L’importante è partecipare
Educare alla partecipazione
di Saretta Marotta*
Immaginate cento fiammelle. Cento come i volti che non riuscirete mai a ricordare di tutta la storia di una vita, figuratevi di un secolo, cento come le generazioni di studenti, insegnanti che si succedono nella realtà di una piccola scuola, figurarsi un intero Paese. Cento come le voci, i cuori, la passione, degli studenti che partecipano ad una manifestazione, un’assemblea d’istituto. Immaginatene migliaia. Moltiplicate tutto questo per cento, come le candeline che nel 2010 il MSAC spegnerà sulla torta della propria storia. Cento anni, un secolo di memoria, due zeri dopo la prima pietra di una lunga storia formativa, nel solco della grande tradizione educativa dell’AC. Cento anni al servizio dei giovani e della scuola… perché chi ama, educa! Ma cosa può voler dire per i ragazzi del movimento, chiamati ad essere responsabili di propri coetanei, questa sospirata cura educativa? Non essendo e non sostituendosi ad un gruppo giovanissimi, il MSAC non può contemplare una figura educativa tout court come quella a cui siamo abituati nella prassi ordinaria delle nostre associazioni. Questo perché si caratterizza per la sua scommessa sul protagonismo degli studenti. Protagonismo che non si impone, non si trasferisce in prospettiva asimmetrica, ma si suscita, da pari a pari. La ricchezza grande del Movimento Studenti di AC è che scommette sulla responsabilità dei giovanissimi. Sono loro a darsi da fare per portarlo avanti, a scontrarsi con le fatiche e i sette cieli degli alti e bassi della prassi associativa, sono loro a pensare la proposta da offrire ai propri coetanei. C’è di più, sono testimoni. Apostoli secondo lo stile del simile verso il simile, annunciatori tra pari della gioia del credere nel Risorto. Non lo fanno brandendo coroncine del rosario e libretti della liturgia delle ore. Lo fanno testimoniando un impegno che assumono in prima persona per vivere da “cittadini degni del vangelo” gli ambienti di vita che sono chiamati ad abitare. In questo caso la scuola, i banchi, lo studio, le relazioni, la partecipazione studentesca. In una parola, cura educativa per i ragazzi del movimento studenti di AC significa farsi compagni di strada, condividere il cammino, mettersi in gioco con le proprie domande, ben lontane dalla presunzione di avere già le risposte, interrogare e lasciarsi interrogare da uno stesso percorso di ricerca, le cui linee di fondo sono uguali per tutti, credenti ed atei. In una parola col loro vissuto fanno da indicatori luminosi di un fine grande che anch’essi inseguono. Quel fine grande che don Lorenzo Milani ha indicato con la cura verso il prossimo, che non è possibile se non con la scuola e la costruzione del bene comune.
Per innamorarsi del bene comune non occorre che farne esperienza. Ci si allena a questa pratica faticosa di virtù solo nelle concrete situazioni di convivenza, in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta in comunità, se non si condividono esperienze di relazione anche diverse fra di loro, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Ed una quotidiana esperienza di convivenza civile, la prima che si incontra da adolescenti, è certamente la scuola, quella scuola il cui primo compito dovrebbe essere quello di educare le nuove generazioni non ad un sapere astratto, a collezionare contenuti di cui riempirsi “ben piena” la testa, ma ad una sapienza che faccia sentire responsabili della comunità e del mondo in cui viviamo. È alla scuola che oggi tocca avviare con decisione un processo che sia di educazione, e non solo di apprendimenti e competenze che, da soli, non fanno la persona. Per questo la scuola È un bene comune: perché EDUCA al bene comune. Diventa così bene di tutti, preziosissimo per il futuro del paese. Come tale va quindi preservata la sua esperienza, la sua missione formativa, la sua vocazione educativa. È a scuola che si impara il protagonismo non inteso in senso individualista, ma come esercizio di consapevolezza, di corresponsabilità. È questo stile di fedeltà alla propria coscienza quello che lo studente ha l’occasione di imparare a scuola, per poi poterlo sperimentare nella vita, nella città, nella vita da cittadino.
Da sempre il MSAC mette al centro della sua proposta formativa percorsi di protagonismo e responsabilità, la partecipazione attiva e consapevole alla vita della comunità scolastica. Per noi è una scommessa fondamentale per la crescita integrale della persona, per allenarsi a vivere la dimensione etica della cittadinanza e della convivenza civile, attraverso lo studio dei valori della Costituzione, la promozione delle esperienze democratiche a misura di studente, forme di cittadinanza attiva possibili tra i banchi di scuola.
Il grande movimento partecipativo dello scorso autunno ci ha sollecitati fortemente. Abbiamo visto studenti di ogni ordine e grado impegnati per un interesse comune, determinati a rendere il tradizionale scioperare di quest’ottobre diverso rispetto a quello degli anni precedenti, studenti animati da un rinnovato slancio di responsabilità e protagonismo, capaci di sogno, di progetto. In quei giorni difficili si è consumato così un segno partecipativo e un impegno d’informazione che è stato certamente prezioso, ma vediamo il rischio che quell’ondata di entusiasmo e di impegno, sottoposta alle intemperie delle facili strumentalizzazioni e banalizzazioni, scontratasi con le urgenze della politica e la “normalizzazione” del buon senso, possa lasciare dietro di sé, una volta allontanatosi nella memoria il periodo caldo, una scia di disillusione e rassegnato ritorno tra i banchi, nella fatalistica convinzione che poco si possa incidere nel proprio quotidiano su cambiamenti che sono troppo al di sopra delle teste di chi li vive. Cantava Gaber “non fa male credere, fa male credere male…” Per quegli studenti che hanno animato le piazze d’autunno temiamo allora l’inevitabile deriva per cui dopo “l’emergenza” resta la disillusione, il fatalistico detto del “tanto rumore per nulla”, o peggio, il disinteresse. Proprio per questo gli studenti dell’Azione Cattolica pensano di avere qualcosa da dire ai propri coetanei, proprio per tali ragioni il MSAC sente forte in questo momento il bisogno di riaffermare uno stile d’impegno e di partecipazione che sente possibile e quotidiano, che non crede sia “tempo perso”, che sa che può essere incisivo. Vogliamo allora dire a quegli studenti che non c’è da dare ascolto – per continuare con le citazioni gaberiane – a chi dice che “non è più il momento”, ma che il momento è sempre, ogni giorno. Con un altro stile.
Proprio nel momento in cui forse i riflettori si spengono sul mondo della scuola abbiamo pensato allora di mettere su un “cantiere”. Si chiamerà Mo.Ca, (MOvimento in CAntiere, appunto) e si terrà a Castellammare di Stabia, dal 24 al 26 aprile 2009. Vogliamo rilanciare la riflessione sulla scuola del cambiamento, vogliamo mettere la scuola in testa alle priorità del paese, riaffermare con forza la centralità strategica e progettuale dell’istituzione scolastica per il futuro della società. Proprio per questo abbiamo dato al convegno il titolo di “La scuola in testa!”. Vogliamo raccontare la scuola che abbiamo in testa, vogliamo offrire il nostro contributo alla riforma dell’istituzione scolastica con il nostro piccolo impegno coscienzioso “di studio”, di approfondimento, di proposta.
Abbiamo più volte partecipato alle audizioni parlamentari convocate presso le commissioni cultura della Camera e del Senato. Da associazione studentesca tra le altre abbiamo contribuito al dibattito istituzionale in corso, offrendo il nostro parere, il parere degli studenti incontrati negli istituti, degli studenti impegnati nella scuola del cambiamento. Al cantiere di fine aprile, faremo allenamento. Sperimenteremo la fatica di studiare leggi e normative, ci alleneremo alla comprensione della ratio di provvedimenti e prassi, tenteremo di dare forma e ad argomentare il nostro pensiero. Fanno il tifo per noi in tanti, anche se il compito è tanto difficile.
Contribuire, da protagonisti, al bene comune della propria scuola è la prima palestra perché si possa compartecipare, da cittadini, al bene comune globale. Crediamo che a quindici, sedici, diciassette anni questo sia possibile. Purché si dia fiducia ai ragazzi, purché si sia pronti a scommettere, rischiando di perderci la faccia anche, nella capacità di responsabilizzazione dei giovanissimi. Quelli della generazione x, della generazione bulli, della generazione incostanti, inconcludenti, inaffidabili. Quelli che sono i giovanissimi delle nostre parrocchie, non troppo diversi. Tocca forse ai loro educatori invogliarli al sogno, alla scommessa, alla sfida, quella sana, quella grande, quella immensamente bella. E aiutarli, pur se ci paiono gracilini, a spiccare il volo. Vola solo chi osa farlo.
* Segretario nazionale MSAC