetanei di ogni continente, è chiamata davvero a trasformare l’applauso e l’entusiasmo in gesti e azioni quotidiane di cambiamento profondo della vita e della società.
La repressione che spegne sul nascere ogni anelito di vita condiviso nella festosa amicizia dei popoli, può avere così la parola fine.