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Archivio di aprile 2009

Li abbiamo visti, non dimentichiamoli

martedì 21 aprile 2009

di Antonio Martino

Li abbiamo visti i volti di quei giovani, sbarcati a Porto Empedocle con il loro bagaglio di dolore e di paura. Li abbiamo visti venire dal cuore dell’Africa, accompagnati dalle loro storie di violenza e di ricatti, di povertà e voglia di vita, di un’altra vita. Giorni e ancora giorni, settimane passate in mare senza cibo e con poca acqua, alla mercé dei flutti, dell’incapacità e del ritardo delle istituzioni comunitarie nel decidersi a dare accoglienza, rifugio, assistenza umanitaria ai 140 migranti della Pinar: il mercantile turco con le stive cariche di grano, cariche di vita, che ha preferito affrontare le penali per ritardata consegna del proprio trasporto anziché lasciarli morire tutti; la nave che li ha raccolti dopo mesi di viaggio dal Niger, dal Gabon, dalla Liberia, dopo la ferma nei campi libici dei moderni negrieri che li hanno stivati su due barconi e abbandonati in mezzo al mare.

Li abbiamo visti e fra qualche giorno li avremo anche dimenticati. Perché siamo più pietosi con i morti che con i vivi, perché averli salvati è già abbastanza per la nostra piccola coscienza. Una salma ci provoca al sentimento della pietà. Una vita giovane e con la pelle nera ci provoca all’istinto dell’esclusione: economica, culturale, umana. Da anni ormai il Canale di Sicilia è diventato una grande fossa comune, un cimitero all’aperto senza una lapide da accudire, un sepolcro di pietra su cui far scorrere le lacrime dei parenti e degli amici. Da sempre per gli ultimi c’è solo il diritto ad essere ultimi. Chissà perché la povertà fa così paura alla ricchezza, eppure l’una racconta l’altra, la spiega, la produce. Con le tante carrette del mare, «galleggia il relitto di tutta la nostra perduta umanità».

Che le si chiami “barche dei fuggitivi”, “zattere dei clandestini”, “piroscafi dei moderni nomadi planetari” quella che solca il mare nostrum è un’umanità brulicante e spaurita, aggrappata al proprio viaggio di sola andata, abbarbicata sulla poppa di una speranza disperatissima, in balia dei trafficanti di vita e di morte più che dello stesso mare. Tra Lampedusa e Porto Empedocle c’è uno specchio d’acqua nel quale le nostre società non intendono specchiarsi: perché rimanderebbe loro l’immagine deforme di una civiltà che va smarrendosi, di un’economia dominata dai moderni squali, che comprano e vendono i corpi degli altri, che usano i corpi di persone lacere e sconfitte come moneta di scambio, che esportano manodopera precaria e a poco prezzo. E se il rischio è elevato, si licenzia a modo loro: si scarica in mare il carico come fosse merce avariata.

Li abbiamo visti, cerchiamo di non dimenticarli.

Introduzione

martedì 21 aprile 2009

Il ruolo del Centro Studi dentro la vita associativa: quale servizio e quali potenzialità

Le finalità dell’associazione e l’importanza di un’elaborazione culturale

Statuto e Progetto Formativo dell’Azione Cattolica sono insieme la carta d’identità dell’associazione e l’anima che ne muove i passi nella storia.
L’articolo 13, comma 1 e 2, dello Statuto tratta del Progetto Formativo, quale strumento che indica le finalità che persegue l’associazione. Il Progetto – si dice al punto 13.2 – fa proprio il cammino della comunità cristiana e si inserisce in esso, approfondendolo e aprendolo alle esigenze della testimonianza laicale. Un suo obiettivo è quello di aprire alla sapienza cristiana con cui leggere la vita e orientarne le scelte.

Realizzare nell’oggi queste finalità è insieme avventura affascinante e impresa ardua. Per poter procedere è importante approfondire oggi quella sapienza cristiana che ha guidato in modo evangelico i passi dei nostri padri. Il rapporto tra sapienza cristiana e cultura corrente è però da elaborare: questo è compito di ogni epoca storica; le sintesi precedentemente acquisite ci incoraggiano a proseguire, ma di per sé non possono sempre bastare. Nuove sfide, nuove acquisizioni, nuove domande dell’uomo d’oggi chiedono di essere ascoltate e raccolte: per esempio come intendere oggi vita e morte? Come intendere oggi la libertà della coscienza? Come intendere oggi il cammino verso la Verità in un contesto culturale pluralista?

Evangelizzare oggi è dunque un compito sempre nuovo e avvincente che ci sta davanti; gli ambiti e gli strumenti, in proposito, sono molti, da quelli più educativi, a quelli organizzativi, a quelli caritativi. A dare sostegno a tutto ciò è però importante il concorso del livello culturale e intellettuale, non come mondo astratto a sé stante, ma come ambito di servizio alla stessa causa dell’evangelizzazione. Interpretare il modo di pensare oggi, interfacciarsi con gli esiti della ricerca scientifica, con le modalità di comunicazione dell’uomo d’oggi, con le domande che stimolano la ricerca è fondamentale per poter collocare nel vivo della storia i nostri progetti, le nostre proposte.

È dunque importante che l’Azione Cattolica si avvalga di uno strumento come il Centro Studi, quale coordinamento di diversi ambiti di ricerca e di analisi attente a quelle problematiche che interpellano le comunità cristiane e gli uomini di oggi. Il Centro Studi è il luogo di coordinamento dell’Istituto Toniolo, l’Istituto Paolo VI, l’Istituto Bachelet e della rivista Dialoghi, e promuove un Gruppo di ricerca antropologica e un Gruppo di ricerca socio-politica. Inoltre, esso si rapporta al Laboratorio Nazionale della Formazione.

Queste realtà in diverso modo possono aiutare ad approfondire il Progetto Formativo – espressione di una visione cristiana dell’uomo e della storia, visione sempre da acquisire come nuova per non rischiare di ripetere parole o slogan senza più forza e significato -.
Coscienza, storia, bene comune, libertà, responsabilità, ecclesialità … sono concetti chiave, parole caratteristiche della formazione associativa, che però necessitano di una ripresa critica, capace di misurarsi con le sfide culturali di oggi e con significati evangelici ancora da esplorare.
Il Centro Studi si pone a servizio di questa ricerca perché il Progetto Formativo possa avere gambe per correre nella storia e formare oggi e domani “cittadini degni del Vangelo”.

Lunga vita a Papa Benedetto

sabato 18 aprile 2009

di Domenico Sigalini

Sembra ieri, ma il tempo passa e la vita sembra sempre accelerare. Ero sotto la loggia delle benedizioni, sul sagrato, il quel momento concitatissimo tra la fumata bianca e l’annuncio; uno dei momenti più caratteristici della vita del popolo di Roma, abituato a tutto, ma sempre immediato nell’essere in Piazza San Pietro all’annuncio dell’habemus papam, come lo era stato la notte dell’annuncio della scomparsa di papa Giovanni Paolo II. È il calore di un popolo, l’attaccamento al suo vescovo, il desiderio di dare continuità a una presenza amata e apprezzata, di ricominciare un’altra storia. Curiosità e pronostici, meraviglia e stupore sono diventati presto accoglienza e gioia, e sempre più gratitudine e fedeltà.

Oggi a quattro anni siamo qui, a curiosità esaurita, ma sempre stupiti di felici sorprese, con grande riconoscenza a ringraziare Dio di averci dato papa Benedetto, di averci affidato alla sua paterna e intelligente cura, al suo cuore delicato e alla sua guida ferma. Lo abbiamo incontrato nelle giornate mondiali, a Colonia e a Sidney in un crescendo di amore e intenso sguardo paterno verso i giovani, l’Azione Cattolica lo ha potuto ascoltare in quella bella festa del 4 maggio 2008 mentre indicava a tutti la strada gioiosa della santità, i ragazzi dell’ACR si sono sentiti dire nell’ultimo incontro parole di grande sensibilità: «Sono molto contento che anche quest’anno, all’approssimarsi del santo Natale, siate venuti a rallegrare con la vostra presenza questi palazzi solenni, in cui peraltro c’è sempre la gioia di servire il Signore».

È questa gioia di servire il Signore che il papa dimostra sempre nella sua vita, nel suo insegnamento, nel suo compito non facile di guida, e oggi in crescendo nel suo pellegrinare per tutte le strade del mondo.

Siamo qui a quattro anni a riconoscere entusiasti che il suo insegnamento ci fa da riferimento sicuro nel nostro percorso verso il Signore Gesù, siamo qui a vivere con rinnovata fedeltà in una Chiesa cui il papa indica in maniera sempre più chiara il suo compito nel mondo di oggi.

Lo ringraziamo perché è un tenace lavoratore della vigna del Signore, perché ci sa richiamare con forza alla grande responsabilità di vivere il Vangelo e di annunciarlo con il massimo di comunione con lui, tra di noi e con il Signore.

Il compleanno appena festeggiato è solo il segno di una vita che avanza, che gli auguriamo sempre piena, ma il pontificato che questa vita regge è un dono che ogni giorno rinnova le meraviglie di Dio per la nostra storia.

Caccia allo sciacallo

venerdì 17 aprile 2009

Troppa sabbia nel cemento armato (si fa per dire). Stupore generale: chi l’avrebbe mai detto? In Abruzzo, poi, regione dotata di una classe politica così irreprensibile da aver avuto l’intera giunta arrestata nel ’93 (tutti assolti grazie all’abolizione del reato, tranne il presidente Salini, condannato per falso e dunque promosso deputato da FI e poi passato all’Udeur) e un altro governatore, Del Turco, arrestato l’anno scorso.
Ora i pm paventano infiltrazioni della camorra nella ricostruzione e il neogovernatore Chiodi s’indigna. Camorra in Abruzzo, ma quando mai? Bastava leggere un libro semiclandestino scritto da un ragazzo casalese, uscito tre anni fa. A pagina 236, nel capitolo «Cemento armato», il giovane scrittore scandisce il ritornello post-pasoliniano «Io lo so e ho le prove», poi butta lì: «Tutto nasce dal cemento, non esiste impero economico nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: appalti, cave, cemento, inerti, mattoni, impalcature, operai… So come è stata costruita mezza Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi e ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia… attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma… Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi…». Quel giovane scrittore si chiama Roberto Saviano. E il suo romanzo «Gomorra». Lo celebrano tutti. Purché, beninteso, nessuno lo legga.

(da www.voglioscendere.ilcannocchiale.it)

La cultura del dare

giovedì 16 aprile 2009

Intervista a Paolo Loriga, Movimento dei Focolari

“L’emergenza educativa è una grande questione del nostro tempo, anche perché sta avvenendo una scissione nell’ambito delle persone: si va perdendo la memoria e tutta la ricchezza del passato che ci consente di leggere il presente e di leggere anche i segni dei tempi in una prospettiva futura”.

Paolo Loriga, esponente dei Focolari, spiega così i motivi che rendono la questione educativa una vera e propria emergenza, ma alla luce di questa analisi qual è l’impegno del Movimento?

Quello che contraddistingue la nostra esperienza educativa è prima di tutto un’esperienza di comunità, cioè un travaso costante tra generazioni, un dialogo permanente dove i bambini gli adolescenti e i giovani convivono e dialogano con gli adulti impegnati in più ambiti (in quello politico, in quello sociale, in quello economico….) e fanno un’esperienza diretta, viva e dunque fortemente educativa di quello che è lavorare per il bene comune. Bene comune che non è un concetto ma è la prospettiva in cui si muove ciascuno dei membri della comunità nel suo vissuto quotidiano.

E questo in concreto cosa comporta?

Comporta scelte e implica decisioni costanti. E’ necessario avere un bagaglio culturale, una griglia critica, che consente di liberarsi dalla cultura dominante – che è fatta dall’avere, che è fatta da un ego sovradimensionato – per aprirsi ad una realtà della donazione, alla cultura del dare. Significa avere sempre più attenzione verso l’altro, chiunque egli sia, il dialogo deve essere insieme metodo e cultura. Per esempio noi sottolineiamo in maniera molto forte il valore del dialogo ecumenico e di quello interreligioso, li consideriamo elementi costitutivi della costruzione della città dell’uomo oggi.

Quale contributo vi aspettate invece dall’Azione Cattolica proprio sul versante dell’educazione e della costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica ha svolto e svolge un ruolo preziosissimo ad incominciare dalla sua storia: 140 anni non sono un battito di ciglia. È un’esperienza straordinariamente lunga e straordinariamente ricca. Quanti dirigenti al Paese, intendendo l’Italia ma anche in altri Paesi, ha offerto l’Azione Cattolica in questi 140 anni! Quanto è maturato il laicato come consapevolezza, come ruolo nell’ambito ecclesiale e anche nell’ambito civile grazie al cammino formativo dell’Azione Cattolica!

Oggi l’Azione Cattolica ricca di questa storia, ma ricca anche dell’esperienza di Loreto (dove Giovanni Paolo II le ha affidato un nuovo trinomio: contemplazione, comunione e missione) è in grado di continuare a dare un contributo importantissimo per il futuro.

E visto che, sempre Papa Wojtyla nel ’98, ha aperto questa dimensione così importante dei Movimenti e delle Comunità ecclesiali sotto il profilo della carismaticità vera e propria, ecco che nella realtà ecclesiale italiana e internazionale esiste un quadro ricco di soggetti. In questo quadro l’Azione Cattolica ha un patrimonio importantissimo da portare, e tutto questo anche attraverso una collaborazione tra associazioni e movimenti che giorno dopo giorno diventa sempre più stretta e piena di iniziative comuni. Se queste collaborazioni mancassero diventeremmo tutti più poveri.

Il terremoto, l’armi e i soldi che mancano

giovedì 16 aprile 2009

di Antonio Martino

Quanto costerà ricostruire ciò che di materiale il terremoto d’Abruzzo ha distrutto, lo sapremo solo fra qualche anno, se va bene, o fra qualche decennio, se va male. Di certo, per ora ci sono le prime stime fornite dal ministero degli Interni: più o meno l’entità di una manovra finanziaria, circa 12 miliardi di euro, che guarda caso è circa la cifra che le Commissioni Difesa della Camera e del Senato hanno deciso di spendere per l’acquisto entro fine anno di oltre cento cacciabombardieri F35, aerei da attacco con la possibilità di trasportare armi nucleari.

Tralasciando ogni commento sulla natura di questo genere di armamento e ogni domanda in merito a che cosa ne dobbiamo fare di tali gingilli, a quali missioni di pace saranno destinati, una modesta proposta per il governo (per carità, ingenua) sarebbe quella di stornare, almeno in buona parte, una fetta di questi miliardi per destinarli non a bombardare ma a ricostruire scuole, ospedali, case dello studente, uffici pubblici, infrastrutture eccetera: insomma, tutto ciò che serve alle genti d’Abruzzo e all’Italia tutta, che – detto sommessamente – a quanto ci risulta è ancora ufficialmente un Paese che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non solo. Senza voler citare l’intera Carta costituzionale italiana, insieme all’art. 11 ci permettiamo di ricordare l’art. 2, che fa proprio al caso: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Non c’è bisogno di essere dei costituzionalisti per capire che i soldi della collettività dovrebbero tornare alla medesima, magari sotto forma di pilastri antisismici, e non decollare verso l’industria degli armamenti.

In questi stessi giorni, mai smentita, si è fatta avanti l’ipotesi del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di consentire la destinazione del 5 per mille all’emergenza terremoto, di fatto “promuovendo” «una guerra tra poveri», come giustamente denunciato dal presidente dell’Associazione delle Ong italiane, Sergio Marelli: «Togliere il 5 per mille all’associazionismo, anche se per una causa condivisibile e nobile come questa, è una politica miope, che mina le possibilità di finanziamento del volontariato. Tutti sanno, istituzioni e Governo compresi, che oggi in Italia il nostro Stato sociale non sarebbe sostenibile senza la massiccia e significativa azione del volontariato e delle associazioni non governative. Non è possibile pensare di chiedere ai poveri di finanziare la ricostruzione per altri poveri, che oggi sono le persone che hanno perso tutto sotto le macerie d’Abruzzo». Pensate alle migliaia di volontari che in queste ore continuano a dare il loro contributo all’Aquila e alla sua martoriata provincia, e pensate se a questi stessi volontari, alle loro associazioni, venissero tolte le risorse economiche che oggi consentono alla generosità e all’altruismo di farsi azione civile efficace e puntuale.

Anche in questo caso (altrettanto, ingenuamente) ci permettiamo di suggerire qualche alternativa. Non esaustive, ma di diverso approccio. Fatte proprie già da diverse associazioni di volontariato. Una, in particolare, non dispiacerà allo stesso ministro Tremonti, visto che di recente ne ha fatto menzione in una sua audizione al Senato: una tassa sulle speculazioni finanziarie, le stesse che stanno a monte della grave crisi economia mondiale. E poi: un’addizionale sui redditi elevati; mettere da parte, almeno per ora (visto che ne abbiamo benissimo fatto a meno per secoli) il ponte sullo stretto; la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa dei più abbienti; l’accorpamento, election day, amministrative-referendum del prossimo giugno (c’è ancora tempo per farlo); la vendita di una quota delle enormi riserve auree nazionali (il nostro Paese è al quarto posto nel mondo); potenziare la lotta all’evasione fiscale: e qui il contributo degli italiani rasenterebbe il miracolo; specie se tutti accettassimo un po’ di più l’idea che pagare le tasse è la prima forma di solidarietà civile. Quella che si richiede sempre, quotidianamente, e non solo in presenza di un evento drammatico com’è il terremoto.

Un percorso per i genitori

giovedì 16 aprile 2009
di Maria Rosa Cazzaniga (AC di Milano)

Il percorso genitori è una delle proposte formative dell’AC. Il punto di partenza del percorso genitori è la constatazione che l’eccessiva fiducia nell’intervento estemporaneo di uno o più esperti debba essere superata, accettando di entrare in un percorso di formazione e autoformazione, in modo che i genitori da meri fruitori di corsi diventano soggetti di formazione.

Preferiamo parlare di “percorsi formativi con i genitori” piuttosto che di “scuole” o “corsi per” genitori, perché agli adulti spesso la parola “scuola” evoca una gamma di sentimenti che si riferisce all’esperienza personale e alle vicissitudini della propria esperienza scolastica e la scuola, spesso, si pone come spazio segnato dalla competizione e dalla valutazione.

Nei percorsi formativi offriamo ai genitori alcuni contenuti pedagogici e soprattutto offriamo uno spazio di contatto con se stessi, di accoglienza reciproca, di condivisione, di rielaborazione, di confronto delle loro pratiche educative. Lo scopo è quello di facilitare i processi di cambiamento volti a promuovere la qualità della vita personale, di coppia, familiare e comunitaria. Ampio spazio e tempo vengono dedicati alla fase progettuale alla quale partecipano alcuni rappresentanti dei genitori: attraverso l’ascolto dei bisogni si concordano le tematiche ed il filo conduttore del percorso. Riteniamo assai importante la compartecipazione dei genitori in fase progettuale che prima ancora di cominciare il percorso vero e proprio si vedono protagonisti di una proposta. Non ci poniamo quindi come detentori della verità, offrendo un “pacchetto formativo” già pronto ma fornendo strumenti conoscitivi e metodologici riscopriamo, insieme ai genitori, l’“educare” oltre che l’”istruire”.

Una volta interpretati ed elaborati i bisogni dei genitori si definisce il progetto d’intervento che deve esplicitare le proprie finalità prevedendo strumenti e modalità adeguate di realizzazione e di verifica.
In questa fase, inoltre, vengono individuati i genitori disponibili ad essere animatori\moderatori dei gruppi di confronto che hanno una triplice funzione: facilitare la comunicazione, monitorare l’andamento del gruppo e riferire in assemblea i lavori di gruppo.

Sono vari e diversi gli obbiettivi che i percorsi formativi si propongono:

  • l’acquisizione di una maggiore consapevolezza da parte dei genitori delle dinamiche relazionali familiari, delle conseguenze dei propri comportamenti, dei modelli che influenzano il proprio agire ed infine i bisogni autentici dei propri figli;
  • la possibilità di guardare la realtà che ci circonda anche da altri punti di vista;
  • interrogarsi su di sé (dal far domande al farsi domande) che significa anche spostare la ricerca e la riflessione sul piano del capire cosa succede, piuttosto che chiedersi di chi è la colpa e in che cosa si è sbagliato;
  • il recupero della dignità, dell’autostima e delle competenze dei genitori;
  • creare una rete di rapporti: rompere l’isolamento delle famiglie;
  • favorire una maggiore alleanza educativa tra famiglie e parrocchia superando la logica della reciproca delega educativa;
  • favorire, infine, quando e dove è possibile, la creazioni di gruppi di confronto di genitori che possano continuare autonomamente il cammino iniziato insieme e che permetta il diffondersi di una cultura di condivisione, di solidarietà, di cambiamenti di stili di vita nel territorio.
  • I percorsi formativi si sviluppano in più incontri, (il numero minimo è quattro appuntamenti) e ogni incontro, si struttura in tre momenti di circa di 30\40 minuti l’uno.

    Il primo momento è quello informativo e di presentazione di contenuti teorici. All’inizio degli incontri il relatore definisce gli aspetti salienti dell’argomento, delimita la tematica. In questa fase i genitori sono in una posizione di ascolto.

    Il secondo momento è “il laboratorio”. Consegniamo ai genitori (suddivisi in gruppi di 10\12 persone) delle situazioni familiari reali, che chiamiamo “laboratorio”, situazioni che presentano concretamente gli spunti teorici espressi ed analizzati nel primo momento. Su queste situazioni i genitori devono riflettere ed elaborare tentativi di soluzione. Il caso in “laboratorio” non è il “caso” di nessuno dei partecipanti: tutti possono permettersi una certa distanza emotiva e lavorare con serenità. È poi naturale che il “laboratorio” evoca le proprie situazioni familiari. Diventa un “quadro di riferimento
    Dal punto di vista metodologico è importante il lavoro di gruppo perché permette a tutti di essere attivi nell’analisi e nella ricerca di soluzioni della situazione familiare loro presentata.

    Nel terzo momento i nuclei si scambiano – insieme ai relatori e agli operatori – la sintesi del lavoro svolto nei piccoli gruppi. È questo il tempo di un apprendimento autentico, dopo la presentazione dell’argomento, la sua applicazione a situazioni concrete e “protette”.

    Al termine dei percorsi formativi, in un incontro di verifica, chiediamo ai partecipanti con modalità diverse, di “fare il punto” del percorso: questo permette anche a noi di avere un feed-back operativo e di apportare eventuali modifiche.

    Educare al lavoro

    giovedì 16 aprile 2009

    di Movimento Lavoratori di Azione Cattolica

    In questi ultimi anni, il mondo del lavoro ha subito profondi mutamenti che ne hanno messo in discussione il senso, l’identità sociale ed i soggetti di rappresentanza. Oltre alla dimensione personale del lavoro, infatti, ciò che sta cambiando è anche il suo significato sociale.

    Mentre in passato, il lavoro aveva esercitato il ruolo di ordinatore sociale implementando ed attuando processi di crescita, di ridistribuzione del reddito e di costruzione di legami profondi tra le persone oggi, per gli effetti della globalizzazione, per lo più si riscontra un individualismo spinto in cui l’uomo viene negato come persona, soggetto di diritti inalienabili nella sua unicità, e trasformato in individuo, entità di per sé trascurabile e intercambiabile, il cui unico valore è la capacità di consumo, e la cui dignità si riduce perciò a mero criterio statistico. Rappresentando il lavoro il crocevia delle trasformazioni sociali, non ci si può non chiedere allora se esso sarà ancora in grado, come nel passato, di concorrere a costituire una società più democratica e solidale.

    Il lavoro sinonimo di sicurezza economica, stabilità e realizzazione personale si è trasformato per molti in precariato, insicurezza e mobilità per i quali la mancanza di tutele ed i bassi livelli retributivi causano scoraggiamento ed inquietudine, squilibri ed ingiustizie sociali.

    Di fronte alle ragioni di preoccupazione e di crisi educativa, occorre più che mai non solo offrire motivi per sperare, ma anche attivare processi di educazione al lavoro, strettamente connessi al giusto significato da attribuire al lavoro, e capaci di formare persone responsabili e mature a servizio della società in cui vivono.

    Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica – MLAC vuole essere strumento di evangelizzazione e di formazione cristiana e promotore di pastorale di ambiente appellandosi alla necessità di un incontro vero con Cristo nel lavoro. E’ solo grazie alla fede in Gesù che il cristiano, sperimentando la fame e la voglia di giustizia, può mantenere accesa la speranza in un mondo più bello tornando a dare significato e valore alla progettualità e alla possibilità di esprimere solidarietà e aiuto agli altri.

    In particolare, la coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all’opera di Dio deve permeare, come insegna il Concilio, anche “le ordinarie attività quotidiane. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (GS 34).

    Così l’uomo torna ad essere al centro del lavoro, il protagonista e non lo strumento. Questa centralità della dignità umana va annunciata e sostenuta con uno studio sistematico della Dottrina Sociale della Chiesa ed implementando una opportuna Pastorale del lavoro, realizzabile sia con una catechesi attenta al lavoro sia con la presenza in alcune situazioni difficili del mondo del lavoro. Il MLAC vuole educare i lavoratori ad acquisire una maggiore consapevolezza del loro essere cristiani lavoratori, divenendo capaci di leggere le esigenze del territorio e del mondo del lavoro in chiave missionaria e di evangelizzazione attraverso il continuo confronto con la Parola e l’esperienza della Chiesa, costruendo relazioni tra le persone e le associazioni e rendendo viva la propria testimonianza attraverso progetti concreti e gruppi di studio e di riflessione.

    Solo ampliando verso il Dio vivente il proprio orizzonte ed orientando a Lui le proprie azioni si potrà riuscire insieme a nutrirsi di speranza e a portare speranza, promuovendo “la tutela di tutti gli uomini e di tutto l’uomo” e non rassegnandosi mai ad un mondo in cui altri esseri umani mancano di lavoro.

    Per approfondire:

  • Maurizio Drezzadore, Mercato del lavoro ed educazione
  • Don Antonio Mastantuono, La crisi educativa e la comunità cristiana
  • Gianfranco Agosti, La crisi educativa oggi
  • MLAC, Guida al Movimento Lavoratori, Roma, AVE, 2007
  • Voci da Tornimparte

    martedì 14 aprile 2009

    di Marco Iasevoli

    In undici siamo stati a Tornimparte la domenica di Pasqua e il lunedì in albis. Riporto le mie sensazioni  date dall’incontro con le famiglie nella tendopoli di Palombaia e con don Danilo Priori, assistente diocesano de L’Aquila. Nel gruppetto c’erano Claudio Guarnaccia e Francesco Biguzzi, incaricati regionali dei Giovani di Campania e Emilia-Romagna.

    Per gli sfollati ogni giorno ha le sue domande. Girando tra le tende del campo di Palombaia, che raccoglie la gente di Tornimparte, emerge come una progressione di interrogativi e dubbi. Nelle prime ore dopo il sisma, raccontano le persone incontrate, ciascuno si chiedeva: “Sono davvero vivo? E perché?”. E poi, a cascata: “Sono vivi i miei cari? Sono vivi i miei amici?”. Poi, nei giorni immediatamente successivi, a questa domanda se n’è aggiunta un’altra: “Come sta la mia casa? Potrò rientrarci un giorno? E quando?”.

    Il funerale di venerdì è stato per molti come una sorta di spartiacque psicologico. Si è tornato, per quanto possibile, a pensare all’ordinario. Nei due giorni in cui siamo stati in Abruzzo, dunque, le domande diventavano sempre più complesse e articolate. “Riprenderà la mia vita di sempre? E quando? Potrò continuare l’università? Potrò dare l’esame che avevo preparato? Tornerò al lavoro? Dove? Mi sposteranno? Quando riprenderanno ad andare a scuola i miei figli?”. Domande talmente avvolte dalla nube dell’incertezza che quasi gli adulti sono costretti a scacciarle via, per poi riprenderle una alla volta. Anche i bambini hanno sete di normalità. Manca il gioco, manca l’intimità con i genitori, manca la classe, manca l’incontro di catechismo.

    In questo clima gli anziani tornano un riferimento indispensabile: la loro saggezza, spesso accantonata, torna irrinunciabile per tutti; la loro pazienza guida le comunità; il loro senso di affidamento al Signore riconsegna la fede. Se avessero gambe forti a sostenerli sarebbero loro a girare tenda per tenda a portare parole di conforto.

    Se alle richieste essenziali, riguardanti la cura della vita, la fame, la sete e un posto per dormire si è data pronta risposta, per soddisfare queste esigenze più articolate, che col tempo peseranno come un macigno sull’umore delle persone, occorrerà un tempo ora indefinibile. E’ in questo tempo indefinibile che si dovrà organizzare la fedeltà al popolo abruzzese, è la compagnia al tempo dell’attesa e dell’incertezza il grande e prezioso servizio che si potrà rendere. Una sensazione suffragata anche dall’incontro con gli uomini della Protezione civile e con la Caritas nazionale e locale.

    In questa direzione si stanno muovendo già i parroci. Prossimi che più prossimi non si può, ascoltano tutti, tutti convocano, mettono in rete mezzi e risorse delle popolazioni locali. In una parola ricostruiscono la comunità. Ma hanno, e avranno, bisogno di grande aiuto. Anche loro sono provati. Don Danilo Priori, parroco di Tornimparte, dove siamo stati in questi giorni, ha un mal di testa permanente, frutto di notti insonni, vento, freddo, spostamenti continui.

    Il nostro gruppetto, nei due giorni in Abruzzo, ha animato le messe pasquali e del lunedì in albis a Palombaia e nel campo di Sant’Elia, e ha animato la domenica pomeriggio dei bambini di Tornimparte. Lunedì mattina, invece, un sottogruppo ha aiutato don Mauro Ossù a svuotare la sua parrocchia, totalmente sventrata, di tutti gli arredi sacri: paramenti, via crucis, organo, la grande croce in legno affianco all’altare. C’erano anche le pubblicazioni di matrimonio, per fortuna ancora intatte. Ricordiamo con commozione il sorriso triste con il quale don Mauro ha “salutato” la sua parrocchia e si è trasferito in roulotte.

    Abbiamo dormito in una piccola tendopoli non totalmente utilizzata, ricevendo dalla popolazione locale un’accoglienza commovente. Nella notte abbiamo sentito solo una piccola scossa: in realtà ce ne sono state di più, e la gente del posto le ha sentite tutte, spesso confondendole con la forza impietosa del vento e della pioggia. E’ questo l’effetto di una paura permanente.

    L’esperienza a Tornimparte non è ovviamente esaustiva dell’intera situazione in Abruzzo. Dove siamo stati le case sono tutte in piedi e si attendevano con ansia le perizie di agibilità. Già a Sant’Elia, dove gli effetti del sisma sono più evidenti, la situazione è molto diversa, e il contatto con le persone, che hanno perso casa e affetti, è molto più complesso. Il fattore comune è nell’abbondanza di viveri e indumenti, e nella massiccia presenza di realtà assistenziali istituzionali, laiche e cattoliche. Ma, come detto, occorre cominciare a pensare al compito più lungo e difficile: la vicinanza umana costante e sincera.

    I primi passi dell’Ac regionale dell’Abruzzo-Molise, delle associazioni diocesane vicine e di tutta l’Ac nazionale vanno, senza esitazioni, tutti in questa direzione.

    Ci fu un terremoto anche la mattina della prima e definitiva Pasqua

    giovedì 9 aprile 2009
    di Domenico Sigalini

    Il volto tragico di una città distrutta e di una comunità civile torturata dall’incertezza e dalla disperazione, dalla paura e dalla morte, si riempie in questi giorni di umana solidarietà, di dedizione coraggiosa e di speranza consolante. L’uomo è un amico e un sostegno; il cuore umano è fragile, ma sa scavare dal suo interno il cuore buono che Dio gli ha scritto dentro fin dalla creazione. Il risveglio al mattino fuori dalla propria casa, in tenda, con un dolore insopportabile, con la solitudine per gli strappi improvvisi e crudeli dai propri cari, rimasti sotto le macerie, può contare sulla nostra partecipazione, la nostra preghiera, il nostro umano sentire. Vorremmo tutti essere lì a condividere, a pregare, a cantare con i bambini ancora canzoni di gioia, a dire ai giovani che lo studio va ripreso con forza, che l’università deve rinascere, che la casa dello studente deve vivere di nuovo e ospitare vite sicure e sogni di futuro.

    Vorremmo essere lì per leggere assieme nel vangelo di un altro terremoto, quello che udirono sotto la croce i pochi rimasti ad accompagnare al supplizio della croce l’indifeso, il sanguinante, il torturato Gesù. Possibile che tutto sia finito così? Che le speranze siano state barattate con banali previsioni sbagliate, con esiti distruttivi della vita? Questo ultimo terremoto che viene a chiudere la vita di Gesù è la conferma della disperazione dell’umanità o è un invito ad andare ancora più in profondità?

    Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio! “.

    Il centurione ha risposto con la fede e noi pure ci vogliamo aiutare gli uni gli altri a sorreggere la nostra fede in Dio, nella sua bontà infinita in quella alleanza che non tronca mai. Non ci permetteremo mai di dubitarne.

    Ma c’è un altro terremoto ancora più definitivo che ci toglie da ogni disperazione. Ne parla ancora il vangelo:

    Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa.

    Questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio. E’ il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo, che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martoriati di questa immane tragedia, di questo terremoto che ancora non conosce quello della risurrezione.

    O Dio,

    stanotte abbiamo avuto paura,

    stanotte abbiamo visto la nostra estrema fragilità

    stanotte sono state strappate vite ai nostri affetti

    stanotte siamo rimasti impietriti dall’impotenza

    stanotte la nostra casa non era più il rifugio per la nostra intimità

    stanotte abbiamo gridato di paura

    stanotte siamo stati risparmiati.

    Ricordati di noi Signore

    Non guardare la nostra superbia

    Accogli tra le tue braccia i nostri fratelli rimasti sotto le macerie

    I nostri giovani cui sono stati distrutti i sogni

    I bambini che non siamo stati capaci di difendere

    Dacci un segno che il tuo amore non ci abbandona

    Facci nascere nel cuore solidarietà

    Non ci abbandonare a noi stessi

    Ascolta le suppliche che nostra madre Maria ti rivolge per noi

    Sii sempre tu la nostra forza

    Avvolgici nella tua risurrezione

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