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Chi resterà in Abruzzo?

di Paola Springhetti

La catastrofe creata nei paesi asiatici dallo Tsunami ha dato vita al primo esempio di solidarietà globalizzata: le immagini delle devastazioni di quel 26 dicembre 2005 provocarono un’emozione che sfociò in una quantità di donazioni che forse non si era mai vista prima. Solo attraverso gli sms, lo Stato italiano si trovò a disposizione oltre 47milioni di euro per l’emergenza. E aiuti furono promessi da ogni parte del mondo.

Ma qualche mese dopo si vide con chiarezza che un conto è l’emergenza, un conto la ricostruzione. Intendendo con questa parola non solo riedificazione di case, ma il rimettere in moto le attività economiche e soprattutto il ridare vita al tessuto sociale.

Passata l’emergenza spesso si scopre che alcuni interventi “urgenti” erano sbagliati (a Sumatra alcuni pescatori erano stati dotati di barche di cattiva qualità e pericolose), o addirittura dannosi (gli aiuti provocarono rialzo dei prezzi, aumento della corruzione e resero più difficile per l’economia locale mettersi in moto). E dopo poco più di un anno riscoppiò con molta più violenza di prima il conflitto tra il Governo (che gestiva i fondi degli aiuti) e le tigri Tamil: gli interventi di emergenza non avevano risolto i problemi preesistenti. Inoltre, secondo Marco Da Ponte di Action Aid International, il gap tra fondi promessi e fondi realmente erogati fu del 50%.

A due mesi dal terremoto in Abruzzo, non è male ricordare questa storia, che poi è più o meno la storia di tutte le emergenze. Anche in questo caso la generosità della gente è stata grande: moltissimi hanno donato, spesso senza chiedersi a chi (quanti sanno che le raccolte via sms andavano alla Protezione civile del Consiglio dei ministri, non al volontariato?). Gli interventi d’urgenza hanno complessivamente funzionato, anche grazie alla collaborazione del volontariato con la Protezione civile (anche se l’informazione di questo ha parlato poco o niente). Ma adesso bisogna pensare a lungo termine.

Il presidente di Caritas italiana, mons. Vittorio Nozza, lo ha dichiarato subito: vogliamo stare con la gente abruzzese anche dopo l’emergenza, per «realizzare scuole e centri di comunità, come pure progetti di sviluppo e promozione lavorativa sul territorio», ha spiegato sul numero scorso di Segno. Ma per fare questo ci vogliono idee, un modello di società e di sviluppo cui ispirarsi.

Con la lunga esperienza accumulata in questi anni, le ong e il volontariato sanno che, per intervenire con efficacia in situazioni difficili, è necessario che si coordinino tra sé e collaborino con le istituzioni. Ma spesso la collaborazione si trasforma in una specie di militarizzazione: le direttive governative (che rispondono a esigenze anche politiche) stanno strette a chi agisce senza interessi propri e ha una propria idea di sviluppo. Non a caso, nel caso dello Tsunami chi realmente è riuscito a dare un contributo serio per la ricostruzione è stato chi sul posto era radicato: le ong e i missionari.

Vale anche per l’Abruzzo. Il volontariato (parecchio proveniente dall’Ac) e la Chiesa c’erano già. Conoscono i luoghi, le persone, il linguaggio, le esigenze. Soprattutto, sanno coinvolgere le comunità locali, senza il cui apporto non è giusto progettare il futuro. Sono le comunità locali che devono stabilire le priorità e controllare il corretto utilizzo dei fondi.

Solo chi è radicato sul territorio è capace di progettualità a lungo termine, che affronti anche i problemi che c’erano già da prima del terremoto: lavoro, giovani, famiglie, immigrati.

A fine giugno le elezioni (con relative passerelle dei politici) saranno passate, i media troveranno altre notizie, gli italiani andranno in vacanza. Chi resterà, in Abruzzo? Aiutiamo il volontariato e la Chiesa, che sicuramente ci saranno ancora.

(Questo articolo è un’anticipazione dal numero 6/2009 del mensile SEGNO in uscita)

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