C’era una volta la rappresentanza?
di Matteo Truffelli
Non sembra una questione di numero. Non sembra, cioè, che dietro alle polemiche di questi giorni ci sia effettivamente un modo diverso di pensare su quale sia il numero ideale di parlamentari di cui necessita il Paese per far funzionare le istituzioni. Accusare i rappresentanti eletti alla Camera e al Senato di essere troppi, costosi, ingombranti, inutili, rappresenta, del resto, un espediente fin troppo facile in tempi in cui l’antipolitica è diventata ricetta retorica di sicuro successo, soprattutto in periodo di campagna elettorale.
Ma se qualcosa di sostanziale c’è sotto il profluvio di dichiarazioni, precisazioni, proposte e minacce che in questi giorni si sono abbattute sull’idea per niente nuova di diminuire il numero dei parlamentari, è la questione del ruolo cui proprio loro, i parlamentari, sono stati progressivamente relegati dall’evoluzione del sistema politico italiano.
Da alcuni anni, infatti, l’esigenza di rafforzare il governo in nome della tanto ambita “governabilità”, la cui assenza è sembrata essere una delle principali cause del declino della cosiddetta “prima Repubblica”, ha spinto la politica italiana verso un graduale spostamento degli equilibri istituzionali. Un processo segnato dai vari passaggi referendari, dalla nascita e il consolidamento di uno strambo ma sempre più radicalizzato bipolarismo, dall’accentuazione del ruolo dei leader. Fino a che l’attuale legge elettorale, senza bisogno di una modifica formale della Costituzione, ha di fatto posto i parlamentari (e quindi, per una sorta di proprietà transitiva, le stesse Camere) in una condizione di fortissima subordinazione rispetto alla leadership di partito e di governo. Si è così dimenticato che buona regola di ogni riforma istituzionale è quella secondo cui al rafforzamento di una componente del sistema di “pesi e contrappesi” debba corrispondere il rafforzamento, e non l’indebolimento, degli altri elementi della bilancia. Ad una maggiore possibilità di esercizio dell’azione di governo dovrebbe far da contraltare, dunque, una maggiore capacità di controllo e di azione legislativa da parte delle Camere, non una loro diminuzione di “peso” politico. Soprattutto, non una loro progressiva delegittimazione.
L’effettiva esigenza di rafforzare la capacità di decisione da parte della politica, per consentirle di governare i complessi processi della contemporaneità, ci dice che, forse, non è il caso di illudersi che si possano ancora ricalcare i canoni di quella formula politica che si chiamava una volta “government by discussion”. Ma non sembra neanche che le condizioni sociali, culturali, economiche attuali, soprattutto nel nostro Paese, suggeriscano che sia giunto il momento d’accontentarsi di affidare la rappresentanza a sondaggi e convention, o che sia sufficiente delegare la dialettica tra gli interessi, le idee, le culture ai salotti dei talk show.