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Economia, dal mercato al dono

di Gigi Borgiani

Notizie che si susseguono in poche ore: quasi 2 milioni e mezzo di persone, il 4% dell’intera popolazione, vive in Italia in condizioni di «povertà assoluta». L’ultimo social report dell’Istat è categorico: nulla è cambiato nel biennio 2005-07, e l’attuale crisi economica mondiale ha complicato le cose. Infatti, dopo poche ore dalla notizia relativa ai dati Istat, apprendiamo che il Fondo monetario internazionale prevede una «severa recessione» a livello mondiale nel 2009 e una «graduale» ripresa nel 2010. Il prodotto globale, stima il World Economic Outlook, si contrarrà dell’1,3% quest’anno («per effetto di una crisi internazionale finanziaria più severa di quanto si poteva ipotizzare e per la caduta della fiducia») per poi tornare a crescere dell’1,9% nel 2010. Dati migliori rispetto a quelli di gennaio, ma pare che in Italia dopo un 2009 di profonda recessione non ci sarà crescita positiva nemmeno nel 2010, con un fortissimo appesantimento dei conti pubblici e del debito.

Non possiamo stare a guardare! Dobbiamo dare voce ai poveri; «alla gente che sta sotto, a livello di calpestio, che non viene ascoltata»: come sollecitava don Tonino Bello. È ormai tempo di cambiare linguaggio, vocabolario. Il villaggio globale ci ha abituato ad una “nuova lingua”, fatta di parole quali: sviluppo, sottosviluppo, mercato, risorse, crescita, sviluppo sostenibile, partecipazione democratica, lotta alla povertà…! Già, perché più si parla di progresso e sviluppo, più si allarga la differenza e si abbassa la soglia di povertà. I numeri allarmanti di oggi non fanno altro che aggiungersi a quelli di ieri e confermare l’urgenza di un vero cambiamento.

L’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile, e non sono cambiate le caratteristiche delle 975mila famiglie più povere: quelle numerose, con tre o più figli, dove il capofamiglia è senza lavoro o pensionato, oppure è semplicemente un anziano che vive solo. I dati, inoltre, evidenziano che al Sud e nelle isole l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è quasi doppia rispetto a quella osservata nel Nord (3,5%) o nel Centro Italia (2,9%). Queste famiglie/persone, per definizione di povertà assoluta, sono quelle che non riescono a soddisfare i bisogni di base, quelle che non riescono ad arrivare a metà del mese. La definizione si appesantisce se inserita nel contesto mondiale, che accomuna le 975mila famiglie italiane a quelle africane, dove non si mangia, non si beve, non si ha tetto, non si ha accesso ai servizi sanitari, non esiste igiene e non ci si può permettere l’istruzione; dove le risorse sono sottratte a scapito di coloro che dovrebbero esserne i prioritari fruitori. La differenza sta nel fatto che noi viviamo in un Paese sviluppato e loro in Paesi perennemente in via di sviluppo, ma il risultato è il medesimo.

Paragonando le due situazioni, non so quanto sia corretto applicare in simile modo la definizione di povertà assoluta. Forse da noi potrebbe trattarsi più di una forma di povertà relativa. Ma, al di là delle possibili disquisizioni, resta il fatto che qualcosa non funziona nella distribuzione dei beni; significa che dobbiamo coniugare immediatamente un nuovo linguaggio per il bene comune. Un linguaggio che parli e viva di frugalità, di essenzialità, di capacità di opporsi ai bisogni artificialmente creati; un linguaggio capace di tradurre la solidarietà dell’immediato in una sussidiarietà che, stabilendo nuovi rapporti con l’ambiente e i gruppi sociali, trovi risposte nella dinamica dei rapporti umani e nell’interazione fra le capacità produttive di tutti.

I poveri del mondo non possono essere affidati all’economia di mercato, che esalta l’homo oeconomicus e relega (statisticamente) nell’ignoto e nello scarto chi non ha ricchezza. Piuttosto, dobbiamo aiutarci a riscoprire forme di “povertà volontarie” (e quindi evangeliche; vogliamo dimenticare S. Francesco?), le uniche in grado di vera reciprocità e condivisione. Dobbiamo, insomma, recuperare l’economia del dono e della giustizia.

Siamo alla vigilia di un importante appuntamento associativo che ha a tema l’educazione. Non possiamo dimenticare che ogni attenzione prestata alla questione educativa (sia essa rivolta alla riscoperta della fede o all’affettività, alla vita, alla famiglia o al lavoro, alla comunicazione o all’integrazione) converge nella costruzione di un uomo migliore per un mondo migliore.

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