L’educazione nella società liquida
di Carlo Cirotto*
Il termine ‘liquido’, nel suo significato originario, fa riferimento a quel particolare stato della materia che è caratterizzato dalla mancanza di forma. La medesima parola, tuttavia, viene usata sempre più di frequente anche in senso metaforico per indicare la caratteristica fondamentale della temperie culturale odierna.
Dopo Bauman, parlare di ‘liquidità” della cultura è quasi d’obbligo e di certo non si potrebbe trovare un termine che meglio esprima la realtà dei fatti (1). In realtà, la mancanza della forma nei liquidi è dovuta al fatto che le loro molecole si trovano in continua agitazione, scivolando le une sulle altre e cambiando continuamente di posizione. All’opposto c’è lo stato solido che invece ha una forma ben definita: le sue particelle sono incasellate con grande ordine in posizioni precise dello spazio e da lì non possono allontanarsi. E’ necessario aumentare la temperatura per liberarle dalla fissità delle loro posizioni, favorendo così il passaggio da solido a liquido.
Definire ‘liquida’ la situazione attuale della cultura equivale ad affermare che i significati e i valori del suo patrimonio hanno perso la loro antica strutturazione; non costituiscono più un sistema ordinato e riconoscibile ma si comportano come tante realtà quasi totalmente separate. È come se la temperatura culturale si fosse innalzata determinando così l’ingresso del disordine.
In un tale stato di rimescolamento e confusione, non desta meraviglia che l’educazione sia la prima attività a pagare lo scotto. Educare, infatti, significa proporre alle giovani generazioni quei sistemi di significati e di valori che costituiscono l’elaborato culturale delle generazioni precedenti. L’attuale generazione degli educatori, però, ha vissuto sulla propria pelle proprio il veloce processo di liquefazione. Quali elementi, allora, potrà lasciare in eredità ai giovani? Non di certo le grandi strutture culturali che, considerate in crisi, tendono a perdere di importanza. Rimangono, come tante monadi, i loro elementi scollegati e sono essi che di fatto vengono trasmessi insieme alle nuove acquisizioni.
È emblematica, a tal proposito, la tendenza che si va affermando nell’insegnamento scolastico. Si forniscono ai discenti gli elementi separati, lasciando agli stessi il compito di unificarli in visioni organiche, che però neanche i docenti sono in grado di suggerire. Almeno in teoria, il miracolo potrebbe verificarsi. Anche per le migliori intuizioni c’è sempre una prima volta e non è da escludere che possa avvenire in una mente giovane. Questo comportamento però è assai distante da ciò che si intende per educazione: trasmissione non tanto di singoli elementi quanto di sistemi culturali in grado di unificarli.
L’attività delle agenzie educative risente pesantemente della crisi antropologica che stiamo vivendo. L’uomo, dopo aver accumulato un enorme numero di conoscenze che lo riguardano, vede se stesso come un inestricabile nodo viario su cui confluisce un’infinità di percorsi conoscitivi.
È allora necessario lavorare ad un nuovo umanesimo che tenga conto delle tante, nuove conoscenze sull’uomo e sappia organizzarle in unità (2). Impegno di immensa portata, per concludere il quale non saranno di certo sufficienti né la presente né la futura generazione.
Tuttavia, mentre si lavora a questo progetto e fino a quando non sia raggiunta la meta, come educare le giovani generazioni? Che cosa trasmettere loro?
La risposta non pare difficile: si deve trasmettere la tensione al raggiungimento della meta, al conseguimento dello scopo. Il difficile sta nel determinare come ciò vada fatto. E’ evidente che non si può rinunciare, tout court, alla trasmissione delle conoscenze parziali, specialistiche raggiunte finora perché esse costituiscono i materiali da integrare. Come allora impedire che le giovani generazioni cadano preda dello sconforto o, peggio, del relativismo? La via d’uscita non può essere che una: coinvolgerle nell’impresa, prospettando loro con chiarezza il problema e proponendo una collaborazione attiva.
È superfluo sottolineare che, poiché la via da seguire la si scopre solo percorrendola, rivestono non poca importanza il coinvolgimento anche emotivo dei giovani, le comunicazioni non verbali e la testimonianza di vita degli adulti.
*Presidente nazionale MEIC
Note
1. Cfr. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008
2. Cfr. Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, Progetto Camaldoli. Idee per la città futura, Studium, Roma 2008.