Felicità
Titolo: Felicità
Sottotitolo: Realizzazione – Promessa
a cura del Gruppo di ricerca antropologica
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Testo di approfondimento: definizione e problematizzazione
“È manifesto che anche partendo dal punto di vista dell’autosufficienza si giunge allo stesso risultato: si ritiene infatti che il Bene perfetto sia autosufficiente. … Per ora definiamo l’autosufficienza come ciò che, anche preso singolarmente, [15] rende la vita degna di essere scelta, senza che le manchi alcunché. Di tale natura noi pensiamo che sia la felicità. Inoltre pensiamo che la felicità sia il più degno di scelta tra tutti i beni, senza aggiunte (se fosse così, è chiaro che sarebbe più degna di scelta solo insieme con un altro bene, anche il più piccolo); infatti, quello che le fosse aggiunto sarebbe un sovrappiù di bene, e di due beni quello più grande è sempre più degno di scelta. [20] Per conseguenza la felicità è, manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute.”
“Dunque, la felicità è insieme la cosa più buona, la più bella e la più piacevole, [25] qualità queste, che non devono essere separate …. anche la felicità la definiamo attività dell’anima.
Senza attività non esiste piacere e il piacere rende perfetta ogni attività”.
(Aristotele, Etica a Nicomaco, Libro I e Libro X)
“Non è certo, allora, che tutti vogliano essere felici: perché chi non cerca il suo piacere in te, che sei la sola vita felice, in realtà non vuole la felicità. O forse sì, tutti la vogliono, ma i desideri della carne sono opposti allo spirito, e quelli dello spirito alla carne, e così non fanno ciò che vogliono: per questo perdono forza fino ad accontentarsi di ciò che è in loro potere, perché dove non valgono non vogliono abbastanza per potere. Già, io chiedo a ciascuno: preferisci godere del falso o del vero, e nessuno ha qualche dubbio nel pronunciarsi per il vero, non più di quanti ne abbia ad ammettere che desidera essere felice. Perché è appunto il piacere del vero, la felicità. Dunque è gioire di te, che sei la verità, luce e salvezza dei miei occhi, mio Dio. Questa felicità tutti la vogliono, questa vita che è la sola felice, tutti vogliono godere del vero. Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno. Dove hanno appreso allora che cosa sia vivere felicemente, se non dove hanno appreso anche che cos’è verità? Perché l’amano, è chiaro, se non vogliono essere ingannati: amando la felicità, che non è se non il piacere della verità, debbono pure amare anche la verità. Ma come potrebbero, se non ne avessero un’idea, nella memoria. E allora perché non riescono a goderne? Perché non sono felici? Perché si occupano troppo di altre cose: anche se non vi trovano alcuna felicità paragonabile a quella di cui conservano un ricordo così tenue. Sì, c’è ancora un po’ di luce fra gli uomini: presto, presto, si mettano in cammino, affinché il buio non li sorprenda.”
(Agostino – Confessioni X, 22-23 – testo tradotto da R. De Monticelli )
Lungo tutta la storia dell’umanità ci si è chiesti che cosa sia felicità. L’antichità pagana ha offerto delle risposte attraverso la voce autorevole di Aristotele che ha il pregio di tenere in conto sottolineature assi diverse ma non alternative riguardo al tema della felicità che è collegato alla politica e all’amicizia; al piacere; all’uso della ragione. Viene sottolineata da Aristotele la dimensione dell’autosufficienza della felicità come azione perfetta, voluta per se stessa, accompagnata da un piacere che rende perfetta l’azione stessa. Il riferimento al dio è aggiuntivo: l’uomo sapiente e felice è caro agli dei, ma questo essere caro non è condizione sine qua non ci sia la felicità.
Queste diverse sottolineature esprimono la natura poliedrica dell’uomo, che pur essendo una natura razionale è corporalmente individuata: è uomo politico, in relazione ad altri; più felice nella vita comunitaria dove la comunità è generata dalla rete di amicizie con le quali condividere in modo perdurante ciò che sta a cuore; è frutto dell’attività di pensiero, cioè di quell’esercizio assolutamente appropriato alla natura umana. Non può esserci una felicità condizionata dal piacere, ma quel piacere che scaturisce dall’esercizio dell’attività intellettuale tramite cui l’uomo si assimila al divino, completa l’azione e la rende perfetta.
La felicità, per il filosofo, si realizza grazie alle caratteristiche dell’uomo e della società, in un orizzonte immanente. Il discorso sembra lineare, ma quale uomo , quale natura umana è intesa da Aristotele? Il suo maestro Platone aveva indicato come orizzonte di beatitudine il mondo sovra celeste, accessibile solo alle anime, dopo lo scioglimento dal corpo.
Se invece ci muoviamo oltre, un altro aspetto distingue in modo eclatante l’età pagana da quella cristiana. Gli antichi disegnarono un tipo di uomo autosufficiente, in grado di giungere al compimento con le proprie forze, ma un punto risulta problematico: se è in potere dell’uomo vivere secondo natura in modo felice, perché moltissimi sono infelici? Forse perché la situazione storico concreta non è stata sufficientemente valutata, compresa nella sua complessità e problematicità.
L’uomo contemporaneo è molto più avvertito riguardo la difficoltà di giungere alla felicità. Ha imparato a fare i conti con la disillusione, la contraddizione, il male.
Le posizioni elaborate nella filosofia contemporanea sono assai diverse, alcune dichiarano la fine di ogni fine, di ogni senso e indicano con tono più o meno drammatico l’esito nichilista della ricerca di felicità. Già a fine Ottocento Nieztsche denunciava e smascherava l’equazione ragione = moralità = felicità. Altre riducono l’orizzonte di ricerca dal Bene al benessere, dalla felicità piena a una dignitosa sopravvivenza; dall’attesa di compimento alla ricerca di risultati commisurati allo sforzo. Sono espressioni più o meno drammatiche di etiche del finito.
I significati di felicità che giungono a far coincidere felicità con beatitudine, gioia, pienezza sono allora solo illusioni? Va ricompresa più a fondo la radice ultima di questa dimensione, anche interrogandosi maggiormente sulla “natura umana”, sulla relazione uomo-Dio in ordine alla felicità. Diviene necessario ricomprendere quelle parole con le quali la Chiesa ha detto nel contesto delle filosofie immanentiste, panteiste, razionaliste, che la necessità della rivelazione di Dio non sta nel suo mostrarsi esistente, ma nel permetterci di sapere le sue intenzioni sull’uomo e cioè averlo creato per renderlo partecipe della sua vita senza fine fonte di beatitudine (Dei Filius, 2).
Le parole e la ricerca incessante di Agostino diventano allora molto attuali. Indicano un cammino possibile capace di fare i conti anche con le contraddizioni.
In comune con Aristotele sottolinea che tutti gli uomini cercano la felicità – pur nella molteplicità dei significati che ad essa si danno.
Ma diverse sono le osservazioni riguardo allo stato di vita felice:
- la felicità è collegata al godimento di qualcosa di gioioso – la vera gioia è però solo in Dio e non in altro;
- il passaggio dalla felicità e dalla gioia cercata, ma non riconosciuta da tutti, viene articolato attraverso la ricerca della verità, poiché felicità è il piacere del vero: tutti la cercano e tutti odiano essere ingannati. Ma non tutti riconoscono la verità, e chiamano verità ciò di cui sono convinti, tanto non possono farne a meno. La felicità non scaturisce da una perfezione di un’azione immanente, autorefenziale, ma si accende in relazione alla verità, a qualcosa o qualcuno che è oltre il soggetto. La verità è Dio, Dio cercato, Dio che attira a sé l’uomo che solo in Lui giunge a pienezza;
- felicità è gioire (godere) di Dio che è la verità, luce e salvezza agli occhi. Questo aspetto del godere o fruire è posto con maggiore scioltezza da Agostino rispetto ad Aristotele. Il godimento chiama in causa una sensibilità spirituale, che svela una dimensione antropologica più articolata rispetto alla dimensione corporea e psichica.
La felicità di Agostino indica un tipo di uomo che non si realizza e non è felice se non in Dio. Diverso è dunque il rapporto tra Dio, l’uomo e la felicità rispetto alla concezione greco-pagana. La felicità si compie grazie all’evento di grazia della Rivelazione. La concezione di Agostino è lontano dall’autosufficienza pagana e maggiormente consente di comprendere la natura nella sua storicità concreta e a volte contraddittoria e segnata dal male, ma anche aperta a una possibilità gratuita di felicità. La felicità non è più solo l’agire perfetto, ma è attesa che si compie laddove l’uomo giunge al suo fine, cioè vivere da figlio, nella verità, nella giustizia e nell’ordine degli affetti.
Tale dimensione svela la natura dinamica dell’uomo, rilancia un modo nuovo di intendere la realizzazione di sé, impossibile da comprendere in un orizzonte autoreferenziale, perché aperta all’affidamento e a una promessa attesa.
Così si esprime un teologo D. Cornati (in “Quel che resta della felicità”, Lecco, 29 settembre 2004): “Piuttosto la vera felicità è l’irradiazione di una riuscita intimità con qualcosa di insuperabilmente ‘giusto’ e di segretamente ‘atteso’, a dispetto di tutto. Non è anzitutto ‘aspirazione’: è semmai ‘promessa’ e ‘affidamento’. Non è semplicemente il benessere, ma neppure il bene, E’ il bene che brilla intimamente nella sua bellezza. E’ la vita restituita alla certezza di una promessa che può e deve essere onorata, custodendola contro ogni disperato avvilimento”.
Alla luce di queste indicazioni diventano rilevanti nel dialogo con l’uomo d’oggi lo sguardo sui i segni buoni dei legami affettuosi, della carica vitale, della comunione, dell’amicizia, della giustizia, tracce antropologicamente rilevanti di una ricerca che può incontrarsi con una particolare e desiderata forma di felicità .
Progetto Formativo ACI “Perchè sia formato Cristo in voi”:
- Felicità – libertà – presenza nella storia: 4.1
- Gioia: 2.6
- Pienezza e realizzazione: Introduzione 3 e 3.3
Bibliografia
- Agostino, Confessioni
- Aristotele, Etica a Nicomaco
- Natoli, Maggioni, Delle cose ultime e penultime, Mondatori, 1997
- Paolo VI, Esortazione Apostolica “Gaudete in Domino”, 1975
Altre schede a cui riferirsi: