Ritorna in campo il lavoro
di Giuseppe Masiero
I volti dignitosi e le mani operose dei cittadini abruzzesi che si muovono tra le macerie, lasciando le tende fangose per abbracciare papa Benedetto XVI, sono l’icona e la parabola vivente in questo 1° maggio, di un lavoro spesso maltrattato e svuotato del suo valore, oltre che della sua necessità impellente per milioni di persone e famiglie.
Il Santo Padre ha incoraggiato e benedetto nell’emergenza, l’inizio della progettazione e della stabile, rapida ricostruzione.
Il raggio di speranza su di un popolo che alza la testa e si mette in cammino, è lo stesso che raggiunge ed anima il mondo del lavoro travolto dallo tsunami mondiale della crisi economico-finanziaria con le sue preoccupanti ricadute nella vita di famiglie intere e delle nuove generazioni.
Fatica a sentire e percepire questa angoscia su un domani incerto e difficile, riscontrabile anche in molte realtà produttive dei nostri territori, chi passa disinvoltamente dalla commozione manifestata di giorno alle popolazioni terremotate, all’esuberante allegria notturna accompagnata da dispendiosi regali di compleanno.
Ma è il lavoro con il suo patrimonio di fatica e civiltà costituito da professionalità, arte, cultura e spiritualità, a ritornare in campo come nuovo baricentro di una economia risanata, in grado di sostituire gli effetti nefasti della finanza tossica.
Tra pochi mesi ci sarà proprio accanto alla tendopoli dei terremotati il G8 e l’Italia avrà l’occasione di proporre, perché l’uscita dalla crisi non sia la semplice chiusura di una parentesi per tornare come prima, una nuova regolamentazione internazionale del lavoro, quale espressione di politiche attive di solidarietà e sviluppo.
È inaccettabile che all’inizio del terzo millennio ci siano ancora milioni di bambini che lavorano in condizioni di schiavitù o sono costretti ad imbracciare il fucile nel terribile mestiere di babysoldato. Se sapremo costruire un lavoro dignitoso, decente ed umanizzante in ogni angolo del mondo, anche in quel microcosmo del pianeta rappresentato dagli immigrati, riusciremo a far decollare per la prima volta nella storia uno sviluppo «personale, integrale e globale» (Populorum progressio). Per il cristiano questa prospettiva ha il respiro e l’energia pasquale delle Beatitudini evangeliche.
Rappresenta un segno concreto di vicinanza operosa nei confronti di chi perde o non ha lavoro, come reazione all’impoverimento crescente, l’impegno rilevante e solidale di tutte le diocesi italiane e della Conferenza Episcopale Italiana. Vengono così alleviate senza atteggiamenti assistenzialistici con la disponibilità di un credito concesso sulla fiducia, le conseguenze pesanti di una crisi che investe persone e famiglie legate all’esclusivo reddito proveniente dal lavoro.
Mentre la crisi in questo momento può diventare occasione di ripensamento per quanto riguarda modelli di vita e di ricentramento etico con una progettazione solidale dell’intera società, nasce prima di tutto uno stringente appello all’azione.
Nel secolo scorso il conflitto orientato all’eguaglianza, alla redistribuzione del reddito e alla rappresentanza sindacale, è stata la regola e la prassi delle relazioni industriali. Oggi, con un lavoro non necessariamente ancorato ad un luogo o ad ambiente specifico, è sempre più componente e condizione essenziale della qualità e successo di un’impresa «comunità di persone e capitale» (Centesimus annus), un orizzonte nuovo di partecipazione e di corresponsabilità. È quello che in questi giorni sta succedendo nel salvataggio da parte della Fiat con anche la partecipazione sindacale, del colosso automobilistico americano Chrysler sulla soglia del fallimento.
Di questa cultura della convergenza a partire dal lavoro si è fatto carico con l’AC, il Movimento Lavoratori, riscontrando l’interesse e la disponibilità ad agire insieme da parte di tutte le Associazioni cristiane operanti nel mondo agricolo, operaio, imprenditoriale e cooperativistico. Esiste un solido tessuto aggregativo nella comunità ecclesiale e nel territorio che agisce simultaneamente alla formazione, in maniera intraprendente su aree che diversamente sarebbero emarginali ed un costo rilevante per le istituzioni.
La rappresentanza di tale esperienza sociale e produttiva non è sufficientemente valorizzata sia dal versante politico che dall’azione sindacale.
Probabilmente queste Associazioni saranno chiamate a preparare e ad immettere specialmente nel mondo dei precari, dei giovani in cerca di lavoro o al primo impiego, nuovi leaders sociali capaci di rinnovare dal basso, dalla società civile sia le organizzazioni sindacali tentate dalla tutela esclusiva di occupati e pensionati, come le categorie professionali ed imprenditoriali sollecitate a fare sempre più sistema, coniugando concorrenza e convergenza nell’ottica del bene comune.