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Archivio di aprile 2009

Universale – Particolare

giovedì 30 aprile 2009

Universale – Particolare
(Dimensione sociale della Persona – Pluralismo – Democrazia)

a cura del Gruppo di ricerca antropologica

[Leggi la scheda in formato . pdf]



«Il principio attivo supremo, base della persona, è informato dal lume della ragione, dal quale riceve la norma della giustizia: egli è propriamente la facoltà delle cose lecite. Ma poiché la dignità del lume della ragione (essere ideale) è infinita, perciò niente può stare sopra al principio personale, niente può stare sopra a quel principio che opera di sua natura dietro un maestro e signore di dignità infinita; quindi viene, ch’egli è principio naturalmente supremo, di maniera che niuno ha diritto di comandare a quello che sta ai comandi dell’infinito. Se dunque la persona è attività suprema per natura sua, egli è manifesto che si dee trovare nell’altre persone il dovere morale corrispondente di non lederla, di non fare pure un pensiero, un tentativo volto ad offenderla o sottometterla, spogliandola della sua supremazia naturale, come si scorge applicando il principio morale da noi stabilito di riconoscere praticamente le cose per quello che sono. Dunque la persona ha nella sua natura stessa tutti i costitutivi del diritto: essa è dunque il diritto sussistente, l’essenza del diritto»
(A. Rosmini, Filosofia del diritto, a cura di R. Orecchia, vol. I, Cedam, Padova 1967, n. 52, p. 192)

«Il continuo pericolo di tutto questo, che pesa su un numero sempre maggiore di individui contemporanei, contribuisce sempre più a far perdere all’individuo l’abitudine della sua individualità, a persuaderlo che egli non è che una serie di necessità momentanee, una semplice e dolorosa apparizione di bisogni, di necessità, di avidità, e lo porta sempre più a disperdersi nei suoi atti, ad abbandonarsi sempre più alle oscillazioni informi delle masse» (p. 139) «La massa è l’insieme degli individui disponibili, i quali rendono possibili tutti i regimi, che, ognuno con i modi più vari, dispongono di questi individui vuoti (p. 153) «Questo povero trascurabile impercettibile individuo, che alla fine è e resta il soggetto di tutta la vita, e che anche e soprattutto con le sue privazioni negazioni e variazioni è l’autore inconsapevole di tutte le variazioni della storia» (p. 160)
(G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, in ID., Incertezze sull’individuo, Giuffrè, Milano 1969, pp. 125-161, ma pure in AA.VV., Scritti di sociologia e politica in onore di L. Sturzo, Bologna 1953, pp. 255-291 e in G. Capograssi, Opere, Milano 1959, vol. V, pp. 429-470).
(Giuseppe Capograssi, filosofo del diritto, già redattore (ma non firmatario) del c.d. “Codice di Camaldoli”, è stato di recente presentato al Convegno di Verona del 2006 come “Testimone” per la regione ecclesiastica «Abruzzo-Molise».)


Se è vero che esiste una società solo se riconosciamo in un certo ambiente/territorio alcune relazioni inter-soggettive stabili (parentali, lavorative, ecclesiali, amicali, vocazionali) che si intersecano (più o meno spontaneamente) tra loro, è anche vero che il presupposto di queste relazioni sono proprio i singoli soggetti che le costituiscono: gli individui.
Sappiamo inoltre che proprio perché “in relazione” l’individuo si realizza compiutamente nella “persona”.

Il pulsare dell’esperienza quotidiana ci mostra, però, dei rapporti non sempre permeati dal “bene” e talvolta proprio queste connessioni tra individui vengono subite come dei “mali” (magari necessari, ma pur sempre “mali”). Questa realtà concreta, se è vero che costituisce da sempre l’espressione dell’incontro tra il singolo e il suo vivere in società., pare oggi accentuata dalla dimensione pluriculturale che stimola rapporti tra diversità individuali più consistenti.

Lo scarto che il beato Rosmini coglie in questo dinamismo tra bene/male nei rapporti umani consiste nella consapevolezza che queste relazioni hanno bisogno di “regole” per poter essere accolte in tutta la loro ricchezza. Regole chiamate a riconoscere il rispetto di doveri e diritti. Doveri e diritti che spesso però vengono oggi attribuiti non all’individuo, ma al “gruppo”, alla “massa” o, meglio, alla “lobby”, in un intersecarsi di valori e interessi diversi e talvolta incompatibili.

Ecco che la proposta del filosofo roveretano può risplendere anche oggi per la sua universalità: al centro di queste “regole” deve essere posta la “persona” che è il “diritto sussistente” su cui fondare la società. Troviamo così una prospettiva che pone al centro non tanto la “pretesa” di oggettii/interessi da rivendicare in una continua lotta tra “parti”, quanto il “rispetto” della persona nella sua singolarità, particolarità, unicità.

Fra gli autori contemporanei che hanno proseguito questa riflessione troviamo Capograssi che nelle sue opere meno sistematiche (e più brevi) si interroga sull’ambiguità antropologica tra la dimensione “privata” della libertà e quella “pubblica” della responsabilità.

L’analisi, ancor oggi doverosa, verte sul riconoscimento di quanto la “massa” abbia assorbito la volontà e l’intelligenza dell’individuo contemporaneo, privandolo così della libertà e della responsabilità del proprio agire. Una analisi urgente che le parole di Rosmini e Capograssi sottolineano in modo incisivo e diretto offrendo un orizzonte che collega dimensione “particolare” e “universale” della persona, primo centro di relazioni, diritti e doveri, vero perno della comunità politica.

Da ultimo, le riflessioni di Capograssi offrono anche il fondamento alla concreta esperienza concreta dell’uomo comune il quale, insufficiente nella sua individualità, rischia però di essere quotidianamente soffocato dalla “massa” (nella propaganda politica, nella pubblicità degli averi, nella relatività del vero) che gli preclude una partecipazione effettiva alla comunità. E così dalla negazione dell’individualità di ciascuna persona è possibile dedurre anche una critica agli odierni regimi democratici, troppo spesso legittimati dalla povero anonimato del numero e della massa, e non dalla “persona”, unico diritto sussistente.


Progetto Formativo ACI “Perché sia formato Cristo in voi”:
Cap. 4.2 “Nel mondo, ma non del mondo. Formare coscienze laicali per l’oggi”


Bibliografia
G. Capograssi, Analisi dell’esperienza comune, Athenaeum, Roma 1930;
Cfr. G. Capograssi, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi [1921], Giuffrè, Milano 1977;
Cfr. G. Capograssi, Incertezze sull’individuo [1953], in ID., Incertezze sull’individuo, Giuffrè, Milano 1969, pp. 123-161).

Felicità

giovedì 30 aprile 2009

Titolo: Felicità
Sottotitolo: Realizzazione – Promessa

a cura del Gruppo di ricerca antropologica

[Leggi la scheda in formato .pdf]

Testo di approfondimento: definizione e problematizzazione

“È manifesto che anche partendo dal punto di vista dell’autosufficienza si giunge allo stesso risultato: si ritiene infatti che il Bene perfetto sia autosufficiente. … Per ora definiamo l’autosufficienza come ciò che, anche preso singolarmente, [15] rende la vita degna di essere scelta, senza che le manchi alcunché. Di tale natura noi pensiamo che sia la felicità. Inoltre pensiamo che la felicità sia il più degno di scelta tra tutti i beni, senza aggiunte (se fosse così, è chiaro che sarebbe più degna di scelta solo insieme con un altro bene, anche il più piccolo); infatti, quello che le fosse aggiunto sarebbe un sovrappiù di bene, e di due beni quello più grande è sempre più degno di scelta. [20] Per conseguenza la felicità è, manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute.”

“Dunque, la felicità è insieme la cosa più buona, la più bella e la più piacevole, [25] qualità queste, che non devono essere separate …. anche la felicità la definiamo attività dell’anima.
Senza attività non esiste piacere e il piacere rende perfetta ogni attività”.

(Aristotele, Etica a Nicomaco, Libro I e Libro X)

“Non è certo, allora, che tutti vogliano essere felici: perché chi non cerca il suo piacere in te, che sei la sola vita felice, in realtà non vuole la felicità. O forse sì, tutti la vogliono, ma i desideri della carne sono opposti allo spirito, e quelli dello spirito alla carne, e così non fanno ciò che vogliono: per questo perdono forza fino ad accontentarsi di ciò che è in loro potere, perché dove non valgono non vogliono abbastanza per potere. Già, io chiedo a ciascuno: preferisci godere del falso o del vero, e nessuno ha qualche dubbio nel pronunciarsi per il vero, non più di quanti ne abbia ad ammettere che desidera essere felice. Perché è appunto il piacere del vero, la felicità. Dunque è gioire di te, che sei la verità, luce e salvezza dei miei occhi, mio Dio. Questa felicità tutti la vogliono, questa vita che è la sola felice, tutti vogliono godere del vero. Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno. Dove hanno appreso allora che cosa sia vivere felicemente, se non dove hanno appreso anche che cos’è verità? Perché l’amano, è chiaro, se non vogliono essere ingannati: amando la felicità, che non è se non il piacere della verità, debbono pure amare anche la verità. Ma come potrebbero, se non ne avessero un’idea, nella memoria. E allora perché non riescono a goderne? Perché non sono felici? Perché si occupano troppo di altre cose: anche se non vi trovano alcuna felicità paragonabile a quella di cui conservano un ricordo così tenue. Sì, c’è ancora un po’ di luce fra gli uomini: presto, presto, si mettano in cammino, affinché il buio non li sorprenda.”
(Agostino – Confessioni X, 22-23 – testo tradotto da R. De Monticelli )


Lungo tutta la storia dell’umanità ci si è chiesti che cosa sia felicità. L’antichità pagana ha offerto delle risposte attraverso la voce autorevole di Aristotele che ha il pregio di tenere in conto sottolineature assi diverse ma non alternative riguardo al tema della felicità che è collegato alla politica e all’amicizia; al piacere; all’uso della ragione. Viene sottolineata da Aristotele la dimensione dell’autosufficienza della felicità come azione perfetta, voluta per se stessa, accompagnata da un piacere che rende perfetta l’azione stessa. Il riferimento al dio è aggiuntivo: l’uomo sapiente e felice è caro agli dei, ma questo essere caro non è condizione sine qua non ci sia la felicità.

Queste diverse sottolineature esprimono la natura poliedrica dell’uomo, che pur essendo una natura razionale è corporalmente individuata: è uomo politico, in relazione ad altri; più felice nella vita comunitaria dove la comunità è generata dalla rete di amicizie con le quali condividere in modo perdurante ciò che sta a cuore; è frutto dell’attività di pensiero, cioè di quell’esercizio assolutamente appropriato alla natura umana. Non può esserci una felicità condizionata dal piacere, ma quel piacere che scaturisce dall’esercizio dell’attività intellettuale tramite cui l’uomo si assimila al divino, completa l’azione e la rende perfetta.

La felicità, per il filosofo, si realizza grazie alle caratteristiche dell’uomo e della società, in un orizzonte immanente. Il discorso sembra lineare, ma quale uomo , quale natura umana è intesa da Aristotele? Il suo maestro Platone aveva indicato come orizzonte di beatitudine il mondo sovra celeste, accessibile solo alle anime, dopo lo scioglimento dal corpo.

Se invece ci muoviamo oltre, un altro aspetto distingue in modo eclatante l’età pagana da quella cristiana. Gli antichi disegnarono un tipo di uomo autosufficiente, in grado di giungere al compimento con le proprie forze, ma un punto risulta problematico: se è in potere dell’uomo vivere secondo natura in modo felice, perché moltissimi sono infelici? Forse perché la situazione storico concreta non è stata sufficientemente valutata, compresa nella sua complessità e problematicità.

L’uomo contemporaneo è molto più avvertito riguardo la difficoltà di giungere alla felicità. Ha imparato a fare i conti con la disillusione, la contraddizione, il male.
Le posizioni elaborate nella filosofia contemporanea sono assai diverse, alcune dichiarano la fine di ogni fine, di ogni senso e indicano con tono più o meno drammatico l’esito nichilista della ricerca di felicità. Già a fine Ottocento Nieztsche denunciava e smascherava l’equazione ragione = moralità = felicità. Altre riducono l’orizzonte di ricerca dal Bene al benessere, dalla felicità piena a una dignitosa sopravvivenza; dall’attesa di compimento alla ricerca di risultati commisurati allo sforzo. Sono espressioni più o meno drammatiche di etiche del finito.

I significati di felicità che giungono a far coincidere felicità con beatitudine, gioia, pienezza sono allora solo illusioni? Va ricompresa più a fondo la radice ultima di questa dimensione, anche interrogandosi maggiormente sulla “natura umana”, sulla relazione uomo-Dio in ordine alla felicità. Diviene necessario ricomprendere quelle parole con le quali la Chiesa ha detto nel contesto delle filosofie immanentiste, panteiste, razionaliste, che la necessità della rivelazione di Dio non sta nel suo mostrarsi esistente, ma nel permetterci di sapere le sue intenzioni sull’uomo e cioè averlo creato per renderlo partecipe della sua vita senza fine fonte di beatitudine (Dei Filius, 2).

Le parole e la ricerca incessante di Agostino diventano allora molto attuali. Indicano un cammino possibile capace di fare i conti anche con le contraddizioni.
In comune con Aristotele sottolinea che tutti gli uomini cercano la felicità – pur nella molteplicità dei significati che ad essa si danno.
Ma diverse sono le osservazioni riguardo allo stato di vita felice:
- la felicità è collegata al godimento di qualcosa di gioioso – la vera gioia è però solo in Dio e non in altro;
- il passaggio dalla felicità e dalla gioia cercata, ma non riconosciuta da tutti, viene articolato attraverso la ricerca della verità, poiché felicità è il piacere del vero: tutti la cercano e tutti odiano essere ingannati. Ma non tutti riconoscono la verità, e chiamano verità ciò di cui sono convinti, tanto non possono farne a meno. La felicità non scaturisce da una perfezione di un’azione immanente, autorefenziale, ma si accende in relazione alla verità, a qualcosa o qualcuno che è oltre il soggetto. La verità è Dio, Dio cercato, Dio che attira a sé l’uomo che solo in Lui giunge a pienezza;
- felicità è gioire (godere) di Dio che è la verità, luce e salvezza agli occhi. Questo aspetto del godere o fruire è posto con maggiore scioltezza da Agostino rispetto ad Aristotele. Il godimento chiama in causa una sensibilità spirituale, che svela una dimensione antropologica più articolata rispetto alla dimensione corporea e psichica.

La felicità di Agostino indica un tipo di uomo che non si realizza e non è felice se non in Dio. Diverso è dunque il rapporto tra Dio, l’uomo e la felicità rispetto alla concezione greco-pagana. La felicità si compie grazie all’evento di grazia della Rivelazione. La concezione di Agostino è lontano dall’autosufficienza pagana e maggiormente consente di comprendere la natura nella sua storicità concreta e a volte contraddittoria e segnata dal male, ma anche aperta a una possibilità gratuita di felicità. La felicità non è più solo l’agire perfetto, ma è attesa che si compie laddove l’uomo giunge al suo fine, cioè vivere da figlio, nella verità, nella giustizia e nell’ordine degli affetti.

Tale dimensione svela la natura dinamica dell’uomo, rilancia un modo nuovo di intendere la realizzazione di sé, impossibile da comprendere in un orizzonte autoreferenziale, perché aperta all’affidamento e a una promessa attesa.
Così si esprime un teologo D. Cornati (in “Quel che resta della felicità”, Lecco, 29 settembre 2004): “Piuttosto la vera felicità è l’irradiazione di una riuscita intimità con qualcosa di insuperabilmente ‘giusto’ e di segretamente ‘atteso’, a dispetto di tutto. Non è anzitutto ‘aspirazione’: è semmai ‘promessa’ e ‘affidamento’. Non è semplicemente il benessere, ma neppure il bene, E’ il bene che brilla intimamente nella sua bellezza. E’ la vita restituita alla certezza di una promessa che può e deve essere onorata, custodendola contro ogni disperato avvilimento”.

Alla luce di queste indicazioni diventano rilevanti nel dialogo con l’uomo d’oggi lo sguardo sui i segni buoni dei legami affettuosi, della carica vitale, della comunione, dell’amicizia, della giustizia, tracce antropologicamente rilevanti di una ricerca che può incontrarsi con una particolare e desiderata forma di felicità .

Progetto Formativo ACI “Perchè sia formato Cristo in voi”:

  • Felicità – libertà – presenza nella storia: 4.1
  • Gioia: 2.6
  • Pienezza e realizzazione: Introduzione 3 e 3.3

Bibliografia

Altre schede a cui riferirsi:

Introduzione alle schede del Gruppo di ricerca antropologica

giovedì 30 aprile 2009
Il Gruppo di ricerca antropologica

Dove si colloca?
Nell’ambito del Centro Studi, ricco di soggetti attenti alla dimensione storica e socio-politica questo gruppo cerca di focalizzare soprattutto i temi relativi alle relazioni corte, ai rapporti prossimi della persona, quelli che, con il linguaggio del Convegno ecclesiale di Verona, sono stati oggetto dell’area “affettività” “fragilità”. Questi ambiti in ogni caso non sono separabili dal più ampio contesto sociale e politico ed ecclesiale (Lavoro e festa, Cittadinanza e Tradizione). Nella vita non si possono infatti fare dei distinguo eccessivi, se non per motivo di analisi.

Con quali finalità?
Le dimensioni e le categorie che rientrano in queste aree sono, per esempio, “coscienza”, “felicità”, “legami”, “sofferenza”… parole forti della tradizione formativa dell’associazione e insieme parole spese anche nel dibattito culturale odierno, con significati a volte diversi da quelli intesi all’interno dei nostri cammini. Poter parlare la lingua di tutti veicolando però significati puntuali è impresa oggi non da poco. Il rischio spesso è quello di pensare di essersi spiegati, ma non avere in realtà comunicato molto.
Il gruppo si vuole mettere a servizio dell’impegno formativo, culturale ed educativo dell’associazione provando a riprendere alcuni concetti chiave di cui mostrare il significato preciso e innovativo tipico di una antropologia cristiana.
I luoghi entro cui spendere questo servizio culturale sono molteplici: i percorsi di formazione, i dibattiti culturali, e altri successivi luoghi che l’associazione potrà individuare.

Con quale metodo?
In continuità e in sintonia con il lavoro di ricerca di tutto il Centro Studi, il Gruppo di ricerca antropologica prende le mosse dai convegni annuali comuni e dal Progetto Formativo “Perché sia formato Cristo in voi”, da cui trarre ulteriori linee di ricerca e di approfondimento.
I primi passi mossi in questo anno hanno delineato un percorso a partire dal Seminario “Vocazione umana: un cammino comune?” (18 ottobre 2008), indicando le seguenti scansioni meritevoli di approfondimento.

Tema generale: il cammino dell’uomo, ovvero:

  • una idea dinamica dell’uomo inteso come essere relazionale;
  • la libertà: la coscienza in chiave storica,
  • il rapporto tra libertà e spontaneità e autenticità.

Tre declinazione possibili per riprendere i temi:

  • la destinazione dell’uomo (promessa, felicità, realizzazione, universale – particolare; pluralismo -democrazia);
  • gli ostacoli del cammino (le forme del male: come il male si presenta nelle diverse forme, ad esempio:
    • la lotta interiore nella coscienza,
    • le dinamiche psicologiche, le suggestioni;
    • le strutture di peccato;
  • le risorse del cammino (fra cui le forme dell’accompagnamento, come ad esempio:
    • l’accompagnamento personale,
    • le forme dell’accompagnamento comunitario,
    • le forme di soccorso e di aiuto,
    • il ruolo della liturgia e della ritualità (la memoria, il tempo è fare memoria, il tempo che si fa accompagnamento attraverso il ritmo della liturgia),
    • la vita associativa come “dispositivo formativo”,
    • la tradizione.

Con quali contributi?
La modalità di lavoro indirizzata a una duplice meta (avviare percorsi di ricerca, offrire contributi alla vita associativa) ha condotto a produrre alcuni contributi spendibili in percorsi culturali, in letture personali, in forme di formazione e autoformazione. Le tematiche finora toccate sono le seguenti:

  • felicità,
  • coscienza,
  • natura e progettualità,
  • “universale – particolare”: quali risorse e quanti ostacoli per il riconoscimento dell’uomo felice
  • la lotta interiore della coscienza.

Ogni scheda si può ricondurre a punti precisi del Progetto Formativo e scandisce la tematica o parola chiave secondo questa sequenza:

  • una citazione dai classici
  • una definizione e problematizzazione del tema stesso, includendo apporti da autori diversi
  • riferimenti al Progetto Formativo
  • alcune indicazioni bibliografiche.

Il lavoro si può considerare un work in progress, offerto a chi intende usufruirne già, e insieme aperto a ulteriori precisazioni di metodo e di contenuto.

Ritorna in campo il lavoro

giovedì 30 aprile 2009

di Giuseppe Masiero

I volti dignitosi e le mani operose dei cittadini abruzzesi che si muovono tra le macerie, lasciando le tende fangose per abbracciare papa Benedetto XVI, sono l’icona e la parabola vivente in questo 1° maggio, di un lavoro spesso maltrattato e svuotato del suo valore, oltre che della sua necessità impellente per milioni di persone e famiglie.

Il Santo Padre ha incoraggiato e benedetto nell’emergenza, l’inizio della progettazione e della stabile, rapida ricostruzione.

Il raggio di speranza su di un popolo che alza la testa e si mette in cammino, è lo stesso che raggiunge ed anima il mondo del lavoro travolto dallo tsunami mondiale della crisi economico-finanziaria con le sue preoccupanti ricadute nella vita di famiglie intere e delle nuove generazioni.

Fatica a sentire e percepire questa angoscia su un domani incerto e difficile, riscontrabile anche in molte realtà produttive dei nostri territori, chi passa disinvoltamente dalla commozione manifestata di giorno alle popolazioni terremotate, all’esuberante allegria notturna accompagnata da dispendiosi regali di compleanno.

Ma è il lavoro con il suo patrimonio di fatica e civiltà costituito da professionalità, arte, cultura e spiritualità, a ritornare in campo come nuovo baricentro di una economia risanata, in grado di sostituire gli effetti nefasti della finanza tossica.

Tra pochi mesi ci sarà proprio accanto alla tendopoli dei terremotati il G8 e l’Italia avrà l’occasione di proporre, perché l’uscita dalla crisi non sia la semplice chiusura di una parentesi per tornare come prima, una nuova regolamentazione internazionale del lavoro, quale espressione di politiche attive di solidarietà e sviluppo.

È inaccettabile che all’inizio del terzo millennio ci siano ancora milioni di bambini che lavorano in condizioni di schiavitù o sono costretti ad imbracciare il fucile nel terribile mestiere di babysoldato. Se sapremo costruire un lavoro dignitoso, decente ed umanizzante in ogni angolo del mondo, anche in quel microcosmo del pianeta rappresentato dagli immigrati, riusciremo a far decollare per la prima volta nella storia uno sviluppo «personale, integrale e globale» (Populorum progressio). Per il cristiano questa prospettiva ha il respiro e l’energia pasquale delle Beatitudini evangeliche.

Rappresenta un segno concreto di vicinanza operosa nei confronti di chi perde o non ha lavoro, come reazione all’impoverimento crescente, l’impegno rilevante e solidale di tutte le diocesi italiane e della Conferenza Episcopale Italiana. Vengono così alleviate senza atteggiamenti assistenzialistici con la disponibilità di un credito concesso sulla fiducia, le conseguenze pesanti di una crisi che investe persone e famiglie legate all’esclusivo reddito proveniente dal lavoro.

Mentre la crisi in questo momento può diventare occasione di ripensamento per quanto riguarda modelli di vita e di ricentramento etico con una progettazione solidale dell’intera società, nasce prima di tutto uno stringente appello all’azione.

Nel secolo scorso il conflitto orientato all’eguaglianza, alla redistribuzione del reddito e alla rappresentanza sindacale, è stata la regola e la prassi delle relazioni industriali. Oggi, con un lavoro non necessariamente ancorato ad un luogo o ad ambiente specifico, è sempre più componente e condizione essenziale della qualità e successo di un’impresa «comunità di persone e capitale» (Centesimus annus), un orizzonte nuovo di partecipazione e di corresponsabilità. È quello che in questi giorni sta succedendo nel salvataggio da parte della Fiat con anche la partecipazione sindacale, del colosso automobilistico americano Chrysler sulla soglia del fallimento.

Di questa cultura della convergenza a partire dal lavoro si è fatto carico con l’AC, il Movimento Lavoratori, riscontrando l’interesse e la disponibilità ad agire insieme da parte di tutte le Associazioni cristiane operanti nel mondo agricolo, operaio, imprenditoriale e cooperativistico. Esiste un solido tessuto aggregativo nella comunità ecclesiale e nel territorio che agisce simultaneamente alla formazione, in maniera intraprendente su aree che diversamente sarebbero emarginali ed un costo rilevante per le istituzioni.

La rappresentanza di tale esperienza sociale e produttiva non è sufficientemente valorizzata sia dal versante politico che dall’azione sindacale.

Probabilmente queste Associazioni saranno chiamate a preparare e ad immettere specialmente nel mondo dei precari, dei giovani in cerca di lavoro o al primo impiego, nuovi leaders sociali capaci di rinnovare dal basso, dalla società civile sia le organizzazioni sindacali tentate dalla tutela esclusiva di occupati e pensionati, come le categorie professionali ed imprenditoriali sollecitate a fare sempre più sistema, coniugando concorrenza e convergenza nell’ottica del bene comune.

L’educazione nella società liquida

mercoledì 29 aprile 2009

di Carlo Cirotto*

Il termine ‘liquido’, nel suo significato originario, fa riferimento a quel particolare stato della materia che è caratterizzato dalla mancanza di forma. La medesima parola, tuttavia, viene usata sempre più di frequente anche in senso metaforico per indicare la caratteristica fondamentale della temperie culturale odierna.

Dopo Bauman, parlare di ‘liquidità” della cultura è quasi d’obbligo e di certo non si potrebbe trovare un termine che meglio esprima la realtà dei fatti (1). In realtà, la mancanza della forma nei liquidi è dovuta al fatto che le loro molecole si trovano in continua agitazione, scivolando le une sulle altre e cambiando continuamente di posizione. All’opposto c’è lo stato solido che invece ha una forma ben definita: le sue particelle sono incasellate con grande ordine in posizioni precise dello spazio e da lì non possono allontanarsi. E’ necessario aumentare la temperatura per liberarle dalla fissità delle loro posizioni, favorendo così il passaggio da solido a liquido.

Definire ‘liquida’ la situazione attuale della cultura equivale ad affermare che i significati e i valori del suo patrimonio hanno perso la loro antica strutturazione; non costituiscono più un sistema ordinato e riconoscibile ma si comportano come tante realtà quasi totalmente separate. È come se la temperatura culturale si fosse innalzata determinando così l’ingresso del disordine.

In un tale stato di rimescolamento e confusione, non desta meraviglia che l’educazione sia la prima attività a pagare lo scotto. Educare, infatti, significa proporre alle giovani generazioni quei sistemi di significati e di valori che costituiscono l’elaborato culturale delle generazioni precedenti. L’attuale generazione degli educatori, però, ha vissuto sulla propria pelle proprio il veloce processo di liquefazione. Quali elementi, allora, potrà lasciare in eredità ai giovani? Non di certo le grandi strutture culturali che, considerate in crisi, tendono a perdere di importanza. Rimangono, come tante monadi, i loro elementi scollegati e sono essi che di fatto vengono trasmessi insieme alle nuove acquisizioni.

È emblematica, a tal proposito, la tendenza che si va affermando nell’insegnamento scolastico. Si forniscono ai discenti gli elementi separati, lasciando agli stessi il compito di unificarli in visioni organiche, che però neanche i docenti sono in grado di suggerire. Almeno in teoria, il miracolo potrebbe verificarsi. Anche per le migliori intuizioni c’è sempre una prima volta e non è da escludere che possa avvenire in una mente giovane. Questo comportamento però è assai distante da ciò che si intende per educazione: trasmissione non tanto di singoli elementi quanto di sistemi culturali in grado di unificarli.

L’attività delle agenzie educative risente pesantemente della crisi antropologica che stiamo vivendo. L’uomo, dopo aver accumulato un enorme numero di conoscenze che lo riguardano, vede se stesso come un inestricabile nodo viario su cui confluisce un’infinità di percorsi conoscitivi.

È allora necessario lavorare ad un nuovo umanesimo che tenga conto delle tante, nuove conoscenze sull’uomo e sappia organizzarle in unità (2). Impegno di immensa portata, per concludere il quale non saranno di certo sufficienti né la presente né la futura generazione.

Tuttavia, mentre si lavora a questo progetto e fino a quando non sia raggiunta la meta, come educare le giovani generazioni? Che cosa trasmettere loro?

La risposta non pare difficile: si deve trasmettere la tensione al raggiungimento della meta, al conseguimento dello scopo. Il difficile sta nel determinare come ciò vada fatto. E’ evidente che non si può rinunciare, tout court, alla trasmissione delle conoscenze parziali, specialistiche raggiunte finora perché esse costituiscono i materiali da integrare. Come allora impedire che le giovani generazioni cadano preda dello sconforto o, peggio, del relativismo? La via d’uscita non può essere che una: coinvolgerle nell’impresa, prospettando loro con chiarezza il problema e proponendo una collaborazione attiva.

È superfluo sottolineare che, poiché la via da seguire la si scopre solo percorrendola, rivestono non poca importanza il coinvolgimento anche emotivo dei giovani, le comunicazioni non verbali e la testimonianza di vita degli adulti.

*Presidente nazionale MEIC

Note
1. Cfr. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008
2. Cfr. Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, Progetto Camaldoli. Idee per la città futura, Studium, Roma 2008.

La Resistenza e il dovere della memoria

martedì 28 aprile 2009

di Antonio Martino

I morti non sono tutti uguali. Non lo sono mai stati. Eppure, in questa Italia ci vogliono convincere ad ogni costo del contrario. Certo, la morte in sé è una livella, come scriveva Totò. Perché la morte non ha memoria, non ne ha bisogno. I vivi, invece, sì. I vivi devono avere memoria, ne hanno bisogno se non vogliono essere morti.

Penso a come in questo nostro Paese si faccia presto a cancellare la memoria di ciò che è stato. Penso al continuo, ostinato quanto vigliacco dire che chi ha combattuto per la libertà, per la nostra libertà, per ciò che troppo spesso diamo per scontato, chi ha sacrificato la propria giovinezza e la vita per liberarci dal giogo fascista e dal suo alleato nazista, chi è caduto tra i vigneti delle Langhe, sul sentiero di una Baita o sulle spiagge di Cefalonia con il coraggio del no, sia uguale in morte e in vita a chi in quella stessa Italia ha servito i signori della morte, a chi è stato dalla parte delle camere a gas e dei forni crematori.

Mi chiedo: che insegnamento è questo per le giovani generazioni? Che cosa si vuole dire a chi sta crescendo? Forse che, se un domani dovessimo essere chiamati, ancora una volta, a scegliere da che parte stare, ebbene, non importerebbe fare una scelta, perché le parti sarebbero uguali, indistinte, indifferenti, come in un cattivo minestrone? Che non sarà importante lottare per la propria e l’altrui libertà, la propria e l’altrui dignità di uomini, perché tanto poi verrà di certo qualcuno a dirci come oggi che i morti sono tutti uguali, perché le ragioni degli uni e degli altri sono ugualmente degne, hanno lo stesso valore e significato?

Temo che il messaggio sia questo. Temo anche che un giorno verranno a dirci che Aldo Moro, Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Valter Tobagi, i morti della stazione di Bologna e di Piazza della Loggia, le tante, troppe vittime per la libertà, la democrazia, i diritti di ciascuno e di tutti sono uguali ai loro assassini.

Mai come quest’anno il 25 aprile, Festa della Liberazione di tutti, è stato nascosto e svilito. Tanta è la colpa di ciascuno nel aver permesso che questo Paese si sforzasse di perdere la sua memoria, la sua verità. Sta alla coscienza di ognuno di noi rispondere di questo. Eppure, con l’eccezione delle cerimonie ufficiali (che evidentemente era impossibile ignorare, e dalle quali si alzano su un silenzio assordante le parole forti di Giorgio Napolitano), non si può non avere notato come la televisione nazionale, quella pubblica e quella che usa le frequenze pubbliche innanzitutto, abbia quasi completamente cancellato dai palinsesti la Festa della Liberazione di tutti. Solo chi ha la fortuna di poter guardare RaiStoria e lo ha fatto, ha avuto la possibilità di rivedere, riascoltare un pezzo della nostra memoria, della memoria di questa Italia. Per tutti gli altri il solito menù, il solito minestrone, la solita televisione.

A questa Italia dove il solo dire Partigiani equivale ormai a bestemmiare, a questo Paese che ha scordato che la Repubblica è nata dalla Resistenza, forse vale la pena ricordare che il fascismo tra i tanti simboli ne aveva uno superbamente italico: il manganello. Serviva a piegare coloro che con coraggio non si piegavano, non si accodavano all’osanna al dittatore. Certa televisione oggi è come quel manganello: picchia duro sul cervello e sulla coscienza di chi la guarda. Purtroppo, con successo.

Economia, dal mercato al dono

venerdì 24 aprile 2009

di Gigi Borgiani

Notizie che si susseguono in poche ore: quasi 2 milioni e mezzo di persone, il 4% dell’intera popolazione, vive in Italia in condizioni di «povertà assoluta». L’ultimo social report dell’Istat è categorico: nulla è cambiato nel biennio 2005-07, e l’attuale crisi economica mondiale ha complicato le cose. Infatti, dopo poche ore dalla notizia relativa ai dati Istat, apprendiamo che il Fondo monetario internazionale prevede una «severa recessione» a livello mondiale nel 2009 e una «graduale» ripresa nel 2010. Il prodotto globale, stima il World Economic Outlook, si contrarrà dell’1,3% quest’anno («per effetto di una crisi internazionale finanziaria più severa di quanto si poteva ipotizzare e per la caduta della fiducia») per poi tornare a crescere dell’1,9% nel 2010. Dati migliori rispetto a quelli di gennaio, ma pare che in Italia dopo un 2009 di profonda recessione non ci sarà crescita positiva nemmeno nel 2010, con un fortissimo appesantimento dei conti pubblici e del debito.

Non possiamo stare a guardare! Dobbiamo dare voce ai poveri; «alla gente che sta sotto, a livello di calpestio, che non viene ascoltata»: come sollecitava don Tonino Bello. È ormai tempo di cambiare linguaggio, vocabolario. Il villaggio globale ci ha abituato ad una “nuova lingua”, fatta di parole quali: sviluppo, sottosviluppo, mercato, risorse, crescita, sviluppo sostenibile, partecipazione democratica, lotta alla povertà…! Già, perché più si parla di progresso e sviluppo, più si allarga la differenza e si abbassa la soglia di povertà. I numeri allarmanti di oggi non fanno altro che aggiungersi a quelli di ieri e confermare l’urgenza di un vero cambiamento.

L’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile, e non sono cambiate le caratteristiche delle 975mila famiglie più povere: quelle numerose, con tre o più figli, dove il capofamiglia è senza lavoro o pensionato, oppure è semplicemente un anziano che vive solo. I dati, inoltre, evidenziano che al Sud e nelle isole l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è quasi doppia rispetto a quella osservata nel Nord (3,5%) o nel Centro Italia (2,9%). Queste famiglie/persone, per definizione di povertà assoluta, sono quelle che non riescono a soddisfare i bisogni di base, quelle che non riescono ad arrivare a metà del mese. La definizione si appesantisce se inserita nel contesto mondiale, che accomuna le 975mila famiglie italiane a quelle africane, dove non si mangia, non si beve, non si ha tetto, non si ha accesso ai servizi sanitari, non esiste igiene e non ci si può permettere l’istruzione; dove le risorse sono sottratte a scapito di coloro che dovrebbero esserne i prioritari fruitori. La differenza sta nel fatto che noi viviamo in un Paese sviluppato e loro in Paesi perennemente in via di sviluppo, ma il risultato è il medesimo.

Paragonando le due situazioni, non so quanto sia corretto applicare in simile modo la definizione di povertà assoluta. Forse da noi potrebbe trattarsi più di una forma di povertà relativa. Ma, al di là delle possibili disquisizioni, resta il fatto che qualcosa non funziona nella distribuzione dei beni; significa che dobbiamo coniugare immediatamente un nuovo linguaggio per il bene comune. Un linguaggio che parli e viva di frugalità, di essenzialità, di capacità di opporsi ai bisogni artificialmente creati; un linguaggio capace di tradurre la solidarietà dell’immediato in una sussidiarietà che, stabilendo nuovi rapporti con l’ambiente e i gruppi sociali, trovi risposte nella dinamica dei rapporti umani e nell’interazione fra le capacità produttive di tutti.

I poveri del mondo non possono essere affidati all’economia di mercato, che esalta l’homo oeconomicus e relega (statisticamente) nell’ignoto e nello scarto chi non ha ricchezza. Piuttosto, dobbiamo aiutarci a riscoprire forme di “povertà volontarie” (e quindi evangeliche; vogliamo dimenticare S. Francesco?), le uniche in grado di vera reciprocità e condivisione. Dobbiamo, insomma, recuperare l’economia del dono e della giustizia.

Siamo alla vigilia di un importante appuntamento associativo che ha a tema l’educazione. Non possiamo dimenticare che ogni attenzione prestata alla questione educativa (sia essa rivolta alla riscoperta della fede o all’affettività, alla vita, alla famiglia o al lavoro, alla comunicazione o all’integrazione) converge nella costruzione di un uomo migliore per un mondo migliore.

Un servizio integrato al territorio

giovedì 23 aprile 2009

di Antonello Ferrara*

Siracusa, Noto, Caltagirone e Ragusa: due province, quattro diocesi, che nell’antichità gli arabi avevano riunito nella “regione amministrativa” del Vallo di Noto.
Se dovessimo rimanere fermi alle suddivisioni delle province o delle diocesi, non riusciremmo a cogliere molte opportunità presenti in questa zona della Sicilia, che – se considerate insieme – costituiscono un valore aggiunto. Ad esempio:

  • il polo chimico più grande d’Europa (fonte Confindustria Italia);
  • la zona della Sicilia con la maggiore raccolta bancaria e con il minor tasso di non restituzione (fonte Banca Etica);
  • la zona della Sicilia con il maggior turismo, stanziale e giornaliero; e con il monumento archeologico più visitato: il teatro greco di Siracusa (fonte BBCC Siracusa);
  • la rassegna teatrale del Dramma Antico più conosciuta, apprezzata e seguita al mondo (fonte Inda);
  • la zona al mondo con il più alto numero di siti dell’Unesco (fonte Unesco);
  • la maggiore realtà produttrice di agricoltura della Sicilia, la seconda in Italia (fonte Coldiretti);
  • la zona d’Italia con il volume economico più alto di import ed export (fonte Confindustria Siracusa);
  • la zona d’Italia con la maggiore raccolta di sangue (fonte Avis Italia).

Ma il Vallo di Noto, che conta un milione di persone, ha anche notevoli problemi sanitari (è la seconda zona d’Italia per incidenza tumurale) e di infrastrutture (manca il collegamento autostradale).

Partendo dai dati economici evidenziati, che vedono una realtà di insieme della Sicilia Sud-Orientale più forte delle singole province, il MLAC siciliano ha proposto alle diocesi del Vallo di Noto di guardare oltre i propri confini.
La proposta del Movimento è stata infatti quella di organizzare una Settimana Sociale che avesse un filo conduttore unico, tenendo conto che ogni realtà poteva ragionare e progettare con le altre realtà diocesane su aspetti critici del proprio territorio ma che naturalmente influiscono su quelli vicini.

Le diocesi hanno deciso di ripartirsi questi argomenti da discutere:

  • Siracusa: ambiente;
  • Ragusa: sviluppo economico;
  • Noto: immigrazione;
  • Caltagirone: sicurezza del lavoro.

È stato anche importante che le diocesi si siano confrontate sul lavoro svolto dagli altri e abbiano messo in campo progetti e energie per realizzare gli eventi previsti.
Esempio di questo modo di lavorare è stato il primo appuntamento che ha aperto la Settimana Sociale a Caltagirone: il “Progetto Elmettilo” sulla sicurezza negli ambienti di lavoro. L’AC diocesana di Caltagirone ha ritenuto di fare proprio un progetto presentato dalla diocesi di Potenza alla giornata della Progettazione Sociale del MLAC e adeguarlo alle proprie esigenze con l’ausilio un gruppo di animatori (adulti della diocesi di Ragusa) consorziati nella cooperativa “Nemo profeta”.
Gli stessi giovanissimi sono stati coinvolti in un ciclo di riunioni dove hanno imparato a conoscere il testo unico sulla sicurezza del lavoro e si sono cimentati nel teatro sociale, scrivendo e mettendo in scena due drammatizzazioni per evidenziare alcuni errori di applicazione della norme. Al teatro sono intervenute circa 100 persone, che potevano sostituirsi agli attori e provare a cambiare in meglio il finale della storia. Questa dinamica ha ottenuto un forte coinvolgimento del pubblico e ha reso comprensibile il testo della Legge sulla sicurezza, come nessuna conferenza sarebbe stata capace.

Lo stesso lavoro di collegamento è stato realizzato a Noto sul tema dell’immigrazione, invitando a discutere Padre Carlo D’Antoni, che a Siracusa ha realizzato un centro di accoglienza per immigrati in attesa di asilo politico.

A Ragusa è stato realizzato un momento più istituzionale: si è voluto discutere sul tema dello sviluppo, con il contributo di Paolo Trionfini (Vicepresidente dell’AC per il settore adulti) e del Responsabile sviluppo di Confindustria Ragusa Gianpiero Saladino.

A Siracusa, dove proprio in questi giorni è in corso il “G8-Ambiente”, si è realizzato un percorso di tre incontri che consentiranno di rendere l’AC protagonista in città della riflessione su un tema molto importante per questo territorio: quale mediazione tra sviluppo industriale e qualità della vita.

Tutti questi momenti sono stati affrontati con la precisa intenzione di evidenziare come le persone possono realizzare attraverso la propria quotidianità il bene comune. Difatti il titolo è stato “Con la gente del Vallo di Noto, per il bene comune”, proprio permettere in luce l’importanza dell’impegno di ciascuno.

A conclusione di questo ciclo di incontri, la Settimana Sociale ha reso possibile ribadire il senso di appartenenza delle AC diocesane ad un territorio dalle molteplici sfaccettature, rendendo le nostre associazioni nuovamente protagoniste del dibattito sociale nelle diverse città.
Infine l’utilizzo di nuove forme di espressione, come quelle del Teatro Forum, ci ha insegnato che è possibile coinvolgere diverse fasce di età diverse su temi importanti, anche perché è sempre più chiara la richiesta di discutere di temi sociali all’interno delle parrocchie.

* Segretario regionale MLAC Sicilia

L’importante è partecipare

giovedì 23 aprile 2009

Educare alla partecipazione

di Saretta Marotta*

Immaginate cento fiammelle. Cento come i volti che non riuscirete mai a ricordare di tutta la storia di una vita, figuratevi di un secolo, cento come le generazioni di studenti, insegnanti che si succedono nella realtà di una piccola scuola, figurarsi un intero Paese. Cento come le voci, i cuori, la passione, degli studenti che partecipano ad una manifestazione, un’assemblea d’istituto. Immaginatene migliaia. Moltiplicate tutto questo per cento, come le candeline che nel 2010 il MSAC spegnerà sulla torta della propria storia. Cento anni, un secolo di memoria, due zeri dopo la prima pietra di una lunga storia formativa, nel solco della grande tradizione educativa dell’AC. Cento anni al servizio dei giovani e della scuola… perché chi ama, educa! Ma cosa può voler dire per i ragazzi del movimento, chiamati ad essere responsabili di propri coetanei, questa sospirata cura educativa? Non essendo e non sostituendosi ad un gruppo giovanissimi, il MSAC non può contemplare una figura educativa tout court come quella a cui siamo abituati nella prassi ordinaria delle nostre associazioni. Questo perché si caratterizza per la sua scommessa sul protagonismo degli studenti. Protagonismo che non si impone, non si trasferisce in prospettiva asimmetrica, ma si suscita, da pari a pari. La ricchezza grande del Movimento Studenti di AC è che scommette sulla responsabilità dei giovanissimi. Sono loro a darsi da fare per portarlo avanti, a scontrarsi con le fatiche e i sette cieli degli alti e bassi della prassi associativa, sono loro a pensare la proposta da offrire ai propri coetanei. C’è di più, sono testimoni. Apostoli secondo lo stile del simile verso il simile, annunciatori tra pari della gioia del credere nel Risorto. Non lo fanno brandendo coroncine del rosario e libretti della liturgia delle ore. Lo fanno testimoniando un impegno che assumono in prima persona per vivere da “cittadini degni del vangelo” gli ambienti di vita che sono chiamati ad abitare. In questo caso la scuola, i banchi, lo studio, le relazioni, la partecipazione studentesca. In una parola, cura educativa per i ragazzi del movimento studenti di AC significa farsi compagni di strada, condividere il cammino, mettersi in gioco con le proprie domande, ben lontane dalla presunzione di avere già le risposte, interrogare e lasciarsi interrogare da uno stesso percorso di ricerca, le cui linee di fondo sono uguali per tutti, credenti ed atei. In una parola col loro vissuto fanno da indicatori luminosi di un fine grande che anch’essi inseguono. Quel fine grande che don Lorenzo Milani ha indicato con la cura verso il prossimo, che non è possibile se non con la scuola e la costruzione del bene comune.

Per innamorarsi del bene comune non occorre che farne esperienza. Ci si allena a questa pratica faticosa di virtù solo nelle concrete situazioni di convivenza, in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta in comunità, se non si condividono esperienze di relazione anche diverse fra di loro, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Ed una quotidiana esperienza di convivenza civile, la prima che si incontra da adolescenti, è certamente la scuola, quella scuola il cui primo compito dovrebbe essere quello di educare le nuove generazioni non ad un sapere astratto, a collezionare contenuti di cui riempirsi “ben piena” la testa, ma ad una sapienza che faccia sentire responsabili della comunità e del mondo in cui viviamo. È alla scuola che oggi tocca avviare con decisione un processo che sia di educazione, e non solo di apprendimenti e competenze che, da soli, non fanno la persona. Per questo la scuola È un bene comune: perché EDUCA al bene comune. Diventa così bene di tutti, preziosissimo per il futuro del paese. Come tale va quindi preservata la sua esperienza, la sua missione formativa, la sua vocazione educativa. È a scuola che si impara il protagonismo non inteso in senso individualista, ma come esercizio di consapevolezza, di corresponsabilità. È questo stile di fedeltà alla propria coscienza quello che lo studente ha l’occasione di imparare a scuola, per poi poterlo sperimentare nella vita, nella città, nella vita da cittadino.

Da sempre il MSAC mette al centro della sua proposta formativa percorsi di protagonismo e responsabilità, la partecipazione attiva e consapevole alla vita della comunità scolastica. Per noi è una scommessa fondamentale per la crescita integrale della persona, per allenarsi a vivere la dimensione etica della cittadinanza e della convivenza civile, attraverso lo studio dei valori della Costituzione, la promozione delle esperienze democratiche a misura di studente, forme di cittadinanza attiva possibili tra i banchi di scuola.

Il grande movimento partecipativo dello scorso autunno ci ha sollecitati fortemente. Abbiamo visto studenti di ogni ordine e grado impegnati per un interesse comune, determinati a rendere il tradizionale scioperare di quest’ottobre diverso rispetto a quello degli anni precedenti, studenti animati da un rinnovato slancio di responsabilità e protagonismo, capaci di sogno, di progetto. In quei giorni difficili si è consumato così un segno partecipativo e un impegno d’informazione che è stato certamente prezioso, ma vediamo il rischio che quell’ondata di entusiasmo e di impegno, sottoposta alle intemperie delle facili strumentalizzazioni e banalizzazioni, scontratasi con le urgenze della politica e la “normalizzazione” del buon senso, possa lasciare dietro di sé, una volta allontanatosi nella memoria il periodo caldo, una scia di disillusione e rassegnato ritorno tra i banchi, nella fatalistica convinzione che poco si possa incidere nel proprio quotidiano su cambiamenti che sono troppo al di sopra delle teste di chi li vive. Cantava Gaber “non fa male credere, fa male credere male…” Per quegli studenti che hanno animato le piazze d’autunno temiamo allora l’inevitabile deriva per cui dopo “l’emergenza” resta la disillusione, il fatalistico detto del “tanto rumore per nulla”, o peggio, il disinteresse. Proprio per questo gli studenti dell’Azione Cattolica pensano di avere qualcosa da dire ai propri coetanei, proprio per tali ragioni il MSAC sente forte in questo momento il bisogno di riaffermare uno stile d’impegno e di partecipazione che sente possibile e quotidiano, che non crede sia “tempo perso”, che sa che può essere incisivo. Vogliamo allora dire a quegli studenti che non c’è da dare ascolto – per continuare con le citazioni gaberiane – a chi dice che “non è più il momento”, ma che il momento è sempre, ogni giorno. Con un altro stile.

Proprio nel momento in cui forse i riflettori si spengono sul mondo della scuola abbiamo pensato allora di mettere su un “cantiere”. Si chiamerà Mo.Ca, (MOvimento in CAntiere, appunto) e si terrà a Castellammare di Stabia, dal 24 al 26 aprile 2009. Vogliamo rilanciare la riflessione sulla scuola del cambiamento, vogliamo mettere la scuola in testa alle priorità del paese, riaffermare con forza la centralità strategica e progettuale dell’istituzione scolastica per il futuro della società. Proprio per questo abbiamo dato al convegno il titolo di “La scuola in testa!”. Vogliamo raccontare la scuola che abbiamo in testa, vogliamo offrire il nostro contributo alla riforma dell’istituzione scolastica con il nostro piccolo impegno coscienzioso “di studio”, di approfondimento, di proposta.

Abbiamo più volte partecipato alle audizioni parlamentari convocate presso le commissioni cultura della Camera e del Senato. Da associazione studentesca tra le altre abbiamo contribuito al dibattito istituzionale in corso, offrendo il nostro parere, il parere degli studenti incontrati negli istituti, degli studenti impegnati nella scuola del cambiamento. Al cantiere di fine aprile, faremo allenamento. Sperimenteremo la fatica di studiare leggi e normative, ci alleneremo alla comprensione della ratio di provvedimenti e prassi, tenteremo di dare forma e ad argomentare il nostro pensiero. Fanno il tifo per noi in tanti, anche se il compito è tanto difficile.

Contribuire, da protagonisti, al bene comune della propria scuola è la prima palestra perché si possa compartecipare, da cittadini, al bene comune globale. Crediamo che a quindici, sedici, diciassette anni questo sia possibile. Purché si dia fiducia ai ragazzi, purché si sia pronti a scommettere, rischiando di perderci la faccia anche, nella capacità di responsabilizzazione dei giovanissimi. Quelli della generazione x, della generazione bulli, della generazione incostanti, inconcludenti, inaffidabili. Quelli che sono i giovanissimi delle nostre parrocchie, non troppo diversi. Tocca forse ai loro educatori invogliarli al sogno, alla scommessa, alla sfida, quella sana, quella grande, quella immensamente bella. E aiutarli, pur se ci paiono gracilini, a spiccare il volo. Vola solo chi osa farlo.

* Segretario nazionale MSAC

Ac e Caritas, per l’Abruzzo

giovedì 23 aprile 2009

Con un comunicato congiunto, L’Azione Cattolica Italiana e Caritas Italiana hanno stabilito di operare insieme per i fratelli dell’Abruzzo nel breve e nel medio-lungo periodo. L’Ac desidera, con questa scelta, aiutare gli amici colpiti dal terremoto non attraverso azioni isolate e solitarie, ma in comunione con tutta la Chiesa. La Presidenza nazionale Ac, inoltre, incontrerà venerdì 24 aprile la delegazione regionale dell’Abruzzo-Molise per valutare ogni possibile ulteriore apporto che l’associazione può fornire alle comunità colpite dal sisma.

Ecco il testo del comunicato congiunto:

Accordo di collaborazione tra
Azione Cattolica Italiana e Caritas Italiana
per azioni di solidarietà nei confronti
delle popolazioni colpite dal terremoto del 6 aprile 2009

L’Azione Cattolica Italiana e Caritas Italiana, vista la gravità della situazione provocata dal terremoto che ha colpito l’Aquila e la sua provincia nella notte del 6 aprile, condividendo la necessità di un impegno che, al di là dell’emergenza della prima ora, si concretizzi in una presenza duratura nel breve-medio periodo, intendono definire una collaborazione al fine di progettare un’azione ordinaria di sostegno umano e materiale per la fase post-emergenziale e per la ricostruzione del tessuto civile ed ecclesiale.

In particolare, volendo valorizzare la dimensione diocesana e regionale delle rispettive organizzazioni e vista la suddivisione del territorio colpito dal sisma in otto zone omogenee, ciascuna delle quali è stata “gemellata” con una o più Delegazioni regionali Caritas, invitano le Delegazioni regionali di Azione Cattolica e Caritas a definire in ciascuna regione forme di collaborazione per una presenza di servizio nelle zone terremotate. L’Azione Cattolica metterà a disposizione volontari per il supporto ai sacerdoti per la riorganizzazione della vita comunitaria, per l’animazione liturgica, per ascolto e accompagnamento degli anziani e animazione dei bambini e giovani; nel periodo estivo i gruppi di Azione Cattolica diocesane e parrocchiali si renderanno disponibili ad accogliere ragazzi e giovani presso le strutture ove si svolgono le tradizionali attività estive.

Ai suddetti referenti regionali si chiede di definire al più presto una prima programmazione per almeno un semestre al fine di mettere in campo azioni concrete di animazione delle comunità, di vicinanza con le famiglie vittime del sisma e di aiuto alle persone più vulnerabili.

Roma, 22 aprile 2009

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