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Il terremoto, l’armi e i soldi che mancano

di Antonio Martino

Quanto costerà ricostruire ciò che di materiale il terremoto d’Abruzzo ha distrutto, lo sapremo solo fra qualche anno, se va bene, o fra qualche decennio, se va male. Di certo, per ora ci sono le prime stime fornite dal ministero degli Interni: più o meno l’entità di una manovra finanziaria, circa 12 miliardi di euro, che guarda caso è circa la cifra che le Commissioni Difesa della Camera e del Senato hanno deciso di spendere per l’acquisto entro fine anno di oltre cento cacciabombardieri F35, aerei da attacco con la possibilità di trasportare armi nucleari.

Tralasciando ogni commento sulla natura di questo genere di armamento e ogni domanda in merito a che cosa ne dobbiamo fare di tali gingilli, a quali missioni di pace saranno destinati, una modesta proposta per il governo (per carità, ingenua) sarebbe quella di stornare, almeno in buona parte, una fetta di questi miliardi per destinarli non a bombardare ma a ricostruire scuole, ospedali, case dello studente, uffici pubblici, infrastrutture eccetera: insomma, tutto ciò che serve alle genti d’Abruzzo e all’Italia tutta, che – detto sommessamente – a quanto ci risulta è ancora ufficialmente un Paese che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non solo. Senza voler citare l’intera Carta costituzionale italiana, insieme all’art. 11 ci permettiamo di ricordare l’art. 2, che fa proprio al caso: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Non c’è bisogno di essere dei costituzionalisti per capire che i soldi della collettività dovrebbero tornare alla medesima, magari sotto forma di pilastri antisismici, e non decollare verso l’industria degli armamenti.

In questi stessi giorni, mai smentita, si è fatta avanti l’ipotesi del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di consentire la destinazione del 5 per mille all’emergenza terremoto, di fatto “promuovendo” «una guerra tra poveri», come giustamente denunciato dal presidente dell’Associazione delle Ong italiane, Sergio Marelli: «Togliere il 5 per mille all’associazionismo, anche se per una causa condivisibile e nobile come questa, è una politica miope, che mina le possibilità di finanziamento del volontariato. Tutti sanno, istituzioni e Governo compresi, che oggi in Italia il nostro Stato sociale non sarebbe sostenibile senza la massiccia e significativa azione del volontariato e delle associazioni non governative. Non è possibile pensare di chiedere ai poveri di finanziare la ricostruzione per altri poveri, che oggi sono le persone che hanno perso tutto sotto le macerie d’Abruzzo». Pensate alle migliaia di volontari che in queste ore continuano a dare il loro contributo all’Aquila e alla sua martoriata provincia, e pensate se a questi stessi volontari, alle loro associazioni, venissero tolte le risorse economiche che oggi consentono alla generosità e all’altruismo di farsi azione civile efficace e puntuale.

Anche in questo caso (altrettanto, ingenuamente) ci permettiamo di suggerire qualche alternativa. Non esaustive, ma di diverso approccio. Fatte proprie già da diverse associazioni di volontariato. Una, in particolare, non dispiacerà allo stesso ministro Tremonti, visto che di recente ne ha fatto menzione in una sua audizione al Senato: una tassa sulle speculazioni finanziarie, le stesse che stanno a monte della grave crisi economia mondiale. E poi: un’addizionale sui redditi elevati; mettere da parte, almeno per ora (visto che ne abbiamo benissimo fatto a meno per secoli) il ponte sullo stretto; la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa dei più abbienti; l’accorpamento, election day, amministrative-referendum del prossimo giugno (c’è ancora tempo per farlo); la vendita di una quota delle enormi riserve auree nazionali (il nostro Paese è al quarto posto nel mondo); potenziare la lotta all’evasione fiscale: e qui il contributo degli italiani rasenterebbe il miracolo; specie se tutti accettassimo un po’ di più l’idea che pagare le tasse è la prima forma di solidarietà civile. Quella che si richiede sempre, quotidianamente, e non solo in presenza di un evento drammatico com’è il terremoto.

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

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    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.