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La Resistenza e il dovere della memoria

di Antonio Martino

I morti non sono tutti uguali. Non lo sono mai stati. Eppure, in questa Italia ci vogliono convincere ad ogni costo del contrario. Certo, la morte in sé è una livella, come scriveva Totò. Perché la morte non ha memoria, non ne ha bisogno. I vivi, invece, sì. I vivi devono avere memoria, ne hanno bisogno se non vogliono essere morti.

Penso a come in questo nostro Paese si faccia presto a cancellare la memoria di ciò che è stato. Penso al continuo, ostinato quanto vigliacco dire che chi ha combattuto per la libertà, per la nostra libertà, per ciò che troppo spesso diamo per scontato, chi ha sacrificato la propria giovinezza e la vita per liberarci dal giogo fascista e dal suo alleato nazista, chi è caduto tra i vigneti delle Langhe, sul sentiero di una Baita o sulle spiagge di Cefalonia con il coraggio del no, sia uguale in morte e in vita a chi in quella stessa Italia ha servito i signori della morte, a chi è stato dalla parte delle camere a gas e dei forni crematori.

Mi chiedo: che insegnamento è questo per le giovani generazioni? Che cosa si vuole dire a chi sta crescendo? Forse che, se un domani dovessimo essere chiamati, ancora una volta, a scegliere da che parte stare, ebbene, non importerebbe fare una scelta, perché le parti sarebbero uguali, indistinte, indifferenti, come in un cattivo minestrone? Che non sarà importante lottare per la propria e l’altrui libertà, la propria e l’altrui dignità di uomini, perché tanto poi verrà di certo qualcuno a dirci come oggi che i morti sono tutti uguali, perché le ragioni degli uni e degli altri sono ugualmente degne, hanno lo stesso valore e significato?

Temo che il messaggio sia questo. Temo anche che un giorno verranno a dirci che Aldo Moro, Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Valter Tobagi, i morti della stazione di Bologna e di Piazza della Loggia, le tante, troppe vittime per la libertà, la democrazia, i diritti di ciascuno e di tutti sono uguali ai loro assassini.

Mai come quest’anno il 25 aprile, Festa della Liberazione di tutti, è stato nascosto e svilito. Tanta è la colpa di ciascuno nel aver permesso che questo Paese si sforzasse di perdere la sua memoria, la sua verità. Sta alla coscienza di ognuno di noi rispondere di questo. Eppure, con l’eccezione delle cerimonie ufficiali (che evidentemente era impossibile ignorare, e dalle quali si alzano su un silenzio assordante le parole forti di Giorgio Napolitano), non si può non avere notato come la televisione nazionale, quella pubblica e quella che usa le frequenze pubbliche innanzitutto, abbia quasi completamente cancellato dai palinsesti la Festa della Liberazione di tutti. Solo chi ha la fortuna di poter guardare RaiStoria e lo ha fatto, ha avuto la possibilità di rivedere, riascoltare un pezzo della nostra memoria, della memoria di questa Italia. Per tutti gli altri il solito menù, il solito minestrone, la solita televisione.

A questa Italia dove il solo dire Partigiani equivale ormai a bestemmiare, a questo Paese che ha scordato che la Repubblica è nata dalla Resistenza, forse vale la pena ricordare che il fascismo tra i tanti simboli ne aveva uno superbamente italico: il manganello. Serviva a piegare coloro che con coraggio non si piegavano, non si accodavano all’osanna al dittatore. Certa televisione oggi è come quel manganello: picchia duro sul cervello e sulla coscienza di chi la guarda. Purtroppo, con successo.

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

    Le religioni nella sfera pubblica

    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.