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Li abbiamo visti, non dimentichiamoli

di Antonio Martino

Li abbiamo visti i volti di quei giovani, sbarcati a Porto Empedocle con il loro bagaglio di dolore e di paura. Li abbiamo visti venire dal cuore dell’Africa, accompagnati dalle loro storie di violenza e di ricatti, di povertà e voglia di vita, di un’altra vita. Giorni e ancora giorni, settimane passate in mare senza cibo e con poca acqua, alla mercé dei flutti, dell’incapacità e del ritardo delle istituzioni comunitarie nel decidersi a dare accoglienza, rifugio, assistenza umanitaria ai 140 migranti della Pinar: il mercantile turco con le stive cariche di grano, cariche di vita, che ha preferito affrontare le penali per ritardata consegna del proprio trasporto anziché lasciarli morire tutti; la nave che li ha raccolti dopo mesi di viaggio dal Niger, dal Gabon, dalla Liberia, dopo la ferma nei campi libici dei moderni negrieri che li hanno stivati su due barconi e abbandonati in mezzo al mare.

Li abbiamo visti e fra qualche giorno li avremo anche dimenticati. Perché siamo più pietosi con i morti che con i vivi, perché averli salvati è già abbastanza per la nostra piccola coscienza. Una salma ci provoca al sentimento della pietà. Una vita giovane e con la pelle nera ci provoca all’istinto dell’esclusione: economica, culturale, umana. Da anni ormai il Canale di Sicilia è diventato una grande fossa comune, un cimitero all’aperto senza una lapide da accudire, un sepolcro di pietra su cui far scorrere le lacrime dei parenti e degli amici. Da sempre per gli ultimi c’è solo il diritto ad essere ultimi. Chissà perché la povertà fa così paura alla ricchezza, eppure l’una racconta l’altra, la spiega, la produce. Con le tante carrette del mare, «galleggia il relitto di tutta la nostra perduta umanità».

Che le si chiami “barche dei fuggitivi”, “zattere dei clandestini”, “piroscafi dei moderni nomadi planetari” quella che solca il mare nostrum è un’umanità brulicante e spaurita, aggrappata al proprio viaggio di sola andata, abbarbicata sulla poppa di una speranza disperatissima, in balia dei trafficanti di vita e di morte più che dello stesso mare. Tra Lampedusa e Porto Empedocle c’è uno specchio d’acqua nel quale le nostre società non intendono specchiarsi: perché rimanderebbe loro l’immagine deforme di una civiltà che va smarrendosi, di un’economia dominata dai moderni squali, che comprano e vendono i corpi degli altri, che usano i corpi di persone lacere e sconfitte come moneta di scambio, che esportano manodopera precaria e a poco prezzo. E se il rischio è elevato, si licenzia a modo loro: si scarica in mare il carico come fosse merce avariata.

Li abbiamo visti, cerchiamo di non dimenticarli.

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 4 - 2009
  • anno IX, n. 4, dicembre 2009

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