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I vescovi e la questione sociale

di Fabio Zavattaro

C’è una comprensibile ansia volta a scrutare i segni di un’uscita dal tunnel, ma questo è il momento in cui la crisi economica tocca «in modo più diretto, quasi cruento, la realtà ordinaria delle famiglie». È uno dei passaggi, insieme a quello sull’immigrazione, più politici dell’intervento del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, all’assemblea dei vescovi italiani, incorso nell’Aula del Sinodo in Vaticano. La sua è la sollecitudine di un vescovo verso «il territorio in cui sono piantate le nostre chiese», cioè realtà che vive e coglie i segni dei tempi. E, oggi, questi segni parlano il linguaggio di una crisi che «sta ora producendo i suoi effetti più deleteri sull’anello più debole della nostra popolazione. Come pure sull’economia già precaria dei Sud del mondo, in cui è previsto un aumento di quasi cento milioni di nuovi poveri».

Un primo passo verso le famiglie è “un fisco più equo”; poi è l’incertezza del lavoro che deve preoccupare. Dopo le parole di Papa Benedetto a Cassino e il suo invito ai politici e imprenditori a ricercare valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie, il cardinale Bagnasco parla di disoccupazione «che sta intaccando anche le zone a più radicata tradizione industriale»; di leva occupazionale azionata «talora in tempi e modi alquanto sbrigativi, come se si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra». A patire le maggiori ripercussioni è la fascia dei precari: i posti di lavoro flessibili hanno fornito, nell’ultimo decennio, un apporto decisivo alla riduzione della disoccupazione. Oggi il precariato risente maggiormente della crisi e gli ammortizzatori sociali previsti «sono davvero modesti».

L’incertezza economica tocca anche il lavoro stabilizzato che conosce “l’inquietudine” della cassa integrazione e del licenziamento. «Ma le iniziative indispensabili per rivedere i meccanismi di governo globale dell’economia per ora languono». È «improponibile» infine «una concezione meramente mercantile del lavoro umano, quasi fosse una qualunque merce di scambio sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta». Per questo, dice, la Chiesa deve avere «una prossimità più concreta al mondo del lavoro», e una strada positiva in tal senso è il Fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà.

Poi il tema sensibile dell’immigrazione, e il discorso non può non partire dalle significative correzioni che la Camera ha apportato al disegno di legge sulla sicurezza, anche se «non hanno superato tutti i punti di ambiguità». Come molti altri paesi, l’Italia ha risposto «con la controversa prassi dei respingimenti» ai nuovi arrivi di clandestini via mare. Ma c’è un criterio fondamentale con cui valutare questi episodi, al di là delle contingenze legate «allo spirito polemico o alla stagione politica»; e questo è «il valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili».

A chi povero o perseguitato si presenta sulle nostre coste è questo il diritto da riconoscere. Accanto a questo «valore dirimente» ce ne sono altri: «…la legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo, la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel proprio paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni da contemperare naturalmente con le possibilità di accoglienza dei singoli paesi».

Come si vede, il singolo provvedimento finisce con l’essere «fatalmente inadeguato se non lo si può collocare in una strategia più ampia e articolata che una nazione come l’Italia deve darsi a fronte di un fenomeno epocale». E questo perché l’immigrazione «è una realtà magmatica: se non la si governa, si finisce per subirla. E la risposta non può essere solo di ordine pubblico, anche se è necessario mettere in chiaro diritti e doveri, senza prevedere sconti in nome di un malinteso multiculturalismo che in realtà è solo una giustapposizione tra etnie che non dialogano».

La strada da percorrere per il presidente della Cei passa attraverso i meccanismi di una convivenza «che, a partire dall’identità secolare del nostro popolo, si costruisce non in base a moduli autoreferenziali e oppositivi, ma, con passo aperto e dinamico, diventa capace di incontrare altre identità, di contagiarsi positivamente secondo modelli interculturali». È tempo che si «approntino e si perseguano» dei veri e propri «patti di cittadinanza» per i quali «un’evenienza epocale come l’immigrazione cessa di essere una casualità e diventa occasione per un’identità arricchita».

La scadenza elettorale europea, per il cardinale Angelo Bagnasco, può essere un’occasione, «alla luce delle esperienze non tutte positive degli ultimi anni», per costruire un’Europa dei cittadini e dei popoli e non quella delle burocrazie; un’Europa “generosa” all’esterno perché fedele e creativa rispetto alle proprie radici.

Prolusione del Card. Bagnasco

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