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Il dovere della solidarietà

di Antonio Mastantuono

Narra un midrash della torre «che divenne così alta che per salire fino alla cima occorreva un anno intero. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno ci badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano perché per sostituirlo sarebbe occorso un anno». Torna alla mente questo racconto di fronte a ciò che sta accadendo nel mondo in questi ultimi mesi: alcuni mattoni sono caduti (banche, società assicuratrici…) e “il battito d’ali di una farfalla” ha scatenato un tornado sull’intero pianeta. I governi sono stati pronti a piangere su di essi, mentre per gli uomini che muoiono (famiglie, disoccupati…) le lacrime sono state ben poche (social card e molte promesse…).

Alle porte di tante Chiese locali, in pochi mesi, si è visto aumentare il numero di coloro che bussano alla ricerca di aiuto; non più solo l’extracomunitario o il barbone, ma persone che improvvisamente si sono trovate a fare i conti con il mutuo della casa, delle tasse scolastiche per i figli, a fronte di uno stipendio mensile che si esaurisce nelle prime settimane o che – è il caso di tanti precari – non arriva più perché il contratto di lavoro non è stato rinnovato.

A fronte di tali bisogni non basta il buono pasto o l’occasionale pagamento di una bolletta, diventa necessario qualcosa che abbia le caratteristiche della durata. Ancora una volta la “fantasia della carità” (Giovanni Paolo II) è venuta in aiuto. Facendo tesoro di esperienze già consolidate presso alcune Caritas diocesane, diverse Chiese locali hanno creato dei fondi di solidarietà e forme di microcredito. È accanto a tali iniziative che si pone, oggi, la scelta del Consiglio Permanente della CEI di costituire un fondo di garanzia a sostegno delle famiglie numerose o gravate da malattia o disabilità che abbiano perso ogni fonte di reddito. Di tale fondo – che la CEI conta di dotare di 30 milioni di euro – le banche decuplicheranno il tetto (di garanzia, e quindi infruttifero) fino a 300 milioni, per far fronte ai prestiti, rimborsabili in 5 anni a partire dal raggiungimento di un nuovo reddito da lavoro e con un interesse minimo concordato dalla Conferenza Episcopale con l’Abi (Associazione bancaria italiana).

Attraverso tale iniziativa, si vuole, tra l’altro, dare l’immagine «di una Chiesa unita impegnata nell’annuncio del Vangelo anche attraverso una costante attenzione alle necessità concrete di chi ha bisogno» (M. Crociata).

«Lungo la strada è cominciata la Chiesa», scriveva don Mazzolari, «lungo le strade del mondo la Chiesa continua. Camminate e la troverete; camminate e vi sarà accanto; camminate e sarete nella Chiesa». E nel suo cammino oggi la Chiesa, come comunità, è chiamata, ancora una volta a farsi strada per coloro che vivono nel bisogno.

D’altronde, ha scritto Benedetto XVI, «La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d’altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore» (Deus caritas est, n. 29).

Proprio in una società dove la parola carità rischia di venire mortificata da un linguaggio scorretto che trasforma i poveri in utili oggetti per riequilibrare le proprie paure e solitudini o per commercializzare un esercizio di bontà fine a se stessa, la concretezza quotidiana non può essere alternativa all’impegno sociale. Semmai contribuisce a generarlo, a motivarlo, a trasformarlo in responsabilità più consapevole. Non si fa carità come palliativo, perché non si riesce a condividere giustizia, ma piuttosto si esprime nella carità un’istanza di prossimità che rende doveroso dare voce e fare appello alla responsabilità e all’esigenza di giustizia: un mondo giusto nasce dalla capacità di ciascuno di porre tasselli di giustizia.

Una Chiesa che esercita la carità si alimenta anche delle azioni di carità e delle scelte di ogni singolo credente. Di più, come la Chiesa non sottrae allo Stato il suo compito di creare istituzioni ispirate da principi di giustizia, così non è pensabile – ricorda ancora il Papa – che ciascuno di noi possa essere dispensato dalla responsabilità gioiosa di rendersi direttamente partecipe della dinamica socio-politica che produce istituzioni giuste e fraterne.

E tutto ciò a cominciare dal vincere la tentazione – che può insinuarsi nella vita della comunità cristiana – di parlare di carità e invocarla continuamente, ma senza praticarla, con il rischio di predicare molto, ma di non farsi coinvolgere dalla concretezza che la carità richiede. È la grande tentazione di una Chiesa che può parlare di carità, ma poi la consegna a una retorica che non mette in moto la condivisione.

E, se non si può istituzionalizzare la carità, è altrettanto vero che essa richiede e promuove organizzazione, entra nel sistema delle risposte sociali, promuove e rende urgente la sollecitudine verso chi soffre e verso le tante fragilità e povertà.

In quest’ottica complessiva, il fondo voluto dalla CEI sarà finanziato con una colletta nazionale, che si terrà in tutte le chiese italiane domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste. La colletta: un gesto tradizionale – ne parla già S. Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti (capp.8-9) – che richiama a uno stile di Chiesa che si ricorda delle membra più deboli soprattutto nei momenti di più grave difficoltà e lo fa in tutti i modi possibili, sapendo che proprio nelle membra più deboli è Cristo stesso a rendersi presente e a identificarsi. È una delle tante espressioni di quella carità che – come qualcuno ha detto – ha due mani: con una promuove la giustizia dentro le strutture della società civile, con l’altra aiuta le vittime dell’ingiustizia; una restituisce un cuore a quella parte della società che sta bene ed una ridona dignità alla vita di coloro che stanno male. Non a caso, commentando la Prima Lettera di Giovanni (1Gv 3,16-17), S. Agostino afferma: «Se non sei ancora capace di dare la vita per il fratello, incomincia a essere capace di aiutarlo con i tuoi beni».

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 4 - 2009
  • anno IX, n. 4, dicembre 2009

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